Non proprio, ma quasi. La manifestazione di questo fine settimana in difesa della sicurezza sociale degli anziani è sacrosanta. Non si deve abbassare la guardia. Ma neppure prendere lucciole per lanterne. Couchepin è una “grande gueule”. Quando parla sembra che annunci rivoluzioni. Molti reagiscono denunciando la «demolizione dello stato sociale». È un’abitudine che risale alla fine degli anni ’70, quando le politiche della Thatcher e poi di Reagan hanno trovato orecchie un po’ troppo attente anche alle nostre latitudini. Ma perché – come ripeteva Ruth Dreifuss – non essere fieri di aver superato questi decenni con lo stato sociale indenne e persino potenziato? Nel 1970, le spese sociali ammontavano a 11 miliardi di franchi., nel 1990 a 63, nel 2000 a 113, nel 2001 a 120. Sono aumentate molto di più della popolazione, dei prezzi e della ricchezza prodotta: rispetto al Pil (Prodotto interno lordo), le spese sociali sono salite in trent’anni dall’11,9 per cento al 28,4 per cento. Nel 2000, le nostre spese sociali per abitante sono inferiori solo a quelle della Norvegia e della Danimarca e superano nettamente la media dell’Unione europea. Le spese complessive a favore della vecchiaia sono di 49 miliardi nel 2001, contro 26 nel ’90 e 4 nel ’70. Ma torniamo a Couchepin. Nel suo famoso incontro con i giornalisti all’Ile Saint-Pierre, ha prospettato, per il sistema dei tre pilastri, qualche «ritocco ragionevole»: criticabile proprio perché «ritocco» e non vera riforma. Occupiamoci della proposta più discussa: ritardare l’età di pensionamento a 67 anni (come oggi in Norvegia e in Danimarca) entro il 2025. Dal 1960, la speranza di vita a 65 anni è aumentata di 3,9 anni per gli uomini e di 5 anni per le donne (oggi gli uomini vivono in media 16,8 anni dopo il pensionamento e le donne 20,2 anni: entro il 2025, 2 anni in più). La proposta di Couchepin è timida e conservatrice e non risponde ai tre fenomeni seguenti. La speranza di vita al pensionamento è molto meno importante per gli operai che per gli impiegati o i professionisti: una medesima età di pensionamento per tutte le categorie professionali è ingiusta. Le possibilità individuali di lavorare in età avanzata sono molto diverse: occorre un sistema equo di pensionamento flessibile, accessibile a tutti. Già oggi il 35 per cento degli uomini e il 20 per cento delle donne ricorre al pensionamento anticipato perché escluso dal lavoro a causa delle politiche molto selettive dei datori di lavoro: ma non si vede all’orizzonte una politica coerente del mercato del lavoro, dell’orario e dell’organizzazione del lavoro,dell’assicurazione contro la disoccupazione, dei costi della previdenza professionale (che aumentano con l’età dei lavoratori e discriminano dunque i meno giovani). Per questi e altri motivi, i «ritocchi» di Couchepin non sono accettabili.

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19.09.03

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