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"Per invertire la rotta, ci vogliono misure fuori dai confini cantonali"

L'economista Maurizio Solari e la statistica svizzera dei salari vista dal Ticino

di

Francesco Bonsaver

Di recente pubblicazione, la statistica sui salari svizzeri nel 2020 fornisce numerosi spunti d’analisi. Ne parliamo con Maurizio Solari, assistente presso la facoltà di economia dell’Università di Friborgo, focalizzandoci sui dati ticinesi rispetto al resto della Svizzera.

Ticino e Svizzera, il fossato salariale si fa sempre più profondo. Dagli 842 franchi mensili di differenza nel 2010, dieci anni dopo ci sono 1.259 franchi di differenza tra il salario mediano ticinese e quello svizzero. Se questo fossato era lungo cento metri dieci anni fa, oggi si è allargato di cinquanta metri. Che considerazioni le suscitano questi dati?
La prima osservazione è l’evidenza di una crescita molto bassa della maggior parte dei redditi da lavoro in Ticino. La spiegazione può esser cercata su due fronti. La pressione sui salari derivante dall’impiego di manodopera frontaliera è innegabile. Nel terziario in modo particolare, dove la crescita dell’occupazione frontaliera è lampante. Un terziario oltretutto privo di tutele contrattuali, a differenza del secondario dove tradizionalmente esistono dei Ccl. Queste sono le ragioni locali, tipiche del mercato del lavoro ticinese. Vi sono poi delle spiegazioni a livello globale, dovute ai cambiamenti in corso nelle forme di lavoro. L’imporsi del capitalismo cognitivo porta a una precarizzazione generalizzata, che si traduce in remunerazioni molto basse e un’occupazione di durata variabile e incerta. La proliferazione dei nuovi indipendenti, del lavoro interinale e del modello “uber” peggiorano le condizioni generali di lavoro, tra cui i livelli salariali. Inoltre, le coperture sociali, impostate su forme di lavoro del passato, non danno la possibilità ai salariati di difendersi dalla precarietà.


Sarebbe possibile invertire la rotta?
Poiché all’origine dei problemi vi sono le dinamiche del capitalismo globale, i cambiamenti vanno attuati soprattutto oltre i confini cantonali. La proposta di versare un reddito di base, ad esempio, se applicata correttamente, potrebbe infondere maggiore sicurezza retributiva ai lavoratori per difendersi dalla precarizzazione. A ciò andrebbe abbinata la riduzione del tempo di lavoro senza ridurre il salario, che avrebbe l’effetto di meglio distribuire le mansioni lavorative, diminuendo disoccupazione e sottoccupazione, oltretutto sgravando i lavoratori oggi sottoposti a carichi insostenibili. Anche il salario minimo potrebbe dare un contributo, seppur limitato. Pur immaginandolo a importi più elevati di quelli oggi in vigore, il rischio concreto è di avere una buona remunerazione unicamente teorica. Se i lavoratori sono impiegati solo per poche ore, a fine mese avranno ugualmente un reddito scarso. Per contro, il salario minimo potrebbe costituire uno strumento efficace contro il dumping salariale, a patto di essere più elevato. Se è troppo basso, come attualmente, si rischia di generare una pressione al ribasso degli stipendi appena sopra quel livello.


Una politica economica proattiva del Cantone potrebbe dare risultati migliori?
Il Cantone, godendo di buona credibilità sui mercati finanziari, potrebbe indebitarsi per promuovere investimenti pubblici. Oppure si potrebbe invertire la tendenza fiscale, imponendo maggiormente i grandi patrimoni e i redditi da capitale, invece di sgravarli. La domanda è in quali settori investire. Alcuni esempi già esistono, quali l’istruzione accademica con il programma di master in medicina o il farmaceutico nel caso dell’Irb nel Bellinzonese. Inoltre, dovremmo abbandonare il mantra della crescita quantitativa del Pil quale valore assoluto. Tale crescita non è più sostenibile a livello ambientale e non si traduce necessariamente né in un’occupazione di qualità né in maggiore benessere per la popolazione.


Cosa dire della riduzione del differenziale salariale di genere emersa dall’analisi dei salari 2020?
In Ticino, la differenza del salario mediano tra uomo e donna è diminuita in un biennio del 30% circa nei dati aggregati dell’economia privata e pubblica, mentre nel settore privato la diminuzione è stata del 19%. Perciò, la dinamica nel settore pubblico dimostra che ridurre la differenza di genere è possibile, nonostante rimanga ancora molto da fare. Nel privato, in ogni caso, la spinta è molto più debole.


Va anche detto che il tempo parziale è largamente diffuso tra le donne...
Sì. Pur essendo in alcuni casi una scelta, l’ampiezza di questo fenomeno suggerisce che si tratta di una condizione spesso imposta. La sottoccupazione, ossia le lavoratrici impiegate meno ore di quanto avrebbero voluto o potuto lavorare, è un fenomeno in crescita in Svizzera, ma diventa particolarmente acuto in Ticino, con quasi cinque punti percentuali sopra la media nazionale. Molti dei nuovi lavori che oggi troviamo nel terziario, fino a qualche decennio fa erano mansioni prettamente femminili svolte nell’ambito domestico, fuori dal circuito economico. Con l’inserimento delle donne nel mercato del lavoro queste attività sono entrate nel circuito economico, impiegando personale femminile. Si sono dunque retribuite delle mansioni in forma di lavoro precario, un fenomeno che colpisce in maggior misura le donne. Un mercato del lavoro già di per sé fragile come quello ticinese, poi, non facilita l’inserimento delle donne, poiché al difficile contesto locale si sommano le difficoltà presenti a livello nazionale e globale.

Pubblicato

Giovedì 7 Aprile 2022

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