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Per il rilancio dell'Uss

di

Gianfranco Helbling
La sezione Ticino e Moesa dell'Unione sindacale svizzera (Uss) ha un nuovo presidente. Lo scorso 1° dicembre Saverio Lurati è infatti stato eletto dal congresso al posto di Werner Carobbio. L'inizio dell'anno è l'occasione per tracciare gli obiettivi del nuovo presidente, che vanno dal rilancio dell'azione politica del cartello sindacale al superamento del corporativismo all'interno del sindacato, dal recupero del potere d'acquisto dei salariati ticinesi alla lotta alla precarietà. Lo abbiamo incontrato.

Saverio Lurati, lei è segretario regionale di Unia e deputato al Gran Consiglio. Ora è anche presidente dell'Unione sindacale svizzera Ticino e Moesa. Perché anche questa carica?
Credo che la federazione più importante dell'Uss, che ne rappresenta oltre il 50 per cento degli associati, dovesse essere più presente nell'Uss. Non con mire egemoniche, ma perché può dare all'Uss un impulso diverso da quello che ha avuto negli ultimi anni, durante i quali è stata poco presente anche sui temi di politica cantonale, che proprio dovrebbero competere in primo luogo al cartello sindacale. Il mio ruolo di segretario regionale di Unia e di granconsigliere dovrebbe facilitarmi in questo compito. È quindi un tentativo per ridare più vitalità all'Uss.
Quali garanzie può dare che Unia non avrà mire egemoniche sull'Uss?
Proprio su nostra proposta abbiamo fatto in modo che non sia possibile che sul piano istituzionale nell'Uss ci sia una maggioranza assoluta di Unia, anche se dal profilo dei numeri avremmo potuto averla. In passato la Vpod ha avuto un ruolo un po' egemonico nell'Uss Ticino e Moesa, col risultato di disarticolarne l'attività nel senso che certi problemi dei lavoratori del settore pubblico venivano sottolineati in maniera molto distaccata da quelli del settore privato. È un errore che non voglio ripetere. D'altro canto è vero che lo spirito di Unia sarà preponderante in questa mia attività.
L'Uss Ticino e Moesa ha un grosso problema di strutture. Unia l'aiuterà?
È quanto mi sono prefissato. Nel Sei avevo fatto l'esperienza dei tre segretariati regionali che dapprima erano molto indipendenti l'uno dall'altro e poi hanno cominciato a collaborare e a coordinarsi. E questo era stato possibile perché una sezione (quella di Bellinzona) s'era fatta carico di un certo lavoro a vantaggio anche di tutte le altre e con le sue strutture aveva lanciato una dinamica che s'è rivelata trainante. È a questa esperienza che vorrei rifarmi con l'Uss.
Lei ha messo in guardia dai pericoli del corporativismo. Ma non è naturale in un periodo in cui tutti i lavoratori e le lavoratrici sono sotto pressione che ogni sindacato si ritiri nei suoi settori di competenza?
È vero, ma questo è un effetto "collaterale" del forte individualismo di cui oggi è permeato il mondo del lavoro. Ognuno tende a pensare solo ai suoi problemi, rispettivamente a quelli del suo settore. È un po' quanto ha fatto il settore pubblico, che si è distaccato molto dai problemi del settore privato. Tutta una serie di restrizioni subite dai lavoratori del privato non avevano portato i colleghi del pubblico a fare fronte comune con loro. Quando poi i problemi si sono ripercossi sul pubblico, lo scollamento è stato quasi inevitabile.
Dal punto di vista organizzativo ha ancora senso una distinzione fra sindacati del settore pubblico e sindacati del settore privato?
No. Del resto Unia Ticino in questo senso guarda un po' al modello organizzativo dell'Ocst. L'Uss invece ha ereditato un sistema molto federativo e corporativo che sarà assai difficile da superare. Sul piano nazionale poi le distanze sono ancora maggiori.
Sarà sua priorità curare i rapporti con l'Ocst o penserà prima a cucire i rapporti interni?
Credo che le due cose vadano di pari passo. Già alla nascita di Unia avevo indicato come obiettivo prioritario una maggior collaborazione con l'Ocst. E questo è ancora più importante ora che con la libera circolazione delle persone abbiamo una pressione sui salari molto importante: e credo che una difesa dei salari ticinesi e un loro recupero rispetto ai salari svizzeri può passare solo attraverso un accordo di tutto il mondo sindacale.
Con lo scioglimento dell'Associazione impiegati di banca (Asib) in Ticino un settore importante dell'economia è privo di ogni men che minima rappresentanza sindacale. Qual è il suo commento?
Mi spiace che l'Associazione impiegati di banca si sia sciolta senza che nessuno prendesse contatto con l'Uss, visto che a livello nazionale Asib e Uss collaborano. Temo che il settore bancario metterà molti suoi dipendenti in grosse difficoltà nei prossimi 10 anni. E con molta preoccupazione dico che se c'è un settore in cui il personale dovrebbe pensare a difendere i suoi interessi in modo un po' più marcato e meno individuale è proprio quello bancario.
Nel 2009 si voterà di nuovo per confermare gli accordi bilaterali. Sarà un dibattito impegnativo anche per l'Uss.
