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“Pensiamo al ceto medio”

di

Gianfranco Helbling
Silvano De Pietro
di Silvano De Pietro In vista del dibattito del 6 marzo prossimo a Basilea, le posizioni all’interno del Partito socialista svizzero sembrano ormai delineate. Se l’ala sinistra del Pss, rappresentata da Franco Cavalli (ma ci sono alcuni romandi ancor più a sinistra di lui come Jean Claude Rennwald, cfr. intervista sotto), tenta di rispondere alla domanda se e come sia possibile fare una politica di sinistra rimanendo al governo, l’ala destra guidata dal bernese Rudolf Strahm pone la stessa questione ma in termini rovesciati: come può far politica di governo un Pss che parla ancora di superamento del capitalismo, mentre il suo elettorato si estende sempre più nel ceto medio, intellettuale e benestante? E dato che alla grande maggioranza dei politici del Pss l’idea di uscire dal governo non sembra praticabile, gli uni dicono restiamoci ma in prova per uno o due anni, gli altri dicono restiamoci e cerchiamo alleanze con i borghesi riformisti. L’ispiratore e il capofila di quest’ultimi è Rudolf Strahm. Sessantenne, laureato in economia e chimico diplomato, Strahm è presidente dell’Associazione degli inquilini della Svizzera tedesca e svolge una vastissima attività di consulente in economia ed ecologia, nonché d’insegnamento in università, alte scuole professionali ed istituti di formazione sindacale. In politica, è stato deputato al Gran Consiglio del canton Berna dal 1986 fino al 1991, quando è entrato in Consiglio nazionale dove è membro della commissione economia e tributi (di cui è stato anche presidente) e della commissione scienza, educazione e cultura. Finora ha apposto la sua firma a poco meno di 300 atti parlamentari. Nel partito, che conosce bene per esserne stato segretario centrale dal ’78 all’85, è membro di direzione del gruppo parlamentare socialista e copresidente della commissione del Pss che si occupa di economia e politica finanziaria. Un politico come Strahm, insomma, non è né l’ultimo arrivato né uno da prendere sottogamba. Per la sua formazione e la sua esperienza può essere tranquillamente definito un pragmatico socialdemocratico europeo, certamente lontano dal profilo del socialista latino-mediterraneo e idealista. Il documento che ha presentato il 15 gennaio scorso, e che costituisce una delle tre tesi intorno a cui sarà imperniato il dibattito al congresso del 6 marzo, pone già nel titolo una questione centrale: “Socialdemocrazia: co-progettazione, opposizione, isolamento. Situazione e strategia della sinistra nel segno della conquista di potere della destra”. In un preambolo e 6 capitoli, Strahm sviluppa una complessa analisi della situazione politica. La svolta epocale che stiamo vivendo è economica (deindustrializzazione e terziarizzazione), politica (perde senso l’orientamento secondo le classi) e sociale (possibilità di scelte individuali ed individualismo illimitati). Ma la vittoria elettorale socialista dello scorso 19 ottobre non è stata certo travolgente, e la consistente avanzata della destra costringe la sinistra a reagire. Se da una parte vi sono socialisti, soprattutto romandi, che auspicano il passaggio all’opposizione, d’altra parte Strahm vede in tale reazione il rischio di cacciarsi in un vicolo cieco. Egli propende per una scelta più equilibrata. Per dominare i problemi del cambiamento, il Pss deve rimanere compatto e non sbilanciarsi in preda al conflitto tra la sua ala destra e la sua ala sinistra. Occorre equilibrio, ed una figura di presidente che possa garantire tale equilibrio. È un’aperta dichiarazione di sostegno alla candidatura dello sciaffusano Hans-Jürg Fehr. L’altro contendente, il glaronese Werner Marti (sponsorizzato dall’ex-presidente Peter Bodenmann), avrebbe invece dato prova di «un grave errore di valutazione» in occasione della rielezione del consiglio federale, fissandosi contro Blocher ed impedendo di costruire un’alternativa. Il Pss avrebbe bisogno di più autocritica, di «presentare forti argomenti ed alternative realistiche e migliori» ai problemi politici, e non di rinchiudersi in una politica del “no”. Quindi, secondo Strahm, occorre concentrarsi su alcuni obiettivi programmatici e cercare su di essi il consenso dei «circoli borghesi riformisti». In fin dei conti, argomenta ancora Strahm, gli elettori del partito oggi sono soprattutto gli appartenenti al ceto medio che «si sentono socialmente ed ecologicamente responsabili». È perciò necessario corrispondere a questa responsabilità. Senza contare che se il Pss vuole conquistare nuovi voti, non li troverà certo a sinistra (dove il partito già domina), ma al centro, dove ci sono spazi vuoti. Probabilmente una buona metà del Pss finirà per seguire Rudolf Strahm e le sue tesi. Peccato che nel suo documento egli parli molto di economia, di crescita, di formazione, di concorrenza, di piccole e medie imprese, e poco di temi tipicamente di sinistra quali le assicurazioni sociali