< Ritorna

Stampa

 

Pensioni, quel pasticciaccio

di

Loris Campetti
Maledetti lavoratori, ancor più maledetti se anziani. Sono la causa di tutti i mali, egoisti perché vogliono andare in pensione troppo presto rompendo il patto generazionale, svuotando le casse dello stato e compromettendo le pensioni future dei loro figli condannati alla precarietà nel lavoro, nella vita, nella vecchiaia.

Questa cantilena di antica data è stata uno dei motori dei cinque anni di governo Berlusconi. Alla destra si devono l'iniqua legge Maroni che prevede un innalzamento di colpo dell'età pensionabile di tre anni (lo "scalone"), a partire dal 1 gennaio del 2008 e l'ancor più iniqua legge 30 che penalizza qualità e stabilità del lavoro introducendo flessibilità a go-go. Contro questa svolta liberista che ha ampliato a dismisura le disuguaglianze sociali, si sono mobilitati l'intera sinistra e gran parte del sindacato, dando ossigeno a un movimento sociale a cui si deve la vittoria del centrosinistra alle elezioni dello scorso anno. Al dunque, quando l'opposizione è diventata maggioranza e il governo è passato di mano, il programma comune dell'Unione è diventato, se non carta straccia, variabile dipendente delle "leggi" degli organismi finanziari internazionali, della litigiosità del centrosinistra, della subalternità ai poteri forti che, Confindustria in testa, continuano a dettare le regole del gioco. Così, da un anno va avanti lo scontro tra le varie anime del governo Prodi sulle priorità della politica economica e sociale. La legge 30 può essere mitigata con l'eliminazione delle parti più odiose e una spruzzata di ammortizzatori sociali, la Maroni riaggiustata sostituendo lo scalone con qualche scalino per ottenere lo stesso risultato in un arco di tempo più lungo. Il furto pensionistico, insomma, potrebbe essere rateizzato. Questa è la filosofia dell'anima nera del governo Prodi, il ministro dell'economia Padoa Schioppa che si presenta al confronto con i sindacati con i diktat dell'Ue e del Fondo monetario. Il ministro del lavoro Cesare Damiano tenta una mediazione con qualche concessione, la sinistra cosiddetta radicale chiede invece che le rivendicazioni sindacali vengano accolte, anche per ragioni squisitamente politiche: ricostruire un rapporto con i lavoratori dipendenti e i giovani precari che dal primo anno di governo "amico" non hanno ottenuto alcun risarcimento. Tanto più che l'esecutivo ha a disposizione un "tesoretto" di oltre 10 miliardi di euro, frutto delle maggiori entrate fiscali. La sinistra chiede che venga utilizzato a vantaggio delle classi più penalizzate dalle politiche berlusconiane, Padoa Schioppa e la parte maggioritaria del governo pretendono di dirottarne i tre quarti alla riduzione del debito pubblico.
Ma qual è la situazione reale dei conti italiani? Innanzitutto bisogna dire che negli ultimi 5 anni è diminuita di 4 punti la percentuale dei pensionati rispetto agli occupati, da 75 a 71. È vero che la popolazione invecchia con l'allungamento dell'età di vita, ma è in atto un riequilibrio dei conti che suggerisce una cosa molto semplice: aumentare l'occupazione per aumentare l'afflusso di danaro nelle casse dello stato. Tanto più che da noi il tasso di occupazione è salito del 58,4 per cento contro il 67,5 per cento degli altri paesi europei, a parità di periodo considerato. Seconda considerazione: si dice che le leggi previdenziali italiane sono le più lassiste ma non si dice che l'età effettiva in cui gli italiani vanno in pensione è più alta che non in Francia o in Germania, tra i 61 e i 62 anni. Terza considerazione: è vero che i conti previdenziali sono in rosso, ma solo perché in Italia si mettono sullo stesso calderone previdenza e assistenza. Se si calcola separatamente la seconda voce, che nulla ha a che fare con il rapporto contributi-spesa pensionistica, i conti tornano in attivo, addirittura per 7,3 miliardi di euro nel 2006 e per 42,5 miliardi negli ultimi 6 anni. Ecco da dove prendere i soldi per eliminare lo scalone di Maroni senza inventarsi gli scalini per diluire lo scippo ai danni di una generazione di italiani che ha iniziato a lavorare in fabbrica a 16 anni e che "pretende" di godere della pensione dopo 35 anni di attività e contribuzione a partire dai 57 anni di età. O le sinistre risponderanno positivamente a questa rivendicazione, oppure il loro rapporto con i lavoratori dipendenti diventerà ancor più precario di oggi. E già oggi, non solo nel nord, l'affezione delle tute blu per le forze di sinistra è solo un ricordo del passato.

Metà delle lavoratrici non arriva a mille euro

Analizzando la distribuzione dei redditi (con l'aiuto dei dati forniti dalla Banca d'Italia), si scopre che negli anni berlusconiani il reddito familiare è cresciuto del 2 per cento, poco ma soprattutto in modo asimmetrico: tra i lavoratori autonomi la crescita è dell'11,7 per cento, tra i lavoratori dipendenti è addirittura scesa del 2,1 per cento. Insomma, è aumentata a dismisura la forbice e dunque l'ingiustizia sociale. Il 10 per cento dei più poveri ha percepito il 2,6 per cento dei redditi prodotti mentre al 10 per cento delle famiglie più ricche è andato il 26,7 per cento dei redditi totali, con un rapporto di 1 a 10, e senza considerare le ricchezze patrimoniali, immobili e attività finanziarie possedute. Non basta.
Dall'inchiesta annuale di Mediobanca (come vedete usiamo fonti "non sospette"), risulta che se nel 1974 il 74 per cento della ricchezza prodotta andava al lavoro, nel 1996 la quota scendeva al 53 per cento e, nel 2005, sprofondava al 48 per cento. Nello stesso arco di tempo la quota dei profitti è balzata dal 2 al 16 per cento e la spesa per il pagamento degli oneri finanziari è scesa dal 18 al 10 per cento. Veniamo alla consistenza dei redditi dei lavoratori dipendenti. Il 68,6 per cento guadagna meno di 1'300 euro al mese, solo il 16 per cento supera i 1'500. Addirittura, il 48,9 per cento delle lavoratrici non arriva ai mille euro al mese, mentre i giovani al di sotto dei 24 anni guadagnano in media 788 euro. Questi numeri smentiscono l'esistenza di un'emergenza pensionistica e indicano invece alcune strade possibili, alternative alla macelleria sociale.
Avviare un riequilibrio, un risarcimento ai soggetti che in questi anni sono stati più colpiti. Insieme, approfondire la lotta contro l'evasione fiscale che in Italia, come ammette persino la Confindustria, ha raggiunto livelli criminali. Infine, allargare l'area della contribuzione riducendo il lavoro nero e grigio e regolarizzando i lavoratori immigrati. Ciò fatto, ci sarebbe un modo meno feroce e punitivo di alzare l'età pensionistica: incentivando la permanenza al lavoro senza cancellare la possibilità per chi lo richieda di attaccare al chiodo la chiave a stella.

Pubblicato

Venerdì 6 Luglio 2007

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 2 Dicembre 2021