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Pensioni, la partita entra nel vivo

di

Generoso Chiaradonna
Con una mossa a sorpresa, nel cuore dell’estate, il Consiglio federale, su proposta della Consigliera federale Ppd Ruth Metzler, ha deciso di diminuire il tasso tecnico minimo (dal 4 al 3 per cento) che remunera i fondi delle Casse pensioni. Cioè quella parte del salario che tutti i mesi ci viene detratto e chiamiamo comunemente II pilastro. Una misura che è stata congelata fino alla prima riunione di settembre del Governo e che inaugurerà un autunno caldo dal fronte sindacale se non verrà rivista. Una scelta, quella del Consiglio federale, che sposa perfettamente le ragioni delle assicurazioni private a scapito degli assicurati. Inoltre una decisione che sorprende per velocità e impopolarità. Non si capisce l’incaponirsi del Governo federale su una questione così delicata che rischia di accendere un vero e proprio scontro sociale. Velocità che rischia di sembrare sospetta in un Paese – la Svizzera – dove decisioni simili che toccano il tenore di vita di circa 1,8 milioni di lavoratori, non si prendono senza un’analisi approfondita della situazione, il ricorso a esperti e la consultazione ampia tra forze sociali e politiche. «Tutto questo non è avvenuto – ci dichiara Rita Schiavi, vice presidente del Sei e responsabile del dossier pensioni – e il Consiglio federale ha assecondato il desiderio delle assicurazioni come la Rentenanstalt, che detiene il maggior numero di affiliati (1,2 milioni) nelle fondazioni di previdenza professionale (Lpp – II pilastro), senza nemmeno i dati necessari se non quelli degli assicuratori privati, quindi di parte». Puro lobbying degli assicuratori I sospetti di lobbying, cioè di pressione da parte di gruppi economici organizzati, sono forti anche se Ruth Metzler li ha maldestramente negati: «Normalmente sono i parlamentari il bersaglio dei lobbisti e non i ministri» ha candidamente dichiarato alla stampa per poi ammettere di aver sentito Andreas Leuenberger, presidente del Consiglio d’amministrazione della Rentenanstalt, la sera precedente la decisione del Governo. «A quell’ora mi ero già fatta la mia opinione» ha aggiunto. Ma con quali dati, aggiungiamo noi, se non li avevano neanche i componenti delle commissioni parlamentari interessate? Lo ha denunciato Bruno Frick dello stesso partito di Metzler. Ma questi sono i misteri della politica oscuri ai comuni cittadini, misteri che toccano purtroppo tutti i cittadini-lavoratori. Il rischio che si corre «Ora, la revisione del tasso di rendimento minimo dal 4 al 3 per cento, – ci spiega Rita Schiavi – tocca direttamente le rendite e il capitale garantito dei lavoratori affiliati a un istituto di previdenza del II pilastro. La ”semplice” riduzione del rendimento minimo di un punto percentuale avrebbe ripercussioni notevoli, per chi andrà in pensione tra 20 anni, sulle rendite e capitale di vecchiaia fino al 15-20 per cento. Inoltre bisogna tenere presente che molto spesso i lavoratori immigrati che decidono di rientrare in patria, invece della rendita mensile, preferiscono che gli venga liquidato l’intero capitale. Sarebbe un vero e proprio furto ai danni dei salariati». Quindi la misura, se approvata, toccherà le rendite di chi andrà in pensione tra qualche anno e non chi è già in pensione adesso? «Sì, ma è il principio che conta. Le Fondazioni collettive non hanno mai spiegato chiaramente e in modo trasparente che cosa abbiano fatto con il denaro degli assicurati. Non vorremmo che i futuri pensionati (gli attuali salariati) paghino gli errori dei manager che hanno mal investito i loro soldi». Ecco quale è il problema: le compagnie assicurative, lanciandosi in investimenti sbagliati, hanno sperperato i fondi degli affiliati e non sono in grado di garantire più un rendimento medio del 4 per cento? «È sicuro – commenta la signora Schiavi –. Ci sono state pressioni da parte di alcune compagnie, come la Rentenanstalt/Swisslife, notevolmente in difficoltà per acquisizioni errate (vedasi l’acquisto della Banca del Gottardo rivelatosi completamente sbagliato). Si vuole far pagare ai lavoratori quello che i manager hanno distrutto». Signora Schiavi, come mai è stato fissato un tasso tecnico al 4 per cento? «Nel 1985 – quando il II pilastro è diventato obbligatorio – si è guardato indietro nel tempo per circa 30 anni e si è visto che era una rendita media sul periodo. Ricordo che era un tasso molto prudenziale visto che