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Per una religione laica

di

Stefano Guerra
Rilanciata all’inizio dello scorso mese di dicembre da un’iniziativa parlamentare, la questione dell’insegnamento della religione nelle scuole ticinesi è passata in sordina durante la campagna elettorale. Soffocata da temi e polemiche più impellenti, la proposta di trasformare l’ora di religione confessionale e facoltativa in un corso di cultura religiosa obbligatorio e gestito dallo Stato promette ora di diventare uno dei piatti forti della legislatura appena cominciata. Genitrice spirituale del modello fatto proprio da otto deputati liberal-radicali, socialisti e dei Verdi, l’Associazione per la scuola pubblica del Cantone e dei Comuni (Aspcc) l’ha capito e non ha perso tempo: quattro giorni dopo le elezioni cantonali, ribadiva la validità di una proposta che «ha il merito di promuovere una corretta, moderna concezione della laicità dello Stato». E il presidente dell’Aspcc Jacques Ducry si augura adesso che «il Consiglio di Stato costituisca a breve scadenza un gruppo di lavoro per affrontare le proposte contenute nell’iniziativa». «Il tema non può essere rinviato», sostiene il neodeputato liberal-radicale: «c’è una proposta precisa e adesso non si può mettere la testa nella sabbia». L’iniziativa parlamentare elaborata nella forma generica e presentata il 2 dicembre 2002 da Laura Sadis (Plrt), Marina Carobbio Guscetti (Ps) e altri sei deputati, propone la modifica dell’articolo 23 della Legge sulla scuola che definisce le competenze rispettive di Stato e Chiesa nell’insegnamento della religione nelle scuole del Cantone. I firmatari partono da una realtà che nessuno contesta: la crescente emorragia di allievi dalle ore di religione impartite dalle due chiese riconosciute (cattolica e protestante) e il conseguente diffondersi dell’ignoranza religiosa fra i giovani, un’ignoranza che «li esclude di fatto e ingiustamente dalla comprensione profonda della nostra cultura», si legge nel testo dell’iniziativa. Da qui l’idea di rendere obbligatorio l’insegnamento della «cultura religiosa» – in contrapposizione all’attuale ora di religione di tipo catechetico – attraverso un corso che avvicini anche gli allievi «a religioni storiche diverse da quella cristiana» in modo da promuovere «riflessioni sulla relatività delle risposte culturali» e l’educazione «all’accettazione delle diversità». Preceduta di qualche mese da un’iniziativa parlamentare simile dell’allora deputato liberal-socialista Paolo Dedini, la proposta ora al vaglio del governo, del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (Decs) e della Commissione speciale scolastica ha suscitato fin qui un dibattito limitato ma piuttosto acceso, nel quale alcuni settori della Chiesa cattolica si sono posizionati dicendosi non disposti a rinunciare all’ora settimanale di istruzione religiosa (più possibilisti appaiono per contro i protestanti) e propugnando il sistema del “doppio binario” (mantenimento dell’insegnamento confessionale attuale al quale verrebbero affiancati corsi di cultura religiosa organizzati e impartiti dallo Stato). «Ho letto e sentito pareri interessanti, costruttivi, e altri deliranti che non fanno altro che esasperare la discussione – osserva Jacques Ducry –. Probabilmente qualcuno ha interesse ad esasperare il dibattito per mantenere diritti acquisiti che trovo ingiusti nell’ottica della separazione Stato/Chiesa». A chi sostiene la soluzione del “doppio binario”, il presidente dell’Aspcc risponde che seguendo questa strada «si creano una serie A e una serie B» con il rischio di costituire «altri ghetti»: «la scuola – dice Jacques Ducry – deve offrire a tutti la possibilità di essere formati nello stesso modo». La Chiesa cattolica ha una presenza capillare sul territorio e potrà sempre gestire corsi, seminari, conferenze e manifestazioni, «ma nell’ambito della sua struttura». Le Chiese cattolica e protestante dovranno sì essere chiamate a collaborare, però «nel quadro di regole fissate dallo Stato», dice Ducry. «Il dibattito dovrebbe spostarsi sul piano dei contenuti, non restare sui principi (laicità, eccetera) o concentrarsi su chi deve assumere il compito dell’insegnamento». Per Diego Erba, direttore della Divisione della scuola del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (Decs), nella discussione sulla riforma dell’insegnamento della religione ravvivata dall’iniziativa parlamentare Sadis/Carobbio Guscetti e confirmatari (vedasi articolo sopra), i contenuti stanno passando in secondo piano: «la discussione su cosa si vorrà insegnare finora è mancata: se si esemplificano i contenuti trovare un terreno d’intesa sarà più facile. È stato così quando abbiamo introdotto un paio di anni fa l’opzione insegnamento religioso nelle terze e quarte liceo», afferma Erba. Con il direttore della Divisione scuola e anche