L’Europa invecchia, questo è il problema. O almeno, questo è un problema per chi pensa che l’allungamento della vita media della popolazione non possa che provocare problemi all’economia. A noi può sembrare (e sembra) un paradosso, anzi una perversione trasformare una conquista in un problema, ma ci sforzeremo di comprendere la filosofia dell’avversario. Schematicamente: se il welfare state – pensione, assistenza, scuola e sanità pubbliche – era basato su un determinato rapporto tra popolazione attiva e anziani, nel momento in cui questo rapporto si ribalta va ripensato l’intero modello sociale europeo. Con il miglioramento del tenore di vita si allungano la durata e l’aspettativa di vita, ma «la gente non fa più figli». Dunque la popolazione invecchia e in prospettiva ogni lavoratore dovrà sostenere il peso di un pensionato. Questo, che secondo molti è un dato “oggettivo”, è un trend suffragato da tutte le analisi fatte dai ricercatori. Se oggi il tasso di dipendenza degli anziani oscilla tra il 22 e il 27 per cento nei vari paesi dell’Unione europea, le stime prevedono per il 2050 un aumento della dipendenza del 50 per cento (si va dal 42 per cento in Gran Bretagna al 62 per cento dell’Italia, il più sterile tra i paesi dell’Ue). Ora, dato che la maggior parte dei sistemi pensionistici del Vecchio continente è basato sul criterio a ripartizione – le pensioni sono cioè pagate dai contributi versati da chi lavora, come succede in Svizzera per l’Avs – ecco che il coro che si alza dal Mediterraneo al mare del Nord è uno solo: modifichiamo il sistema pensionistico. Come? Semplice, passando dalle pensioni pubbliche a quelle private, dalla ripartizione alla capitalizzazione, copiando e moltiplicando il sistema anglosassone. Capitalizzazione vuol dire che la parte di salario ora destinata alla pensione, cioè i contributi, restano teoricamente in busta paga salvo essere nei fatti dirottati verso i fondi pensione, gestiti privatamente (come grosso modo accade in Svizzera con il secondo pilastro) o, come chiede qualcuno, dallo stato. Sarà il mercato finanziario e non più il patto sociale a determinare la qualità della vita e in particolare della vecchiaia di ciascuno di noi, e dei nostri figli. È quel che sta avvenendo in tutti i paesi europei, a prescindere dalla natura dei singoli governi, di destra o di sinistra. In qualche caso cambiano i tempi e le forme della trasformazione, ma non la sostanza, il trend. È quel che in molti casi è già capitato o sta capitando per i trattamenti di fine rapporto (Tfr), o liquidazioni che dir si voglia. Oggi quei soldi, una parte del salario, sono almeno teoricamente a disposizione dei cittadini, in qualche caso (come in Italia, per esempio) gestiti dagli imprenditori fino al momento della fine del rapporto di lavoro. Domani anche in Italia potrebbe capitare quel che in Svezia, la patria del welfare e cioè del modello sociale europeo, è già stato realizzato da un paio di anni. I Tfr sono stati trasferiti nei fondi pensione e con la crisi delle borse hanno già perso metà del loro valore. Tradotto, ciò significa che tanti lavoratori svedesi hanno lavorato una vita per finanziare la speculazione di pochi. Sul campo dello smantellamento dei sistemi pensionistici i governi europei si muovono all’unisono. In Germania è pronto un progetto di riforma delle pensioni che punta all’allungamento dell’età lavorativa, spostando in avanti nel tempo l’età della pensione, e al passaggio graduale alla capitalizzazione (cfr. articolo a pag. 8). Nel corso della primavera e dell’estate molti altri paesi sono stati attraversati da grandi scioperi generali e manifestazioni oceaniche contro analoghi progetti governativi di riforma del sistema pensionistico: Spagna, Austria, Grecia. Un discorso a parte meriterebbero i paesi dell’Est, i nuovi e più fedeli alleati degli Usa, vittime dall’89 delle ricette economiche imposte dal Fondo monetario, dalla Banca mondiale e dal Wto per traghettarli nell’economia di mercato. Il paese europeo in cui lo scontro sul sistema pensionistico s’è fatto più aspro è la Francia. In poche settimane, prima delle ferie estive, si sono accumulati otto scioperi generali di tutti i dipendenti pubblici, contro l’intenzione del governo Raffarin di unificare il loro trattamento pensionistico a quello dei lavoratori privati. L’eguaglianza cantata dalla Marsigliese la si vuole applicata al ribasso. I francesi hanno tentato di ripetere il miracolo di otto anni fa, quando costrinsero il governo di allora, di sinistra, a ritirare un analogo provvedimento. Il metodo seguito dal governo di destra è stato l’aspetto più contestato della riforma previdenziale, come abbiamo scritto in estate su questo giornale. Medef (la Confindustria francese) ed esecutivo sono riusciti a imporre il loro progetto ad alcuni sindacati minoritari e a spaccare la Cfdt, ignorando l’opposizione della Cgt e di Fo e, soprattutto, della stragrande maggioranza dei lavoratori pubblici. I quali per settimane hanno paralizzato il sistema dei trasporti, fermi autobus, treni, aerei e metropolitane, scuole aperte a singhiozzo così come tutti gli uffici pubblici. L’intero paese bloccato dagli scioperi e dalle manifestazioni. La lotta si è radicalizzata per il rifiuto del governo di riaprire una trattativa seria con tutti i sindacati. Ma l’obiettivo del governo di dividere i sindacati e, soprattutto, i lavoratori pubblici da quelli privati, nonché i dipendenti dagli utenti dei servizi, ha prodotto risultati ottimi per l’esecutivo, ma pessimo per i lavoratori e i sindacati non addomesticati. E alla fine, grazie anche all’assenza di una seria proposta alternativa da parte dei socialisti, ha vinto il governo Raffarin. Il braccio di ferro continua in Grecia e in Spagna. All’inizio di giugno ha scioperato anche un milione di lavoratori austriaci, dell’industria e dei servizi, una delle più estese mobilitazioni sindacali dal secondo dopoguerra. Il governo di centro-estrema destra del cancelliere Wolfgang Schüssel punta alla cancellazione dei prepensionamenti per malati, invalidi e disoccupati, all’innalzamento della base di calcolo delle pensioni all’intera vita lavorativa e all’abbassamento degli indici di incremento. La conseguenza di questa controriforma, denunciata dalla confederazione sindacale Oegb, sarebbe un taglio fino al 50 per cento del valore della pensione, in un paese in cui essa vale mediamente 659 euro per le donne e 1’197 per gli uomini. La forte opposizione popolare ha costretto il governo di Vienna ad avanzare qualche modifica migliorativa del progetto.

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19.09.03

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