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Per i salari non è mai il tempo

di

Silvano Toppi

Dopo un anno e mezzo, eccoci con la crescita bruscamente interrotta, ci si annuncia dalla Berna federale. Sarà una piccola percentuale di calo dopo lo zero (meno 0,2), ma un poco ci si allarma, rassicurandoci però che non è ancora recessione (la quale entrerebbe in discussione dopo due trimestri negativi di seguito). Ci si spiega tutto, nel comunicato, e qua e là dai vari esperti, con una serie di ambivalenze dette, non dette o sottintese.


Il motivo è che dipendiamo molto dal commercio con l’estero, soprattutto con l’Europa. Se l’economia va meno bene da quelle parti, non ne siamo immuni e ne subiamo subito il contraccolpo. La prova del nove è che persino la grande e prospera Germania, nostro principale sbocco commerciale, segna un calo nella crescita della stessa identica misura della Svizzera. Dipendiamo troppo, quindi, e non ne possiamo fare a meno. E pensare che c’è chi persiste nel pensare, proponendo iniziative a getto sovranista, che siamo talmente forti ed unici che non abbiamo bisogno di nessuno e potremmo finalmente mettere l’Unione europea con le spalle al muro se solo lo volessimo. Non lo fanno però per difendere lavoro e lavoratori, come si dovrebbe. Lo fanno solo per avversione ideologica, per cercare un capro espiatorio delle proprie irrazionalità, per inganno elettoralistico che rende sempre.


Altro motivo, si aggiunge, è che le economie domestiche consumano meno, hanno posticipato gli acquisti importanti a causa dei salari reali e quindi del potere d’acquisto solo «in timida progressione», come dice pudìco l’annuncio ufficiale del Segretariato dell’economia. Anche le amministrazioni pubbliche consumano meno, le loro spese sono in netto calo, così come sono stagnanti gli investimenti in infrastrutture (nonostante che il bilancio della Confederazione chiuda con maggiori entrate che attirano invece, come le mosche, richieste di sgravi fiscali). Qui, a dire il vero, si rasenta un poco l’assurdo. Se è vero, come è vero, che il consumo interno rappresenta il 65 per cento del prodotto interno lordo (quindi, in termini spicci, della crescita di ricchezza creata nel paese in un anno), dovrebbe essere innanzitutto la disponibilità di reddito a sostenere la domanda economica calante; disponibilità attraverso una più giusta rimunerazione del lavoro salariato, una priorità al reddito da lavoro (che è poi quello più destinato alla spesa) che non alla speculazione finanziaria, una ridistribuzione della ricchezza da parte dell’ente pubblico (interventi sociali, assicurativi, assistenziali ecc.). La tendenza dominante è piuttosto il contrario di tutto questo. Persistendo con una politica fiscale accentratrice di ricchezza.


Se in fine si approfitta per drammatizzare come causa del crollo dell’esportazione dell’industria manifatturiera o dell’energia o di altri settori come l’industria farmaceutica, la minor competitività internazionale, l’occasione di travestire il fatto negativo non va persa. Dapprima perché è imperativo contenere i prezzi o ridurli. E lo si può fare mantenendo i salari reali bassi, puntando su minori costi del lavoro e sulle ristrutturazioni (licenziamenti) o manovrando per un minor lavoro retribuito (precarizzazione, automazione, robotizzazione). Poi perché mantenere l’allarme di possibile recessione deve togliere respiro a ogni irrealistica idea dei sindacati di chiedere aumenti salariali. Non è proprio il tempo, pena la disoccupazione. Anche se si sa che per i salari non è mai il tempo, o per la disoccupazione o per l’inflazione.

Pubblicato

Mercoledì 5 Dicembre 2018

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