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Pensioni, ritorno all'800

di

Generoso Chiaradonna
Economisti, governanti e industriali continuano a ripeterci in tutti i modi e in tutte le salse che i sistemi previdenziali europei - compreso il nostro - sono sull’orlo del collasso finanziario, della sostenibilità sociale e che senza riforme strutturali un giorno diventeremo, forse, tutti più poveri. Nella vicina Italia la riforma previdenziale pensata dal governo Berlusconi ed annunciata Urbi et Orbi a reti unificate, come vuole la “moderna telecrazia”, la scorsa settimana ha già portato in piazza più di un milione e mezzo di lavoratori. Ed era solo la prova, un anticipo, di quello che sarà lo sciopero generale di venerdì prossimo. Il secondo sciopero da quando Berlusconi è presidente del consiglio e il primo proclamato congiuntamente dalle tre principali sigle sindacali. In tutta Europa serpeggia la tensione sociale su questi temi. Francia, Austria, Germania hanno riformato o stanno tentando di riformare i loro sistemi previdenziali con gli inevitabili scontri tra governi e sindacati. In Svizzera la discussione è stata lanciata, nel pieno dell’estate e rozzamente, dal consigliere federale Pascal Couchepin. Questi signori ci rinfacciano, in poche parole, di campare troppo dopo la fine del periodo lavorativo e di riprodurci poco durante quel periodo. «Bisogna correre ai ripari il più in fretta possibile se non vogliamo ritrovarci senza reddito in vecchiaia», ci urlano per spaventarci. Il pericolo di cui si parla è effettivamente reale o almeno così appare a prima vista. Le piramidi della popolazione, strumenti con i quali i demografi ci dicono esattamente quante persone ci sono in ogni singola fascia d’età, non sono più tali. Più che a piramidi, somigliano ad alberi panciuti. Comunque sia, questi strumenti ci dicono senza mezzi termini che se la popolazione crescerà ai ritmi attuali, cioè lentissimi, entro il 2030 si verificherà la cosiddetta “gobba” previdenziale. Tutto ciò vuol dire che la generazione che attualmente si trova tra i 30 e i 40 anni, nel 2030 dovrà poggiare su una base sociale attiva più piccola. Il rimedio per invertire la tendenza è ovvio: accrescere tale base anche con l’immigrazione o aumentare i contributi sociali. Il rimedio proposto dagli autorevoli economisti, ministri e industriali è però ottocentesco: aumentare l’età pensionabile di uno o due anni. Di concetti quali la produttività del lavoro, dell’innovazione tecnologica, non si parla più. Eppure l’aumento della produttività del lavoro vuol dire semplicemente aumento del reddito e quindi, indirettamente, aumento di quella base su cui poggerà il sessantacinquenne del 2030.

Pubblicato

Venerdì 31 Ottobre 2003

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