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Per un parlamento mondiale

di

Gianfranco Helbling
Mario Capanna, colui che fu il leader del Sessantotto italiano, non ha smesso di indignarsi e di interrogarsi. E questo benché, dopo aver fondato Democrazia proletaria ed essere stato deputato per quel partito sia al parlamento italiano che a quello europeo, nei primi anni ’90 abbia abbandonato l’attività politica nelle istituzioni. Capanna è infatti ancora e più che mai protagonista del dibattito politico e culturale italiano. Autore di libri quant’altri mai prolisso, in primavera ha dato alle stampe il suo ultimo titolo, “Verrò da te” (Baldini & Castoldi), nel quale si confronta con quattro giovani del movimento new global sui grandi temi della nostra epoca: la guerra, il consumismo, le biotecnologie, la democrazia mondiale. Sono questi anche i temi che saranno al centro della serata con Capanna organizzata per oggi a Bellinzona (cfr. riquadrato in basso). Ne anticipiamo alcuni in questa intervista che parte proprio dai temi al centro della serata: i pericoli della biogenetica. Mario Capanna, lei sostiene che i problemi generati dalla ricerca biogenetica costituiscono oggi l’emergenza numero uno per l’umanità, ma al contempo l’emergenza più ignorata. Può specificare il suo pensiero? Gli organismi geneticamente modificati (Ogm) e le biotecnologie e il tema della pace e della guerra sono i più grandi problemi dell’umanità presente e futura. Infatti con la scoperta di nuovi organismi viventi, che superano i confini di specie fin qui rimasti invalicabili, si mutano, con una rapidità inaudita, equilibri che la natura ha costruito con milioni di anni di evoluzione. Quali siano le conseguenze degli Ogm nell’uomo e in tutto l’ecosistema non si sa: quello delle conseguenze è un punto inesplorato perché con la corsa in atto per brevettare le proprie scoperte passa in secondo piano la verifica degli effetti dei nuovi organismi viventi. A questa logica bisogna opporre con forza il principio di precauzione, quello cioè della massima prudenza nel procedere alle applicazioni pratiche. Coloro che sostengono questa tesi sono i veri difensori della ricerca scientifica: perché chiedono che non ci si fermi alle singole scoperte, ma che si proceda alla verifica delle loro conseguenze concrete. Quindi una ricerca biogenetica dev’essere valutata non solo per gli obiettivi, ma anche per il metodo. E per le conseguenze, non lo si dimentichi. L’atteggiamento corretto nei confronti delle biotecnologie è comunque quello di evitare sia la loro demonizzazione che la loro esaltazione acritica. E quello dell’esaltazione acritica è oggi il rischio maggiore. La Svizzera, una delle patrie dell’industria e della ricerca chimiche, ha una responsabilità particolare? Ha delle responsabilità, anche perché fra le multinazionali che detengono il maggior numero dei brevetti per il trasferimento dei geni la Svizzera ha un ruolo significativo. Ma sarebbe sbagliato non vedere l’altra faccia della medaglia, cioè che in Svizzera sono consistenti i movimenti di opinione dei cittadini che organizzano importanti occasioni di confronto e di sensibilizzazione su questi temi. Lei ha citato prima il principio di precauzione. Impiantarlo in un sistema capitalista, che non ha fra le sue logiche immanenti la prudenza, avrebbe un effetto dirompente, sovversivo. Infatti, e di questo dominio dell’ideologia capitalista si vedono le conseguenze. Per questo motivo infatti il mondo è sottosopra. I tre quarti dell’umanità sono costretti a vivere nella disperazione e nella miseria: da qui guerre, fondamentalismi, terrorismi e l’insicurezza globale che accompagna la globalizzazione unipolare, cioè della minoranza più forte nei confronti della maggioranza più debole. Non è un caso che oggi il ricorso alla guerra sia sempre più frequente. Addirittura si giustifica quella aberrazione giuridica, politica e etica che è la guerra preventiva, cioè il diritto del più forte di fare la guerra a chiunque esso consideri nemico in qualsiasi parte del mondo e per la durata e nelle forme che esso ritenga necessarie. È lo stravolgimento di qualsiasi principio giuridico. Può il mondo andare avanti così? Qualche speranza però c’è: né la maggioranza della popolazione mondiale né la maggioranza degli Stati hanno accettato il principio della guerra preventiva. Io infatti sono cautamente ottimista. Qualsiasi persona di media cultura, con un minimo di senso critico, in qualsiasi parte del mondo viva e qualunque fede professi si rende conto che la mole di rischi che grava sul presente e futuro dell’umanità sta rapidamente giungendo ad un punto di non ritorno e cerca quindi di reagire. Il 15 febbraio scorso nelle capitali di tutto il mondo decine di milioni di persone simultaneamente si sono mobilitate dicendo di no alla guerra. Certo la guerra non è stata impedita, ma questo non significa una sconfitta: perché quelle persone hanno posto all’ordine del giorno una nuova visione che renda la guerra tabù come l’incesto, il cannibalismo o la schiavitù. Questo è un elemento di straordinaria speranza. Lei ha usato l’avverbio “simultaneamente”. Quel 15 febbraio è successo qualcosa che da 35 anni non accadeva più e che ci rimanda quindi direttamente al ’68: la simultaneità planetaria di un movimento civile d’opinione. Mi pare assolutamente vero. La storia non si ripete, ma vi sono fili che in qualche modo si prolungano nel tempo. Dal ’68 vi sono dei fili che a livello planetario si proiettano verso il futuro. Nelle condizioni nuove di oggi è necessario un nuovo modo di pensare, basato sulla persuasione che noi non siamo i