ci sono stati periodi in cui il tasso delle obbligazioni era molto più alto. C’era anche chi proponeva un tasso flessibile variabile ma non è stato adottato. Il discorso che si è fatto è semplice: si volevano dare certezze agli assicurati e facilitare l’amministrazione agli assicuratori». Evitare le continue variazioni e dare sicurezze agli assicurati erano quindi i principali obiettivi della Lpp. Ma a giudicare dal polverone sollevato dall’infausto proposito de Consiglio federale per niente centrati. La differenza tra Avs e Lpp Fra i salariati vi è anche la preoccupazione che una riduzione del tasso tecnico del II pilastro possa aprire la strada a una revisione delle prestazioni dell’Avs. «Non credo – ci spiega la sindacalista – perché il I pilastro è finanziato in modo completamente diverso. I fondi dell’Avs non devono ottenere delle ”performance” di Borsa. Le rendite Avs non sono nient’altro che i soldi che entrano dai contributi dei lavoratori e dagli attivi. Questo è il grande vantaggio dell’Avs». Paradossalmente, quindi, il I pilastro che sembrava più zoppicante si dimostra più solido? «Certo! Questo noi lo abbiamo sempre sostenuto – continua Rita Schiavi –. Anche quando si era discusso dell’introduzione della legge sul II pilastro, 30 anni fa, avevamo fatto presente questi rischi. Dicevamo che il II pilastro è più caro, meno efficiente. Il problema dei primi due pilastri è dato da due cicli. Uno, l’Avs, legato alla congiuntura economica e quindi dal livello degli occupati. Più l’occupazione è elevata e più l’Avs sta bene. Il II pilastro, invece, dipende dalla congiuntura dei mercati finanziari. È normale che se i mercati vanno male si arriva a questa situazione. Ma noi ci chiediamo comunque che fine abbiano fatto le eccedenze accumulate nel corso degli anni novanta quando le quotazioni erano crescenti. Secondo noi le hanno sprecate con investimento sbagliati». Tra l’altro, preoccupazioni che investono anche chi trent’anni fa diceva esattamente il contrario e sosteneva a spada tratta l’introduzione del II pilastro: fa specie vedere oggi i borghesi e giornali conservatori come la Nzz di Zurigo appoggiare questa battaglia. Anche se non deve sorprendere più di tanto visto che le pensioni toccano tutti che si sia di destra o di sinistra. Storicamente e ideologicamente, almeno negli ultimi anni, si è sempre spinto per una previdenza privata ritenendo il settore privato più efficiente. Oggi ci si rende conto che non è così. Ma quando le performance, negli anni 90, erano ben superiori al 4 per cento, le eccedenze sono state ristornate in qualche modo agli assicurati oppure no? «Per alcune Casse pensioni, quelle delle assicurazioni, le cosiddette Fondazioni di previdenza (Winterthur, Rentenanstalt, ecc.) non c’è nessuna sicurezza e trasparenza. Non si sa se questi soldi vanno a finire nei fondi pensione oppure nelle assicurazione vita o in altri settori della compagnia. Insomma è sbagliata la legge dall’inizio ed è da tempo che il sindacato dice che le cose così non vanno e che bisogna rivedere la normativa. In senso più sociale e non sulle spalle dei salariati». Signora Schiavi, può spiegare la differenza che c’è tra una Fondazione di previdenza professionale e una Cassa pensione? «La differenza è semplice. Una cassa pensione come quella dei dipendenti del Sei, o di grandi aziende o enti pubblici, se ha dei rendimenti maggiori rispetto al tasso tecnico, queste eccedenze rimangono nella cassa e non investite in altre attività come può fare un’assicurazione privata che deve remunerare, oltre al management, anche gli azionisti. La gestione di una cassa pensione di questo tipo è più sicura, trasparente e prudente. Inoltre i lavoratori sono rappresentati nel consiglio di fondazione e decidono come investire i soldi, a quali banche dare il mandato di gestione eccetera. Ci possono essere degli errori di valutazione dovuti alla congiuntura dei mercati, ma in linea di massima è tutto più trasparente. Purtroppo le Casse pensioni sono poche. La maggior parte dei lavoratori svizzeri sono iscritti in una Fondazione di previdenza privata (circa 1,8 milioni). Si capisce che sono molti i miliardi di franchi gestiti in questo modo che sfuggono a controlli rigorosi. E sono parecchi i lavoratori toccati. Un’altra cosa da tenere presente è che questo tasso tecnico non è un tasso reale: bisogna tenere conto anche dell’inflazione».

Pubblicato

Venerdì 23 Agosto 2002

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