Sicuramente. Il bilancio finora è in chiaro-scuro. Devo dire che se alcuni traguardi in ottica sindacale sono stati raggiunti è anche grazie alle misure di accompagnamento. Ed è anche vero che i bilaterali hanno permesso di dinamizzare il mercato e la nostra economia. Qualcosa di positivo dunque c'è certamente stato. Il grosso problema però sono i tempi e le modalità di attuazione degli accordi bilaterali. È una questione che dobbiamo gestire al meglio, combatterla non si può. Credo quindi che l'Uss non si potrà opporre alla conferma dei bilaterali. Noi dovremo batterci per far applicare le misure d'accompagnamento e per rafforzarle.
Sul tappeto c'è l'iniziativa popolare dell'Mps per un salario minimo generalizzato di 4 mila franchi al mese. Saverio Lurati, pare di capire che l'Uss l'appoggerà.
Questa iniziativa mira in alto, ma ha il grosso pregio di far discutere il canton Ticino sulla questione salariale. Una discussione di fondo che abbiamo mancato quando è passata in parlamento l'iniziativa del Ps sul medesimo argomento. Il dibattito suscitato da questa nuova iniziativa dovrà essere il trampolino di lancio per una serie di azioni sindacali a sostegno dei salari.
Intanto però agli statali non è stato riconosciuto il rincaro.
La mancata concessione del carovita nel settore pubblico è un errore strategico: il Cantone deve essere di esempio anche all'economia privata. Ma c'è un altro problema, cioè che nel dibattito politico la fiscalità sia completamente stata slegata dalla questione della redistribuzione. In Ticino si deve finalmente tornare a parlare di redistribuzione primaria, quella cioè che si fa attraverso i salari. Il problema è che il territorio pregiato di cui dispone il Ticino è utilizzato per insediamenti produttivi di scarso valore. Se invece avessimo buoni insediamenti potremmo anche avere dei buoni salari, dunque una buona redistribuzione primaria. E questo da un lato aumenterebbe le entrate fiscali, dall'altro diminuirebbe i costi sociali a carico dello Stato.
Ma è d'accordo con l'opinione dominante secondo cui per risanare i conti dello Stato urge tagliare sulla spesa o ritiene che i problemi prioritari siano altri?
I problemi prioritari sono altri. Ma dati i rapporti di forza che ci sono in questo cantone dobbiamo anche passare da un risanamento almeno parziale delle finanze cantonali. Altrimenti difficilmente riusciremo ad avere i numeri per affrontare quelli che sono i veri problemi prioritari. E non bisogna dimenticare che sul dibattito politico pende come una spada di Damocle la nuova iniziativa fiscale della Lega, che sarà meglio trattare al più presto per non rimanere nell'ambiguità.
Questo governo aveva addirittura proposto il congelamento del rincaro degli stipendi per i dipendenti pubblici sui prossimi quattro anni. Il Gran Consiglio ha ridotto la misura ad un anno. Davvero questo governo è meglio di quello della scorsa legislatura?
Sulla questione del rincaro il governo ha commesso un errore di valutazione dell'impatto che una misura del genere avrebbe potuto avere anche sull'opinione pubblica. Ma è chiaro che anche dopo aprile questo Consiglio di Stato è un governo di destra o di centrodestra, certamente non di centrosinistra.
Lei sostiene che il Ticino è un cantone con ottime infrastrutture ma con insediamenti economici che non sono all'altezza. Di chi è la colpa?
C'è una sorta di connivenza di un certo mondo finanziario e industriale del cantone a cui andava bene tutto o quasi. Questi insediamenti che creano poco valore aggiunto hanno comunque permesso di creare buoni utili per gli azionisti, e questo andava bene sia alle banche, che agli amministratori delle imprese che a tutta la rete di fiduciari e consulenti che gravita attorno. Perché tutti ci guadagnavano anche sulle spalle di lavoratori e lavoratrici pagati 2 mila franchi al mese. È dunque ora che i vantaggi territoriali che offre il Ticino siano messi a disposizione di molte più persone attraverso l'insediamento di attività produttive ad alto valore aggiunto, di nicchia e in stretta relazione con il mondo della ricerca.
L'Uss s'è posta come priorità la lotta alla precarietà. Concretamente?
È un problema molto presente ma sottovalutato in Ticino. Ancora in questi giorni quando si dice che 11 mila persone non riescono a pagare i premi di cassa malati si dice che ci sono degli abusi. Per affrontare la questione del precariato bisogna prima aumentare i salari minimi. Poi bisogna dare una rete sociale a chi ha in certe fasi delle vita non riesce a percepire un reddito sufficiente, in modo da dare a queste persone un minimo di continuità. Perché il problema è che chi è precario oggi avrà grossi problemi anche in futuro, in particolare al momento della pensione. In terzo luogo, sul piano dell'azione sindacale bisogna avere un contratto collettivo per le agenzie interinali a livello nazionale che fissa dei salari minimi (3 mila franchi) e degli standard minimi di protezione.

Pubblicato

Venerdì 11 Gennaio 2008

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