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Pensioni nel mirino

di

Loris Campetti
Mentre si apportano le ultime correzioni alla bozza finale della Convenzione, base per arrivare a una Costituzione comune dei paesi membri e aspiranti membri dell’Unione europea allargata a Est, su due campi i governi divisi su quasi tutto si muovono all’unisono, a prescindere dal loro segno politico. Destre e sinistre di governo, infatti, hanno individuato gli stessi campi di battaglia per affrontare la crisi di economie ancora eterodirette dal dollaro e dalle politiche statunitensi e tentare di risanare i conti pubblici: il superamento della cultura keynesiana, con la progressiva messa in mora del modello sociale europeo basato sul welfare state, e l’attacco ai sistemi previdenziali a partire dalle pensioni e dal loro passaggio dal pubblico al privato e dunque ai capricci del mercato, regolatore universale anche della qualità della nostra vecchiaia. Ci sono paesi in cui prevale l’attacco al welfare; è il caso della Germania – riunificata ma non nei diritti che nell’ex Ddr scarseggiano come i posti di lavoro e i salari – della Gran Bretagna e dei paesi nordici. L’attacco al sistema pensionistico, invece, segna il conflitto sociale e politico in Francia, in Spagna, in Austria, in Grecia. Ci sono paesi come l’Italia, poi, dove l’attacco è contemporaneamente al welfare, ai diritti individuali e collettivi e alle pensioni. Un discorso a parte meriterebbero i paesi dell’Est, i nuovi e più fedeli alleati degli Usa, vittime dall’89 delle ricette economiche imposte dal Fondo monetario, dalla Banca mondiale e dall’Omc per traghettarli nell’economia di mercato. Nel paese simbolo del welfare, la Svezia, da un anno è stata varata una riforma pensionistica che ha imposto il trasferimento del Trattamento di fine rapporto (quella che una volta si chiamava liquidazione) nei fondi pensioni. In un anno, in seguito alla crisi pesantissima delle borse, i risparmi dei lavoratori svedesi si sono dimezzati. Il paese europeo in cui lo scontro sul sistema pensionistico s’è fatto più aspro è la Francia. Quello di martedì scorso è stato l’ottavo sciopero generale di tutti i dipendenti pubblici in poche settimane, contro l’intenzione del governo Raffarin di unificare il loro trattamento pensionistico a quello dei lavoratori privati. L’eguaglianza cantata dalla Marsigliese la si vuole applicata al ribasso, ma i francesi non ci stanno e intendono comportarsi come quando, otto anni fa, costrinsero il governo di allora, di segno politico ben diverso, a ritirare un analogo provvedimento. Il metodo seguito dal governo di destra è l’aspetto più contestato della riforma previdenziale. Medef (la Confindustria francese) ed esecutivo sono riusciti a imporre il loro progetto ad alcuni sindacati minoritari e a spaccare la Cfdt, fottendosene dell’opposizione della Cgt e di Fo e, soprattutto, della stragrande maggioranza dei lavoratori pubblici. I quali da settimane paralizzano il sistema dei trasporti, fermi autobus, treni, aerei e metropolitane, scuole aperte a singhiozzo così come tutti gli uffici pubblici. L’intero paese è bloccato dagli scioperi e dalle manifestazioni e mentre scriviamo sono addirittura a rischio gli esami di maturità. La lotta si radicalizza per il rifiuto del governo a riaprire una trattativa seria con i sindacati che nella loro maggioranza sono disponibili a rivedere il sistema pensionistico pubblico per rendere più omogenei i trattamenti, ma non sono disposti a subire diktat dall’alto e accordi separati. L’obiettivo del governo è proprio quello di dividere tra loro i sindacati e, soprattutto, i lavoratori pubblici da quelli privati, nonché i dipendenti dagli utenti dei servizi. L’assenza di una seria proposta alternativa a quella del governo da parte dei socialisti rischia di far crescere l’isolamento dei lavoratori pubblici e della Cgt. Nel corso della primavera, si sono succeduti numerosi scioperi generali in molti altri paesi europei contro i progetti dei rispettivi governi di innalzare l’età pensionabile. Così in Grecia, così in Spagna. All’inizio di giugno ha scioperato un milione di lavoratori austriaci, dell’industria e dei servizi. Si è trattato di una delle più estese mobilitazioni sindacali dal secondo dopoguerra. Il governo di centro-estrema destra del cancelliere Wolfgang Schuessel punta