coordinatore del Decs abbiamo fatto il punto del dibattito in corso e discusso delle prospettive aperte dall’atto parlamentare presentato all’inizio dello scorso mese di dicembre. Diego Erba, a poco più di cinque mesi dalla presentazione dell’iniziativa parlamentare, come valuta le reazioni da essa suscitate fin qui? I tempi le sembrano maturi per una discussione serena o intravede rischi di un «revival di conflitti ottocenteschi», come scriveva sul Corriere del Ticino qualche mese fa il deputato liberal-radicale Franco Celio? Finora ho assistito a un dibattito abbastanza contenuto, forse anche perché fino a qualche settimana fa eravamo in periodo di elezioni. Ma ho l’impressione che le posizioni si stiano poco a poco radicalizzando e questo non è di buon auspicio per trovare una soluzione al problema. A fine gennaio, per esempio, a una giornata di studio promossa dalla Chiesa evangelica riformata ci si è potuti rendere conto della diversità di approccio fra la chiesa cattolica e quella evangelica, più aperta. Addirittura don Mino Grampa, rettore del collegio Papio di Ascona, in quell’occasione aveva già ventilato l’ipotesi di un referendum. Se il dibattito si mette da subito in questi il paese rischia di dividersi. D’altronde, il tema dell’insegnamento religioso nelle scuole è sempre stato estremamente difficile da affrontare sul piano politico. Non bisogna dimenticare che ci sono voluti 110 anni per ancorare nella legge una versione più attuale – appunto l’articolo 23 della Legge sulla scuola del 1990 – di una norma elaborata attorno al 1880. L’anno scorso il Consiglio di Stato aveva formulato delle osservazioni all’intenzione della Commissione speciale scolastica che stava discutendo dell’iniziativa Dedini. Queste osservazioni sono valide anche per la nuova iniziativa parlamentare Sadis/ Carobbio Guscetti e confirmatari? In linea di massima sì. Il Cantone aveva sostenuto e continua a sostenere che una riflessione sull’attuale insegnamento della religione nelle scuole va fatta. Esiste perciò una disponibilità a entrare in materia. Inoltre, siamo coscienti che il tema non è dibattuto solo qui in Ticino. Vi sono altri cantoni che stanno riflettendo su come impostare in modo migliore questa formazione ritenuta importante nello sviluppo dei giovani (vedasi articolo sotto, ndr). L’esigenza di una miglior preparazione è avvertita con sempre maggior chiarezza anche per l’evoluzione della società nella quale stiamo vivendo, confrontata con la presenza di un numero sempre maggiore di persone di religioni diverse da quella cattolica ed evangelica. Il Consiglio di Stato aveva anche detto che bisogna considerare tutti gli elementi in gioco, dai gradi scolastici coinvolti alla formazione delle persone incaricate di impartire l’insegnamento, dall’obbligatorietà o facoltatività dello stesso all’onere finanziario che comporterebbe una riforma di questo tipo. Infine, si è coscienti che non si può passare da un sistema all’altro senza coinvolgere nella discussione tutti i partners, escludendo cioè i rappresentanti delle due chiese oggi riconosciute. Cosa ne pensa dell’ipotesi del “doppio binario”, cioè del mantenimento dell’insegnamento confessionale attuale al quale verrebbero affiancati corsi di cultura religiosa organizzati e impartiti dallo Stato? Io preferisco un buon binario piuttosto che due mezzi binari. Il cosiddetto “doppio binario” introduce un’opzionalità sui generis. Si tratta di un sistema difficilmente praticabile in termini organizzativi, pratici. Tenuto conto della prospettiva di ulteriori risparmi nel Decs, esiste uno spazio di manovra finanziario sufficiente per l’adozione di una riforma dell’insegnamento della religione nelle scuole come quella proposta nelle iniziative parlamentari di quest’ultimo anno? Bisognerà innanzitutto vedere come si configureranno queste proposte, in particolare stabilire in che ordini di scuola le si vorranno eventualmente introdurre. Se la riforma dovesse riguardare solo le scuole medie e medie-superiori la competenza sarebbe solo del Cantone. Se invece si andasse a toccare anche le scuole elementari bisognerà vedere chi pagherebbe (il Cantone? I comuni?) e a chi spetterebbe l’insegnamento (ai docenti titolari? Ad un docente speciale?). Nelle scuole medie e medie-superiori vengono impartite annualmente circa 500 ore di lezioni di religione. Per coprire tutto il fabbisogno salariale (equivalente pressappoco a una ventina di tempi pieni) il Cantone spende all’incirca 3 milioni di franchi l’anno, di cui 2,5 per le scuole medie. Questo in una situazione nella quale l’allievo sceglie se iscriversi oppure no all’ora di religione. Se domani l’insegnamento diverrà obbligatorio il numero delle ore – e quindi anche l’onere finanziario – sarà sicuramente superiore a quello che ho indicato.

Pubblicato

Venerdì 16 Maggio 2003

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