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Per tagliare le pensioni ci regalano anni di vita

di

Claudio Carrer
Siccome le rendite dell'Avs e della previdenza professionale obbligatoria non sono sufficienti per garantire a un pensionato il mantenimento del tenore di vita precedente, è consigliabile sottoscrivere una polizza di previdenza privata. È così che il colosso assicurativo Axa Winterthur pubblicizza i suoi prodotti del terzo pilastro in un opuscolo recentemente inviato ai propri clienti. Clienti che, guarda caso, vengono pure invitati ad approvare la revisione della Legge sulla previdenza professionale (Lpp) in votazione il 7 marzo e dunque ad accettare un taglio delle pensioni del dieci per cento a partire dal 2015.

Il duplice suggerimento, solo apparentemente contradditorio, la dice lunga sulla vera posta in gioco e sugli interessi particolari che si celano dietro la decisione parlamentare di ridurre la cosiddetta "aliquota minima di conversione", contro cui sindacati, associazioni dei consumatori e dei pensionati hanno promosso (con successo) il referendum.
La materia è complessa, ma è relativamente semplice dimostrare che la riforma legislativa in esame non ha nulla a che vedere con la tanto sbandierata equità. Essa rappresenta solo  l'ennesimo tentativo di smantellare un'assicurazione sociale, a danno dei salariati di tutte le generazioni e a vantaggio soprattutto delle assicurazioni private, interessate da un lato a pagare sempre meno rendite (tramite le fondazioni collettive di previdenza da esse gestite, ndr) e dall'altro ad aumentare il bisogno di assicurazioni complementari e dunque il loro profitto.
Il ragionamento proposto da Axa Winterthur poggia sulla constatazione di un dato reale: il dettato costituzionale secondo cui «la previdenza professionale, insieme con l'Avs, deve rendere possibile la continuazione del tenore di vita abituale» (articolo 113 della Costituzione federale) non è infatti realizzato allo stato attuale. In effetti, la previdenza professionale obbligatoria (il cosiddetto secondo pilastro) garantisce di regola rendite fino a 1'500 franchi al massimo e spesso, anche con  l'Avs, il mantenimento del tenore di vita precedente non è possibile. Si calcola addirittura che oggi in Svizzera un pensionato su sette viva al di sotto della soglia di povertà. Axa Winterthur "fotografa" dunque correttamente la situazione di partenza, ma la "soluzione" che propone, cioè la sottoscrizione di una polizza di previdenza privata (il cosiddetto "terzo pilastro") è un privilegio che in pochi si possono permettere. Un'ulteriore riduzione delle rendite del dieci per cento provocherebbe così solo un ampliamento della «lacuna previdenziale» (come viene definita dal gigante assicurativo) insopportabile per la maggior parte dei futuri pensionati.
Una nuova correzione al ribasso del tasso minimo di conversione (dopo quella già realizzata con la prima revisione della Lpp entrata in vigore nel 2005) sarebbe dunque irragionevole e dannosa.
E, al contrario di quanto affermano i suoi fautori (Consiglio federale, padronato e forze politiche borghesi), non è nemmeno necessaria. Le giustificazioni addotte, le scarse prospettive di rendimento dei capitali sui mercati finanziari e l'invecchiamento della popolazione, non trovano infatti alcun riscontro nella realtà.
Il primo argomento poggia su previsioni di corto termine che non si addicono a un'assicurazione sociale con un orizzonte di sessant'anni (quaranta di contributi e venti di prestazioni) come la previdenza professionale e dunque non regge. Basti pensare che tra il 1985 (anno d'entrata in vigore della Lpp) e il 2009 il capitale investito annualmente dalle casse pensioni ha reso in media il 5,9 per cento, mentre agli assicurati è stato corrisposto fino al 2002 un interesse sul capitale solo del 4 per cento (che in seguito è stato ridotto progressi-
vamente fino al 2 per cento attuale). Le annate negative sono state ampiamente compensate da un trend generalmente positivo. L'ultimo dato significativo è proprio quello dell'anno scorso, quando gli averi delle casse pensioni hanno avuto un rendimento medio dell'11,74 per cento, contro il -9,88 del 2008.
D'altro canto è vero che negli anni passati, soprattutto dopo la crisi finanziaria d'inizio secolo, molte compagnie d'assicurazione hanno condotto una politica d'investimento ad alto rischio nell'universo degli "hedge funds", che ha generato pure ingenti perdite. Ma questo non giustifica il tentativo di compensare la cattiva gestione dei loro averi con una riduzione delle rendite ai pensionati.
Altrettanto fuori luogo è il secondo argomento che viene addotto per giustificare il taglio delle rendite, ossia quello dell'evoluzione demografica. Un fenomeno di cui si è già tenuto conto nel 2003 nel quadro della prima revisione della Lpp attraverso una prima riduzione graduale entro il 2014 dell'aliquota minima di conversione dal 7,2 al 6,8 per cento e che oggi si rievoca per spiegare l'ulteriore riduzione al 6,4 per coloro che andranno in pensione dopo il 2015.
I fautori ricorrono all'immagine suggestiva della torta (il capitale accumulato durante la vita attiva) che per durare più a lungo andrebbe tagliata in fette (cioè rendite) più piccole, ma partono dal presupposto che la speranza di vita aumenti di più e più in fretta di quanto previsto dall'Ufficio federale di statistica (Ufs). Le cifre fornite da quest'ultimo, spiega l'Ufficio federale delle assicurazioni sociali (Ufas) in un foglio d'informazione (meglio sarebbe chiamarlo "di propaganda") per la campagna referendaria, «non sono pertinenti poiché riferite anche alle persone che al raggiungimento dell'età di pensionamento non lavorano o non lavorano più». Trattandosi del secondo pilastro bisogna considerare solo le persone attive fino ai 65 anni e dunque «generalmente ancora in buona salute» e «con una speranza di vita tendenzialmente superiore alla media». «È dunque preferibile – conclude l'Ufas – riferirsi alle statistiche specifiche delle casse pensioni».
Statistiche molto più ottimistiche (rispettivamente pessimistiche per gli istituti di previdenza che devono versare le rendite per più anni) rispetto a quelle dell'Ufs e che oltretutto differiscono tra loro anche in modo sensibile: gli assicuratori privati (per quanto riguarda le casse pensioni) utilizzano per esempio una tabella di riferimento secondo cui la speranza di vita di un uomo 65enne è superiore di tre anni (e di una donna addirittura di cinque) rispetto a quella stimata della cassa pensione della Confederazione (vedi grafico sopra).
La differenza è dovuta al fatto che le cosiddette "tavole generazionali" utilizzate dagli assicuratori non si basano solo sui dati effettivi relativi alla mortalità in un determinato periodo di tempo, ma stimano anche la futura evoluzione della speranza di vita. Stime che sin qui si sono però sempre rivelate troppo pessimistiche: sia gli uomini che le donne sono morti prima di quanto previsto.
E da questo gli assicuratori privati hanno tratto naturalmente vantaggio e sperano di continuare a trarne: per cercare di convincere il popolo a tagliare le nostre pensioni, attraverso le loro statistiche "truccate" ci "regalano" anni di vita.


Pubblicato

Venerdì 29 Gennaio 2010

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