Pensione, mai più sotto ai 60

Pensione anticipata prima dei 60 anni? Mai più! Questo è il proposito di un’ordinanza – passata inosservata ai più – che il Consiglio federale ha messo in consultazione mercoledì 12 gennaio. D’ora in avanti tutte le casse pensioni dovranno prevedere piani di ritiro anticipato dalla vita professionale a partire dai 60 anni e non più dare la possibilità ai propri affiliati, come avveniva in alcune casse, di andare in pensione a 55 o 57 anni. L’ordinanza, in consultazione fino al 15 marzo, entrerà in vigore già nel 2006 e avrà importanti ripercussioni. Erika Schnyder, responsabile del dossier presso l’Ufficio delle assicurazioni sociali (Ufas), conferma ad area questo irrigidimento della legislazione sul 2° pilastro: «Attualmente viviamo in un sistema delle assicurazioni sociali contraddittorio. L’invecchiamento della popolazione porterà necessariamente ad un prolungamento della vita lavorativa. Eppure fiscalmente ci sono incentivi per anticipare la pensione. Il Consiglio federale ha voluto dare un segnale coerente in questo senso andando verso un’unica direzione». Quella dell’aumento del numero degli anni di lavoro. E questo in aggiunta alla prospettiva di un’età legale di pensionamento rivista al rialzo verso «66, 67 o più anni» (vedi anche area della settimana scorsa). Erika Schnyder nella nota diramata alla stampa avete scritto che le modifiche alla previdenza professionale (pp) muteranno la concezione stessa di questa assicurazione. In quale modo? La previdenza nell’ambito professionale tocca due importanti aspetti: il primo riguarda la sicurezza economica del lavoratore, al di là delle prestazioni di base che fornisce l’Assicurazione vecchiaia e superstiti (Avs). Il secondo aspetto è quello fiscale. Per rispondere alla sua domanda direi che questo 3° pacchetto della prima revisione della Lpp (Legge sulla previdenza professionale, ndr) – attualmente in consultazione – riguarda essenzialmente l’aspetto fiscale della pp. D’altra parte però è stato anche deciso che le casse pensioni non potranno più accordare pensioni anticipate sotto ai 60 anni… È vero, anche questa misura sarà oggetto della consultazione. La legislazione attuale prevede un’età pensionabile di 65 anni per gli uomini e di 64 per le donne. Età a partire dalla quale si ricevono i contributi pieni dell’Avs, il primo pilastro. Chi vuole andare in pensione prima fa ricorso al proprio capitale (2° e 3° pilastro) che ha messo da parte durante gli anni di attività professionale. Il punto è che oggigiorno le casse pensioni possono decidere comunque un’età di pensionamento anticipato per rapporto a quello che dice la legge. Ci sono casse pensioni che dopo 35 anni di attività permettono di ritirarsi dal mondo del lavoro. Si arriva così a casi di lavoratori in pensione già a 55 anni. Che male c’è in questo? In fondo si va in pensione con i propri soldi. Se si vuole fare ricorso all’Avs prima dei 65 anni questa viene debitamente decurtata. Giusto? Da questo punto di vista non c’è discussione, la cosa pare totalmente ammissibile. Ci sono però due problemi che ha dimenticato. Innanzi tutto da un punto di vista dell’equità non c’è uniformità in Svizzera. Come le ho già detto al giorno d’oggi una cassa pensione pubblica può decidere da sola gli anni di contribuzione sufficienti per smettere anticipatamente con l’attività professionale. Ci sono quindi lavoratori svantaggiati per rapporto ad altri. Oltre a ciò bisogna aggiungere che ci possono essere anche influssi sulla collettività a seguito della decisione di smettere di lavorare a 55, 57 anni. Quali i danni per la società? Ci sono persone che, una volta esaurito il capitale proprio, non hanno più soldi per vivere e fanno capo a prestazioni complementari che pagano tutti. Ma andiamo oltre a questo. La seconda problematica è di stampo politico, il Consiglio federale (Cf) non vuole dare segnali ambigui. La politica vuole essere chiara e coerente in questo caso: a causa dei problemi socio-demografici la direzione in cui si dovrà necessariamente andare è l’aumento dell’età legale di pensionamento. Vale a dire 66, 67 o più anni. È un concetto che è stato ribadito anche dopo la bocciatura popolare dell’11esima revisione dell’Avs. Il Cf non vuole perseguire una politica del doppio binario aumentando da una parte l’età pensionabile – perché l’invecchiamento della popolazione rende necessario anche il prolungamento dell’attività lavorativa –, e dall’altra permettendo pensioni anticipate a 55 anni. Per questo motivo l’età minima per la pensione anticipata è stata fissata a 60 anni. Con delle eccezioni però. Quali? Le casse pensioni di salariati che hanno un lavoro particolarmente duro, ad esempio quelle della polizia, potranno chiedere e ottenere dalla Confederazione una deroga a questa legge. Inoltre il Cf ha in serbo un progetto per la flessibilizzazione del pensionamento per le classi meno abbienti. Si potrà andare in pensione a 63 anni senza decurtazioni pesanti al primo pilastro. Però l’idea è anche quella di portare l’età legale di pensionamento a 67 anni… Vero. Il disegno di legge vuole evitare quello che chiama “la sovrassicurazione”. Si parla della soglia del 60 per cento dell’ultimo salario, oltre a questa cifra il pensionato è secondo voi assicurato in maniera spropositata. Facendo i debiti conti con il mio stipendio di 5 mila franchi una volta in pensione dovrei accontentarmi di 3 mila franchi al mese. La legge non vuole permettere che io mi assicuri per un importo maggiore. Perché? Secondo lei è una cifra sufficiente per vivere? Il ragionamento non è corretto. Prima