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"Per Natale ho poco da festeggiare"

di

Maria Pirisi
Loro sì, il Natale lo sentono arrivare. Eccome. Arriva con molto anticipo e sempre dall'alto, sotto forma di un carico lavorativo in più. Quell'alto che non sta per qualcosa di celestiale ma di prosaici ordini, disposizioni e richieste che ricadono a cascata sulle loro teste di addetti alla vendita. Il rito orgiastico dello shopping si traduce per loro in un bagno di stress. Cosa significa per i lavoratori di questo settore il periodo prenatalizio? Ce lo siamo fatti raccontare da alcuni impiegati alle vendite di grandi magazzini e supermercati che, in prima persona, sperimentano il carico di un periodo particolarmente difficile. «Diciamo che per noi il periodo prenatalizio è cominciato molti mesi prima delle festività. I nostri superiori ci pressano con le richieste di maggiore professionalità. Vogliono che siamo più gentili, sorridenti e accondiscendenti verso i clienti. E soprattutto flessibili, cioè disponibili alle esigenze dell'azienda. E mentre le esigenze aumentano il personale diminuisce sempre più. Constato che quasi tutti hanno un carico d'ore che supera, di regola, l'orario prestabilito. Ciò che mi ha colpito è che solo pochissimi, fra noi, sono assunti a tempo pieno. Tutti gli altri lavorano con percentuali basse, in genere al 30 percento, se non su chiamata. Questo fa sì che si sia un ricambio di personale incredibile. Moltissimi, anzi moltissime, sono frontalieri». A parlare è Loredana*, responsabile regionale delle cassiere per una catena di grandi magazzini. Nel suo campo, quello degli alimentari, la flessione delle vendite (di cui si lamentano i commercianti di questo periodo) non si sente proprio. «Assolutamente. – conferma – Corriamo da una parte all'altra senza sosta tutti i giorni. Questo ci costringe a ritmi serrati ed è facile che in queste condizioni anche l'ambiente lavorativo si deteriori. Siamo stanchi, e quindi nervosi, e questo rende tutto più difficile. Senza contare la competitività, stimolata dai capi che ci danno obiettivi sempre più impegnativi». «Certo anch'io, nel mio piccolo, sono un capo e ho la responsabilità su un gruppo di dipendenti ma cerco di farlo nel maggior rispetto possibile. Però mi rendo anche conto che che se voglio restare al mio posto devo comunque anch'io pretendere e dare ordini. Insomma sopra tutti noi c'è la ditta e le decisioni ricadono a cascata: le pressioni che io ricevo le riverso a mia volta su chi sta sotto di me, anche se non voglio. Perché io stessa in questo caso sono parte di un ingranaggio che fa marciare l'azienda». Loredana è single ma capisce il carico che molte delle sue colleghe si devono assumere, soprattutto adesso che si chiede loro molto, moltissimo. «Vedo tantissime donne – racconta – che, finito il lavoro da noi, devono correre a casa per sobbarcarsi tutta una serie di compiti famigliari. Spesso sono sole ad allevare i figli, perché divorziate o vedove e io, quando posso, cerco di agevolarle con i turni ma non sempre riesco a fare granché». Annalisa, ventinovenne, dice di vivere una situazione lavorativa meno "opprimente". È assunta a tempo pieno come venditrice qualificata in un grande magazzino del Locarnese. Sono oltre dieci anni che lavora nello stesso reparto e nello stesso negozio. Anche lei trova che quest'anno il periodo natalizio si presenti in modo anomalo. «Tutti abbiamo notato – dice Annalisa – che non c'è la ressa degli altri anni. Anche se la pressione dall' "alto" aumenta comunque. E manca, come in molti altri grandi magazzini o supermercati, il personale. Io dovrei essere al lavoro alle 8.30 ma poi va a finire che spesso arrivo sul posto già alle 6.45. Nessuno teoricamente mi obbliga ad essere così in