alla cancellazione dei prepensionamenti per malati, invalidi e disoccupati, all’innalzamento della base di calcolo delle pensioni all’intera vita lavorativa e all’abbassamento degli indici di incremento. La conseguenza di questa controriforma, denunciata dalla confederazione sindacale Oegb, sarebbe un taglio fino al 50 per cento del valore della pensione, in un paese in cui essa vale mediamente 659 euro per le donne e 1’197 per gli uomini. La forte opposizione popolare ha costretto il governo di Vienna ad avanzare qualche modifica migliorativa del progetto. Italia, il precariato è in agguato Se fallirà il referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori alle aziende con meno di 15 dipendenti, le mosse successive saranno, nell’ordine, la cancellazione per tutti dell’articolo 18 e la riforma delle pensioni. Parola di Silvio Berlusconi e del suo prode scudiero Roberto Maroni. Nella scorsa settimana è diventata legge una parte consistente del Patto per l’Italia, siglato insieme al governo dalla Confindustria e da Cisl e Uil, con l’opposizione della Cgil. La legge varata è in realtà una controriforma (su cui dovremo tornare) del mercato del lavoro che riduce i lavoratori a merce, uomini e donne affittati, comprati e venduti in tutte le forme possibili e inimmaginabili di flessibilità. E ciò fa dire al governo, con qualche ragione, che «l’Italia è diventato il paese più flessibile del mondo», dove flessibile sta per precario. E veniamo alle mosse successive minacciate dal Cavaliere di Arcore. Se il referendum per cui gli italiani sono invitati a votare domenica 15 e lunedì 16 luglio supererà il quorum del 50% degli elettori, nessun dubbio sul suo esito: tutti i sondaggi dicono che il 70 per cento della popolazione è favorevole all’estensione di un diritto fondamentale, quello al reintegro nel posto di lavoro nel caso di un licenziamento ritenuto ingiusto dal giudice. Il referendum è la continuazione logica della battaglia ingaggiata dalla Cgil oltre un anno per difendere questo diritto messo sotto botta dal governo. Logica vorrebbe che l’opposizione, che è uscita vittoriosa dal voto amministrativo di una settimana fa, si pronunciasse all’unisono per il sì. Ma la logica difetta l’Ulivo, come abbiamo ripetuto fino alla nausea su questo giornale. Per non perdere il rapporto (praticamente inesistente) con i padroncini delle piccole aziende e gli artigiani, Margherita e Ds perdono il contatto con la propria base sociale e con il comune sentire dei cittadini. Di conseguenza, il 90 per cento dello schieramento politico italiano, insieme alle organizzazioni padronali, invita a boicottare il referendum e ad andare al mare. A sostenere il sì c’è la Cgil, insieme a Rifondazione comunista, i Verdi, i Comunisti italiani, i sindacati di base, l’associazionismo, l’Arci, i social forum e l’insieme del movimento dei movimenti. Dunque, se le cose andassero sciaguratamente come sperano padroni, governo e maggioranza del centrosinistra, il passo successivo sarà il varo della cosiddetta 848 bis, una legge che prevede la sospensione per tre anni – cioè per sempre – dell’articolo 18 anche nelle aziende con più di 15 dipendenti, consegnando ai padroni la facoltà di licenziare chiunque e per qualsiasi motivo: perché sindacalizzato, perché gay, perché comunista, perché moro, perché in attesa di un figlio, e via di questo passo. Last but not least, la riforma delle pensioni. In realtà, come ripetono da mesi Cgil, Cisl e Uil unite ormai solo su questo punto, in Italia di riforme delle pensioni se ne sono fatte già tre e bisognerebbe dare il tempo al tempo per vederne i risultati. Minacciare ulteriori tagli, innalzamenti dell’età pensionabile e trasferimenti obbligatori del Tfr ai fondi pensione, produce un solo effetto, opposto a quello desiderato: lo stato di insicurezza e di ansia spinge alla pensione anche chi sarebbe disposto a continuare a lavorare per qualche anno, ma teme di perdere tutto e dunque anticipa l’uscita dal lavoro. La partita pensioni non è ancora iniziata, ma si preannuncia un settembre ancora più caldo di questo torrido scorcio di primavera. A meno che il 50 per cento degli italiani non decida di disobbedire a governo, partiti e padroni andando alle urne per votare sì al referendum.

Pubblicato

Venerdì 13 Giugno 2003

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