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Perché la politica non interessa più

di

Pietro Martinelli
La bassa partecipazione (18,5 per cento) alla votazione sul referendum contro la legge di BancaStato ha fatto discutere più dello stesso risultato favorevole alla nuova legge. Molti commentatori si sono chiesti se l’astensionismo da record fosse da attribuire al tema o a un quadro generalizzato di disamore per la politica. Credo che in quella occasione vi sia stato un effetto congiunto di entrambe le cause, ma è la tendenza al disinteresse verso la politica, tendenza che si riflette anche sulla partecipazione alle elezioni politiche, che preoccupa. Questa tendenza, che ritroviamo in diversi paesi europei, ha, a mio parere, due spiegazioni principali. Innanzitutto la caduta degli obiettivi strategico-ideologici negli anni ottanta, dopo l’indigestione di politica negli anni sessanta e settanta, ha tolto alla politica le grandi speranze e le grandi emozioni. Soprattutto nei paesi latini a maggioranza cattolica. È noto che senza le speranze, quindi senza le emozioni che le speranze sanno generare, è difficile essere ascoltati, suscitare attenzione e discussione, far passare concetti e progetti. In una parola è difficile creare partecipazione, quindi democrazia. D’altra parte non sarà semplice ricostruire degli obiettivi strategici moderni, che tengano conto degli insegnamenti della Storia, sui quali lavorare per un futuro migliore e renderli popolari. Degli obiettivi che mostrino attenzione alle conseguenze della rivoluzione tecnologica e della globalizzazione, che mostrino sensibilità verso i diritti delle popolazioni dei paesi poveri come di quelle dei paesi sviluppati e che abbiano quale premessa la difesa della dignità di ogni individuo e delle libertà e della socialità di cui godiamo. Qualcuno ci ha provato, come Clinton, Blair, Schröder, D’Alema e Jospin che nel 1999 si incontrarono a Firenze in un vertice dedicato alla discussione della “nuova via”. Una “terza via” che, preso atto della fine della lotta di classe, cercava di riunire sinistra e centro attorno ad obiettivi comuni quali una politica mondiale fondata sulla cooperazione, la garanzia dell’accesso al lavoro, la responsabilizzazione dell’individuo e il rispetto della persona, il riconoscimento del merito, il sostegno della sperimentazione e del cambiamento, la società aperta e la solidarietà. Oggi quel primo nucleo sperimentale di una nuova “internazionale” è disperso: Clinton sostituito da Bush, Jospin affondato dalla sinistra, D’Alema marginalizzato, Schröder alle prese con la difficoltà di attuare le riforme necessarie e con una vertiginosa perdita di consensi, Blair messo alle corde soprattutto a causa delle sue scelte sulla guerra in Irak dove è apparso come il compare di Bush. Sicuramente tra le cause di quella che oggi ci appare come una sconfitta della “terza via” ci sono anche una malriposta fiducia nell’etica del mercato e l’aver trascurato il sostengo ai più deboli per cercare di sedurre il centro. Tuttavia se si vuole costruire un nuovo progetto, se si vogliono suscitare nuove speranze credo che bisognerà riprendere il filo di quel discorso. A meno di rassegnarsi a lasciare il governo mondiale (e locale) alla destra con le conseguenze del caso, che appaiono particolarmente clamorose in Italia e negli Stati Uniti. Il secondo aspetto che ritengo abbia dapprima illuso poi prodotto disamore è la riduzione della politica a marketing. I progetti (si fa per dire) politici venduti come un prodotto qualsiasi, come un dentifricio. Le persone sono diventate una massa amorfa chiamata gente mentre i politici, per usare le parole di Michele Serra, «si fanno servi dell’arbitrio indimostrabile di una supposta maggioranza» nel tentativo, spesso riuscito soprattutto se c’è l’aiuto dei media, di farla diventare reale. Questa tendenza è oramai talmente cresciuta che spesso i politici, per “vendersi” meglio vogliono mostrarsi con tutti i difetti della “gente” alla quale, di riflesso attribuiscono i propri difetti quali la furbizia, la volgarità dei sentimenti, il disprezzo per la politica e per le istituzioni. Gli esempi non mancano certamente neppure da noi. Tempi difficili quindi, tempi nei quali per mantenere la speranza bisogna trovare l’indignazione e il coraggio necessari per continuare a lavorare seriamente. Con la fiducia che il pendolo della Storia prima o poi ti darà ragione.

Pubblicato

Venerdì 3 Ottobre 2003

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