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Per la piena occupazione dei lavoratori più anziani

di

Andreas Rieger
Vasco Pedrina
Il dibattito sulla previdenza per la vecchiaia sta imperversando. In una logica di corsa al rialzo si moltiplicano le proposte per un aumento dell'età di pensionamento. Chi offre di più? In questo gioco al rialzo passa però sotto silenzio la realtà lavorativa delle persone più anziane: le persone che hanno già superato i 50 anni e sono alla ricerca di un posto di lavoro sono costrette ad una corsa ad ostacoli, dopo i 55 anni ad una vera e propria umiliazione. Parallelamente si registra una rapida diminuzione della percentuale di persone che svolge un'attività lavorativa dopo i 55 anni. Solo pochi possono permettersi il lusso dei cosiddetti "falsi incentivi" di un pensionamento anticipato conveniente, offerti ormai solo nei licenziamenti di massa nell'industria chimica, nel settore bancario o in quello statale. La maggior parte degli "esclusi" con più di 55 anni è disoccupata, sottoccupata, malata, invalida, beneficiaria di una rendita Suva, obbligata a ricorrere all'assistenza sociale o, in attesa del diritto alla rendita, costretta a dar fondo ai propri risparmi, spesso nei più economici paesi di provenienza. Nel lungo periodo questa esclusione anticipata dalla vita lavorativa finisce per gravare sulle nostre istituzioni sociali. Dall'Assicurazione invalidità (Ai) già arrivano i primi segnali d'allarme. Nel corso degli ultimi anni, infatti, molti datori di lavoro hanno usato l'Ai trasformandola in una sorta di pseudo-rendita, di pseudo-pensionamento anticipato. Un sistema che fa perdere all'economia una forza lavoro con grande esperienza e all'Avs/Ai buoni contribuenti. Di pari passo devono aumentare le prestazioni degli altri lavoratori. Ma soprattutto viene calpestata la dignità delle persone escluse dal mondo del lavoro. Se vogliamo risolvere i problemi alla radice, il primo compito che dobbiamo portare a termine è la riconquista della piena occupazione delle persone dai 50 anni fino all'età del pensionamento. Queste persone (e naturalmente anche i lavoratori più giovani) devono avere un chiaro diritto al lavoro fino al momento della nascita del diritto alla rendita. Occorre un urgente pacchetto di misure che obblighi Stato e datori di lavoro a promuovere l'occupazione. In particolare a: • creare posti di lavoro che tengano conto delle esigenze dei lavoratori più anziani (rispetto dei principi ergonomici, possibilità di utilizzare l'esperienza particolare, creazione di posti di lavoro a tempo parziale); • migliorare la protezione dal licenziamento; • adottare misure mirate per la promozione dell'occupazione delle persone più anziane (assistenza nel perfezionamento professionale, eccetera); • eliminare gli ostacoli all'occupazione delle persone più anziane (fra cui i contributi alle assicurazioni sociali più elevati). Se queste misure riusciranno a fermare il calo dell'occupazione, a ristabilire la piena occupazione e ad aumentare sensibilmente la percentuale di occupazione delle persone di età compresa tra i 50/55 e i 62/65 anni, rafforzeremo in modo decisivo le nostre istituzioni sociali (in particolare l'Ai, ma anche l'Avs e il 2° pilastro). In caso contrario è semplicemente cinico e assurdo pensare ad un innalzamento dell'età di pensionamento, senza aver raggiunto neanche la piena occupazione per le persone fino a 60/62 anni. La capacità lavorativa è inversamente proporzionale all'età – ma non per tutti il calo della capacità lavorativa ha la stessa intensità: sono soprattutto i lavori più duri quelli che logorano maggiormente il corpo; sono soprattutto le persone che hanno lavorato ininterrottamente da quando avevano 16 anni a non farcela più dopo 40 o 45 anni. Le statistiche dimostrano che questi gruppi hanno anche una speranza di vita più bassa: spesso possono beneficiare dell'Avs solo per pochi anni. Proprio per questi gruppi occorre introdurre la possibilità del prepensionamento a 60 anni, con una formula analoga al pensionamento anticipato conquistato dai lavoratori edili. Purtroppo non è possibile realizzare questa formula con speciali fondi settoriali in tutti i rami professionali – anche l'Avs deve fornire il proprio contributo. Dopo che i borghesi hanno affondato un prepensionamento sociale nell' undicesima revisione dell'Avs, torniamo alla nostra proposta originaria e chiediamo: • il diritto al prepensionamento con una rendita Avs non ridotta dopo 42 anni di lavoro e di contribuzione, dopo 40 anni di contribuzione per le persone che svolgono un lavoro fisicamente molto duro (lavoratori edili, infermieri, eccetera). Per le donne devono essere conteggiati tutti gli anni di lavoro di cura (analogamente a quanto avviene adesso per il calcolo della rendita Avs); • il finanziamento di queste migliori prestazioni Avs dovrebbe essere assicurato grazie all'introduzione di una tassa nazionale di successione, secondo il principio della "solidarietà degli anziani verso gli anziani": gli anziani in genere non sono ricchi, ma pochi sono ricchi come una parte degli anziani. E pochi hanno meritato il patrimonio meno degli eredi...; • parallelamente occorrerebbe creare soluzioni settoriali per integrare la rendita Avs con una rendita transitoria fino al raggiungimento dell'età di pensionamento prevista dalla Lpp. L'obiettivo è quello di assicurare un'entrata pari al 70-80 per cento (per i redditi più bassi) dell'ultimo salario. La formula introdotta nell'edilizia dimostra che i datori di lavoro e i lavoratori interessati sono disposti a versare le percentuali salariali necessarie per realizzare una soluzione settoriale. Una simile soluzione tiene conto delle reali necessità dei lavoratori più anziani e realizza un po' più di giustizia: le persone che svolgono un lavoro duro da oltre quarant'anni avrebbero la possibilità di vivere decentemente 10-15 anni in pensione – oggi pochi strati privilegiati possono godersi un pensionamento di una durata media di 20 anni con un numero di anni contributivi inferiore! L'atroce ingiustizia sociale di fronte alla morte verrebbe così diminuita. Le soluzioni presentate intervengono in modo mirato proprio laddove il problema è più acuto: l'esclusione dei lavoratori più anziani a partire dai 50/55 anni e il prepensionamento di coloro che svolgono un lavoro logorante da lunghissimo tempo. * Vasco Pedrina è presidente centrale del Sindacato edilizia e industria (Sei), Andi Rieger è copresidente del sindacato Unia

Pubblicato

Venerdì 21 Novembre 2003

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