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Per graziare la natura ferita

di

Maria Pirisi
Assediato dall’inquinamento atmosferico, percorso in lungo e in largo da cicatrici d’asfalto e invaso da insediamenti commerciali, la natura del Mendrisiotto e del Basso Ceresio boccheggia. Stretti tra queste morse, gli ultimi bastioni verdi accolgono un patrimonio faunistico importante per tutto l’ecosistema del territorio ma che – negli ultimi anni – è sottoposto ancora ad un altro pericolo, quello della caccia. A distanza di un anno dalla petizione lanciata contro l’apertura della caccia al camoscio sul Monte Generoso (che aveva raccolto ben 13 mila firme), lo stesso gruppo di strenui difensori del patrimonio naturalistico della regione ritorna alla carica con un’iniziativa ancora più radicale che chiede di bandire tutta l’attività venatoria sul Mendrisiotto e sul Basso Ceresio. Ed eccolo di nuovo il camoscio (la cui caccia è stata riaperta nel 2004 dopo 30 anni di bandita) a simbolo di un equilibrio precario di un patrimonio naturalistico che rischia di ricevere il colpo di grazia. Di fronte ad un territorio gravato da numerosi problemi d’urbanizzazione e inquinamento, ecco che l’azione mossa da un gruppo di cittadini prende «il carattere di una piccola forma di resistenza popolare». Sorride l’architetto Tita Carloni, rappresentante dei promotori dell’iniziativa, nel dare questa definizione del gruppo. «La nostra iniziativa – ci dice – non è radicale come si potrebbe presumere. Ciò che in sostanza chiediamo è la modifica dell’articolo 4 della Legge sulla caccia, una pianificazione cioè dell’attività venatoria da effettuare con criteri scientifici che tengano conto delle esigenze di protezione dell’ambiente e della natura. Non è un caso che l’iniziativa non sia partita da animalisti ma da comuni cittadini, un gruppo di amici persuasi che salvando il naturale equilibrio dell’ambiente si salvi anche la qualità della vita dei suoi abitanti che di quei polmoni verdi hanno un vitale bisogno. Anche l’azione in difesa del camoscio non è stata altro che la cartina di tornasole di un disagio molto più profondo della popolazione sull’assetto del loro territorio. Un disagio che la gente ha manifestato sull’inquinamento di Mendrisio-Chiasso, sulla bretella di Rancate e di Besazio e sta manifestando sulla superstrada di Stabio e, nel nostro caso, sulla salvaguardia di quel poco che resta degli animali selvatici.» Sostenuta da Pro Natura Ticino, il Wwf della Svizzera italiana, Sos Mendrisiotto ambiente, Medici per l’ambiente e le Società di protezione animali di Bellinzona e Lugano, l’iniziativa richiama dunque l’attenzione sul destino di un ambiente sempre più vampirizzato dalla presenza e dall’attività umana e a cui Carloni, architetto profondamente innamorato della natura, guarda con viva preoccupazione. «Ciò che vedo – afferma – è un fondovalle eroso da centri commerciali, posteggi, strade, depositi, inframmezzato solo qua e là da qualche misero resto di quello che un tempo era stato il paesaggio predominante. Vedo i pendii pedemontani, ridotti ad un puzzle di case e casette unifamiliari e il bosco aumentare sui versanti alti. Se non poniamo un freno a questo caos, dopo gli animali saremo noi a pagarne le conseguenze. Gli animali fungono da indicatori del delicato equilibrio della biodiversità e di un ecosistema dal quale non possiamo prescindere perché come uomini ne siamo parte integrante.» A riprova che in un territorio possono convivere animali selvatici e coltivazioni (in questo caso i vigneti che insieme costituiscono il principale distretto viticolo del Cantone), i promotori nel loro opuscolo d’accompagnamento all’iniziativa, portano l’esempio di Ginevra dove la caccia è stata bandita nel 1974. C’è da chiedersi se il parallelo fra Mendrisiotto e Ginevra possa reggere. «Regge. Le due realtà – risponde Carloni – hanno molti punti in comune, dall’alta densità della popolazione per chilometro quadrato ai numerosi vigneti presenti sul territorio. Nell’affrontare il tema della caccia, noi partiamo da una premessa fondamentale e cioè che il Ticino non è tutto uguale e che quindi anche le regole, diritti e doveri, dovrebbero tenere conto della diversità del territorio. Detto questo siamo coscienti che vi sono dei problemi nel Mendrisiotto e nel Basso Ceresio e uno di questi è la proliferazione invadente del cinghiale (peraltro introdotto dagli stessi cacciatori tempo addietro) che minaccia le colture e contro il quale è necessario prendere dei provvedimenti. Noi chiediamo che, come succede a Ginevra, i piani di risanamento della fauna si attuino mediante una gestione scientifica della caccia ad opera di figure professioniste, siano essi guardiacaccia o cacciatori scelti. Per proteggere inoltre le viticolture, che negli ultimi anni si sono estese oltremisura verso i il bosco, si potrebbero individuare le zone più vulnerabili e provvedere con adeguate recinzioni, sull’esempio di Ginevra.» Premesse, queste, che secondo gli iniziativisti fanno sperare in un successo della loro proposta. «La nostra iniziativa – interviene il nostro interlocutore – va oltre l’intransigenza anticaccia nuda e cruda e riconosce che la Legge attuale fondamentalmente è buona ma va raffinata e adeguata ai tempi. Il che significa tener conto di quelle zone con caratteri geografici e biologici molto precisi, vale a dire del Monte San Giorgio inserito nel patrimonio dell’Unesco, del Monte Generoso che potrebbe essere candidato a far parte del parco naturalistico sopranazionale e quindi della vicina Val d’Intelvi (prossimità di Como, ndr). Noi speriamo che il Gran consiglio accolga la nostra iniziativa oppure faccia una controprogetto accettabile (e in questo caso siamo disposti a ritirare l’iniziativa). Dovessero naufragare queste due opportunità, resterebbe la votazione popolare a cui non vogliamo arrivare a tutti i costi.»

Pubblicato

Venerdì 13 Maggio 2005

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