anticipo, poi però si esige che tutte le cose siano a posto entro le 11.30. Insomma è un modo mascherato per ottenere ciò che vogliono». Col tempo ha dovuto mettere da parte il suo essere "qualificata" per adattarsi a svolgere le mansioni più diverse: servizio clienti, spedizione merci, ordinazioni, cassa, contabilità, pulizia del negozio. «Praticamente oggi – racconta Annalisa – ognuna di noi fa il lavoro di tre persone. Una volta ci sentivamo più valorizzate. Per esempio, potevamo esporre la merce secondo il nostro gusto, oggi invece ogni minimo spostamento è controllato. Tutto deve corrispondere a delle precise direttive, sempre più assillanti». C'è un'altra cosa che ferisce Loredana: il poco rispetto dei clienti. Soprattutto in questo periodo di frenesia prenatalizia. «Vedo spesso – ci dice – cassiere trattate con sgarbataggine e sono solo pochi coloro che ci dicono "grazie" o "Buon Natale". Tutto questo insieme di cose fa sì che quando poi arrivo alla vigilia mi sento spesso nauseata. E non vedo l'ora che le feste passino. Quest'anno poi al 31 dicembre mi spettano le chiusure e so che finirò, se tutto va bene, alle 20. Pensi con che voglia andrei ad un cenone! E immagini me che, dopo una giornata logorante, torno a casa e mi metto tutta bella pimpante a prepararmi il cenone!». Ritmi serrati e la giornata prosciugata al lavoro non lasciano molto spazio per i rapporti sociali. «Questo succede anche d'estate – specifica Loredana – quando al sabato chiudiamo al pubblico alle 18. Come vuole che si coltivino i rapporti sociali se quando arrivi a casa hai solo voglia di metterti a dormire?» A volte la situazione è insopportabile ma bisogna ingoiare. Cambiare lavoro quando ci sono troppe cose che non vanno? Non è facile trovare un altro impiego e ricominciare. Ad Annalisa, poi, se c'è una cosa che la trattiene dal cambiare lavoro è proprio l'ambiente. «Mi ritengo fortunata – dice Annalisa – perché ho un bel rapporto con le colleghe. Siamo solidali e cerchiamo sempre di darci una mano. Questo rende tutto più sopportabile. Io, d'altronde, sono single e quando posso cerco di agevolare le altre che hanno figli e sono frontaliere». Sembra, in un primo momento, un quadro con solo qualche ombra. Poi Annalisa si lascia andare. «A dire la verità mi porto dentro una bella frustrazione perché, sballottati come siamo da un ruolo all'altro, non riesco a fare bene il mio lavoro. Poi ai nostri capi tutto sembra dovuto: mai che ci sia una parola di incoraggiamento o di riconoscimento per quello che facciamo». Il problema è che, dando in cambio poco o niente, le richieste dell'azienda sono davvero assurde. Con l'implicito ricatto "o mangi questa minestra o salti dalla finestra", Annalisa si è trovata ad accettare condizioni che per un anno hanno pesantemente condizionato la sua vita privata. «Mi avevano chiesto di fare un corso interno di formazione per migliorare la mia posizione. Quando ho detto che non ero interessata mi è stato fatto capire, con minacce velate, che rifiutando avrei rischiato di essere trasferita in una succursale sperduta. Volente o nolente ho dovuto accettare… Così, per un anno ho passato i miei giorni liberi a frequentare i corsi e a fare i "compiti". La mia vita sociale è andata a farsi benedire ma almeno ne avessi ricevuto qualcosa in cambio! La morale è che mi hanno promosso ad assistente caporeparto ma in sostanza continuo a fare quello che facevo prima. L'aumento? Una vera presa in giro: 50 fr. in più (36.40 franchi netti) per un totale di 2'800 franchi netti al mese e con 80 ore da recuperare!» «È sicuro che se vorranno farmi fare una altro corso di formazione, preferisco correre il rischio di un trasferimento chissà dove piuttosto che rinunciare ad un'altra fetta della mia vita! » I desideri