e la politica degli stranieri. Jean-Claude Rennwald:“Fuori siamo più credibili” di Gianfranco Helbling È molto deciso Jean-Claude Rennwald: il Partito socialista svizzero (Pss) deve abbandonare il Consiglio federale. Subito. Lo dice in un documento elaborato in preparazione del congresso del Pss del 6 marzo. Perché, come osserva lo stesso consigliere nazionale giurassiano e membro del comitato direttivo del sindacato Flmo, «con Christoph Blocher, Samuel Schmid, Hans-Rudolf Merz e Pascal Couchepin il nuovo Consiglio federale comprende ormai una maggioranza di ministri che sono esecutori di una politica al servizio della classe dominante, di una minoranza di privilegiati, di cui la grande maggioranza della popolazione subirà le conseguenze negative». Questa situazione rappresenta per il Pss, secondo Rennwald, un’occasione unica: il Pss «non deve temere di lasciare un governo che non darà più nulla alle categorie sociali che dovrebbe rappresentare, mentre il passaggio ad un’opposizione chiara e decisa gli permetterà di ripartire alla conquista e di mobilitare tutti coloro che sono delusi del socialismo e pensano che non si può servire nello stesso tempo il popolo e il capitalismo neoliberale». Eppure, malgrado questa chiarezza di principi, Rennwald ha sottoscritto l’appello elaborato fra gli altri da Franco Cavalli che invita il Pss a rimanere in Consiglio federale, ma marcando nel contempo con più decisione il proprio dissenso dalle posizioni della maggioranza governativa (cfr. area n. 6 del 6 febbraio 2004, pag. 5). Jean-Claude Rennwald, è diventato di colpo più moderato? Non credo. Faccio solo qualche calcolo in vista del congresso, e noto che difficilmente avrei dalla mia parte molti delegati. Il mio documento, che rispecchia le mie posizioni di principio, non parla solo di uscita dal governo. Ma la posizione più vicina alla mia che può sperare di raccogliere consensi un po’ ampi al congresso è proprio quella di Cavalli. Lei invita anche a non confondere la politica della concordanza con la pace del lavoro. Sì, spesso ci si dice che se si vuole uscire dal Consiglio federale bisogna anche essere disposti a rompere la pace del lavoro. Ma non è vero. Bisogna osservare la situazione caso per caso: ad esempio nei settori professionali in cui un clima di dialogo costruttivo fra le parti sociali è possibile si può senz’altro mantenere la pace del lavoro anche in caso di uscita del Pss dal Consiglio federale. Ma la grossa differenza fra i due concetti è che mentre quando si rinnova un contratto collettivo si ratificano anche dei miglioramenti per i lavoratori del settore, quando si elegge un Consiglio federale con due soli socialisti (in particolare nella configurazione attuale) si firma una sorta di assegno in bianco. A maggior ragione considerando che non c’è un programma politico di governo minimo. Ma non è necessario essere in governo per influire sulle decisioni e per avere accesso alle informazioni? Certo questo è un argomento importante. Ma per me è più importante la credibilità. E più il Pss è compromesso con l’attuale politica del governo, meno è credibile agli occhi dell’elettorato. Basti pensare alle proposte uscite recentemente di ridurre di 1’500 unità i posti di lavoro nell’amministrazione federale, o l’idea di Merz che non vuole più che l’Avs sia un’assicurazione universale, o il fatto che Blocher già rimetta in discussione l’intenzione di Ruth Metzler di rendere obbligatori i piani sociali, o ancora le esitazioni sull’integrazione europea: a fronte di questi passi indietro il prezzo da pagare per influire sulle decisioni e partecipare alle informazioni mi pare eccessivo. Ritiene che oggi il Pss sia in una posizione subalterna rispetto ai sindacati, considerata la loro capacità di mobilitazione? Non c’è dubbio che la capacità di mobilitazione e di impegno militante dei sindacati sia oggi nettamente superiore a quella del Pss: basta pensare al successo ottenuto dall’Unione sindacale svizzera nella raccolta di firme contro l’undicesima revisione dell’Avs. Certo ci sono cantoni, come il Giura e Vaud, in cui il Pss dispone di una forte capacità di mobilitazione, ma forse non a caso sono questi i cantoni in cui i rapporti fra partito e sindacati sono più stretti. È immaginabile in futuro un Pss al governo con un’opposizione nelle piazze guidata dai sindacati? È una prospettiva che creerebbe comunque molti problemi. Ci sono diversi oggetti su cui Pss e sindacati sono concordi nella politica da condurre, penso all’undicesima revisione dell’Avs, alla Legge sul mercato dell’energia elettrica ecc… Sarebbe peccato rompere un’unità che esiste di fatto su numerosi punti. Quando ci sarà una maggioranza nel Pss disposta a lasciare il governo? A corto termine certamente no. A medio termine non è escluso in funzione di un certo numero di decisioni che il Consiglio federale sarà chiamato a prendere nei prossimi mesi.

Pubblicato

Venerdì 13 Febbraio 2004

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