padroni del pianeta ma ne siamo ospiti, e che, se continuiamo a sottoporlo a distruzione, dobbiamo almeno essere coscienti del fatto che non ne abbiamo un altro di ricambio. Questo impone a tutti di assumere un atteggiamento diverso. Lo stesso capitalismo, nelle sue rapaci dinamiche, è in qualche modo costretto a prendere atto che non realizza ciò che predica. In primo luogo non realizza il libero mercato, che è totalmente condizionato dai poteri finanziari, economici, militari, insomma dalla minoranza più forte. Ma per la prima volta circa un mese fa a Cancun un gruppo significativo di 23 Stati (e quali: Cina, Messico, India, Brasile, Sud Africa) ha detto di opporsi a questa logica perché ci impedisce lo sviluppo. Il mondo sta dunque manifestando segnali di allarme, di consapevolezza e di reattività. Uno di questi segnali è la nascita del movimento new global. Il suo ultimo libro, “Verrò da te”, nasce proprio dall’incontro con quattro ragazzi del movimento. Non credo che lei si consideri un “guru” per loro: ma come si pone in rapporto ad essi? In primo luogo è importante l’ascolto: è importante saper ascoltare le istanze che emergono dal profondo dei cuori e delle menti di questi milioni di persone. È un movimento che abbraccia almeno due generazioni di giovani, quella di oggi e la mia, la generazione precedente: questa connessione di generazioni è un fatto dinamico ed estremamente significativo. Questo movimento può sviluppare una forza ben maggiore di quella che già ha dimostrato, se sa farsi portatore di un’idea nuova degli assetti del mondo. In “Verrò da te” suggerisco l’idea di un parlamento mondiale che superi l’impotenza degli attuali organismi sopranazionali, a partire dall’Onu. Si baserebbe sul principio che ciò che riguarda tutti (guerra e pace, biotecnologie, uso e distribuzione delle risorse) deve essere deciso da tutti. Esso permetterebbe per la prima volta ai 7 miliardi di essere umani che popolano il pianeta di eleggere un parlamento che determini le forme nuove di vivere il presente e il futuro. E così facendo radicherebbe la democrazia in ogni angolo del mondo. A chi mi contesta che si tratta di un’utopia irrealizzabile ricordo che nel 1941 Altiero Spinelli, confinato a Ventotene dal fascismo, teorizzò l’Unione europea in un momento in cui gli Stati europei si massacravano sui campi di battaglia. Allora molti l’avranno preso per pazzo, ma aveva ragione perché seppe cogliere movimenti sotterranei che erano in fermento. Oggi proprio il processo faticoso, difficile e contraddittorio della lenta unificazione europea è la dimostrazione incoraggiante che si può dar vita, sulla base della democrazia, ad un’unificazione più ampia, quella del mondo. Come deve procedere il movimento new global per darsi un’organizzazione e andare in direzione degli obiettivi da lei indicati? In modo elastico, non certo come un partito, che sarebbe un passo indietro. Per prima cosa occorre tematizzare a livello planetario idee forti come quella di un parlamento mondiale. Perché è a questo stadio che ci troviamo ora: alla formulazione delle idee e al confronto su di esse. In questo contesto che ruolo rimane alla sinistra presente nelle istituzini? Non è un grande ruolo per quella sinistra di governo che si sposta sempre più a destra per conquistare il centro: i fatti già la stanno punendo. D’altro canto però questa grande idea di cambiamento che riguarda il mondo può costituire un nuovo inizio per tutte le forze di cambiamento. Ho detto “tutte le forze di cambiamento”. Questo riguarda certamente la sinistra, ma la mia argomentazione ha una forte trasversalità. Le faccio un esempio proprio sull’idea di parlamento mondiale: in Italia uomini diversissimi come Oscar Luigi Scalfaro, Giovanni Berlinguer, Franco Cardini, Padre Bartolomeo Sorge e molti altri con età e orientamenti ideali, culturali e politici diversissimi fra di loro convengono sull’importanza in prospettiva di questa visione. Questo mi fa dire che le cose stanno rapidamente cambiando. E che futuro si può ipotizzare per una politica delle riforme? In che cosa si ravvisa l’orientamento di sinistra di un Blair? Sulla guerra è stato oltranzista come Bush, in politica interna sta dando delle legnate tali ai lavoratori che nemmeno la signora Thatcher si sarebbe sognata di dare. Questo spiega il suo calo nei sondaggi. Che riformismo è quello che non sa più fare una politica di qualità a difesa dei più deboli? È un riformismo travolto dallo schiacciasassi capitalistico. Occorre un nuovo modo di pensare che rimetta al centro i diritti e la compresenza delle diversità, che sappia quindi definire un diverso equilibrio rispetto ad oggi fra le persone e fra i popoli. Quanto accaduto nelle scorse settimane in Bolivia la sorprende di più per la capacità di reazione di un popolo o per la forza prevaricatrice del potere? Per entrambe le cose. In Bolivia abbiamo visto sia la protervia del potere che la reattività della gente comune. Come sempre anche in Bolivia s’è confermata quella che è una legge fisica ma che funziona benissimo anche in altri ambiti: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Oggi le forme di oppressione stanno giungendo a delle vertigini di prepotenza insopportabili, e questo determina la reazione di tutti coloro che si rendono conto che, di questo passo, il mondo è proiettato verso un vicolo cieco e che occorre realizzare una svolta prima che succeda l’irreparabile. Ciò spiega i movimenti new global e il ritorno dei giovani alla politica, con una nuova capacità di coltivare speranza.

Pubblicato

Venerdì 24 Ottobre 2003

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