di tutto il suo salario deve essere al netto dei contributi, tolga pure un 20 per cento. Le restano 4 mila franchi netti al mese per vivere. Ora la revisione della Lpp prevede che il 70 per cento – e non il 60 che è un dato costituzionale – dell’ultimo salario lordo sia sufficiente per mantenere un adeguato stile di vita. Ci sarebbe sovrassicurazione qualora la sua rendita Avs insieme al suo 2° e 3° pilastro eccedesse il 70 per cento dei 5 mila franchi. «Ma non parliamo solo della questione dei 60 anni come minimo per la pensione anticipata. In questa fase della prima revisione della Legge sulla previdenza professionale è cruciale anche l’aspetto fiscale. Ci sono disparità che il Consiglio federale non vuole più tollerare», dice ad area Erika Schnyder, caposettore delle questioni giuridiche della previdenza professionale e incaricata del dossier di revisione presso l’Ufficio delle assicurazioni sociali (Ufas). Se tutto andrà secondo i piani dell’esecutivo svizzero dal 2006 in avanti si potranno evitare, dice Schnyder, «casi clamorosi di ottimizzazione fiscale». Casi che non riguardano i “pesci piccoli”, i salariati a medio-basso reddito, ma coloro che hanno stipendi decisamente alti. Sul banco degli accusati, scritto nero su bianco dall’Ufas, ci sarebbero anche imprese e casse pensioni pubbliche che ricorrono a “maquillages” di vario genere per abbassare utili e rincorrere i Cantoni che offrono maggiori vantaggi fiscali per deduzioni a vantaggio del capitale messo da parte per la previdenza professionale. Erika Schnyder questa revisione delle Legge sulla previdenza professionale (Lpp) avrà anche conseguenze di tipo fiscale. Chi sarà toccato? Tutto gli attori che hanno a che fare con 2° e 3° pilastro: casse pensioni, datori di lavoro e salariati. Indirettamente saranno coinvolti in maniera importante anche i Cantoni. Il progetto di legge è stato infatti inviato anche a loro per la consultazione. Nella nota stampa e nel messaggio che accompagna il testo di legge in consultazione si legge: «con queste disposizioni si vogliono evitare casi clamorosi di ottimizzazione fiscale» o ancora, «le autorità fiscali rifiuteranno la deduzione fiscale per i versamenti al secondo pilastro da parte delle imprese quando queste hanno altri fini che quello della previdenza professionale: notoriamente per un aumento dei passivi e di conseguenza la diminuzione contabile dell’utile netto». Sono dichiarazioni abbastanza forti. Quante “ottimizzazioni” avete riscontrato? Non posso rispondere a questa domanda perché noi abbiamo semplicemente avuto segnalazioni da parte delle autorità fiscali cantonali. Non ho idea dell’ampiezza del fenomeno, solo diversi rapporti in merito. Ci può fare degli esempi per capire in cosa consistono questi «casi clamorosi di ottimizzazione fiscale»? Ci sono casi documentati di datori di lavoro che utilizzano i piani di previdenza professionale come ammortizzatore degli utili. Non stiamo chiaramente parlando di vantaggi a favore dei loro lavoratori a modesto reddito. Ma di persone con salari alti. Le faccio un esempio reale per farle capire. Si immagini un’impresa messa in piedi da poche persone, una decina, con un’altissima remunerazione. Sono loro stessi che decidono quanto l’impresa versa a loro stessi per il secondo pilastro. Vede, l’abuso è lampante. Ma è la legislazione attuale che lo permette. Questa impresa può dichiarare bassi utili, pagando poche imposte, e al contempo dedurre i capitali messi da parte per la previdenza professionale dei suoi salariati. Che in questo caso coincidono con i titolari stessi che a loro volta potranno anche ottenere deduzioni fiscali a titolo personale per aver pensato al loro futuro. Una specie di doppia evasione fiscale. Di quale impresa sta parlando? Questa non è un’informazione pubblica. Ma un caso clamoroso, se si ricorda, era stato quello di Percy Barnewik all’Abb (che aveva accumulato un capitale di 88 milioni di dollari per la pensione quando si ritirò nel 1996, a 61 anni dopo pochi anni di lavoro, ndr). Se le nuove disposizioni saranno adottate dal Parlamento vi sarà un tetto massimo assicurabile di 774 mila franchi annui, stipendi più alti non saranno presi in considerazione. Ma ci sono anche altre tipologie di “ottimizzazioni” alla soglia della legalità. Abbiamo notato casi di casse pensioni che spostano la propria sede inseguendo i cantoni fiscalmente più “liberali”. Ed anche questo è inammissibile. Box Fra le molte novità di questo terzo pacchetto di revisione della Legge sulla previdenza professionale (Lpp) c’è anche quella dell’assunzione totale del rischio da parte di chi vuole “vivere pericolosamente”. Spieghiamoci meglio. Coloro che vorranno mettere a frutto il proprio capitale di vecchiaia utilizzando strategie d’investimento rischiose dovranno farlo a proprio rischio e pericolo. Ma come è possibile se è la cassa pensione che decide la modalità d’investimento del capitale degli affiliati? Abbiamo girato la domanda ad Erika Schnyder dell’Ufficio assicurazioni sociali: «È vero, finora è sempre stato il comitato centrale della cassa pensione che ha scelto la strategia d’investimento. Questa revisione della Lpp prevede invece che il singolo salariato possa investire una parte del proprio capitale, quella che eccede il fondo di garanzia, in maniera rischiosa se lo desidera. Sarà però lui a prendersi la responsabilità di questi investimenti. Non deve più succedere come in passato che a pagare le scelte di alcuni siano tutti gli affiliati della cassa».

Pubblicato il

21.01.2005 02:30
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