ci sono ma rimangono spesso inesauditi sotto l'albero natalizio. Loredana vorrebbe che aumentasse il personale. «Ci sentiamo spremute come i limoni – afferma – e le mie dipendenti quando, per ordini superiori, le sollecito mi rispondono: "ma noi più di cosi, cosa possiamo fare?". Così mi ritrovo tra l'incudine e il martello… Se si potesse lavorare con meno affanno, anche i rapporti fra noi migliorerebbero». «Rispetto ad altre situazioni – interviene Annalisa – la mia non è poi così male. Vorrei, ripeto, che il nostro lavoro venisse riconosciuto e retribuito in modo adeguato. Non si può dare tanto e ricevere così poco…». Giordana invece, gerente di un piccolo supermercato del Bellinzonese, è cosciente che la sua esperienza rappresenta una sorta di isola felice nel settore. «Forse molto dipende dal fatto – ci dice Giordana– che la nostra è una realtà molto piccola e di pochissimi dipendenti, il che facilita molto l'organizzazione del lavoro e i rapporti umani. Visto poi che sono io a gestire il negozio, cerco sempre di andare incontro ai miei dipendenti, di tener conto delle donne che sono impegnate anche con la famiglia e i figli. Malgrado tutto ciò, anche per noi il periodo prenatalizio è particolarmente impegnativo dal punto di vista lavorativo. Certo, non è che alla fine del mese ho mille franchi in più di stipendio rispetto agli altri, ma in compenso opero in un ambiente lavorativo dignitoso e del quale non posso davvero lamentarmi!» La situazione di Giordana rappresenta un'isola lontana per Ubaldo, macellaio in un grande supermercato del Luganese. Lui sente sulla propria pelle lo stress e la stanchezza di ritmi lavorativi diventati più serrati. «Sono tantissimi anni – ci racconta – che lavoro nello stesso posto ma mai come negli ultimi periodi sentiamo sulle nostre spalle il peso della crisi. Siamo sempre più sollecitati, aumentano le pretese dei nostri datori di lavoro. La crisi generale di posti di lavoro fa sì che diventiamo più esposti allo sfruttamento. Dobbiamo essere sempre più disponibili e accettare senza fiatare orari e condizioni imposte dall'alto». Quest'anno però la frenesia delle compere prenatalizie, secondo quanto osservato da Ubaldo, si sente meno. «Certo – spiega – tutti si lamentano di un calo degli affari. Ma nel mio settore, quello alimentare, non c'è calo anche se di solito il picco delle vendite lo si ha nei giorni immediatamente precedenti le feste. Lì si lavora in apnea e quando la sera si ritorna a casa non sia ha più la forza per niente. Tra l'altro, io in questo periodo faccio 41 ore in sei giorni e temo che questa situazione eccezionale presto diventi la regola. Senza considerare che oggi essere sul bancone di vendita è sempre più difficile. La clientela è diventata molto esigente, i nostri capi sempre più pressanti e noi facciamo fatica ad esprimere al meglio la nostra professionalità. È facile allora che ci sentiamo frustrati, il che complica il rapporto tra colleghi. Insomma è come una catena difficile da spezzare». Se dovesse chiedere qualcosa a Babbo Natale sarebbe la soppressione del Natale… «È una festa che da un po' di anni – conclude – mi dà fastidio, anche perché tutti ti vorrebbero sorridente e tu invece ti presenti nervoso, prosciugato di ogni energia. A Capodanno c'è poco poi da stare allegri. Ricordo che il 31 dicembre dello scorso anno ero ancora sul posto di lavoro fino a tardi. A quel punto, quando stacchi, l'unica voglia che ti resta è quella di dormire. Cosa desidero per il Nuovo Anno? Un po' più d'umanità. Sul lavoro». * Tutti i nomi dei lavoratori sono di fantasia e i nomi dei luoghi di lavoro sono stati omessi o modificati per tutelare gli intervistati.

Pubblicato

Venerdì 20 Dicembre 2002

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