È un'invasione di immagini quella che in due ondate, da domani e poi dal 15 ottobre, sta per abbattersi su Chiasso. L'occasione è la quinta edizione della Biennale dell'immagine, la rassegna dedicata in primo luogo alla fotografia posta appunto sotto il titolo "Invasioni". Ben 11 sono le mostre in programma, allestite negli spazi offerti da Chiasso ma anche in alcuni altri Comuni della regione. Da segnalare, fra le altre, "Metamorfosi/Trasfigurazio-ni" di Robert Walker e Edward Burtinsky allo Spazio Officina e, dal 15 ottobre, "Realtà apparente. Chernobyl e dintorni" di Giosanna Crivelli. Ma la mostra più importante della Biennale '07 è senza dubbio quella dedicata a Jean-Pierre Pedrazzini, il giovane fotoreporter di origine ticinese ferito a morte 50 anni fa mentre seguiva per il settimanale francese Paris Match l'insurrezione ungherese. La mostra si organizza su tre nuclei tematici: le foto scattate in Marocco fra il '52 e il '55, il viaggio in Urss e l'insurrezione ungherese del '56. Su Pedrazzini sta ultimando proprio in questi giorni un documentario il regista cinematografico e nostro collaboratore Villi Hermann. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il "suo" Pedrazzini.

A Parigi lo chiamavano Pédra con l'accento sulla e mentre il nome Pedrazzini lo pronunciavano alla francese, con l'accento sulla i.

Ho sentito parlare di Jean-Pierre Pedrazzini solo nel 1987 quando è stato pubblicato un libro sui fotografi ticinesi col titolo "Il Ticino e i suoi fotografi" edito da Benteli Verlag Bern. In quell'occasione ho visto per la prima volta le fotografie di Jean-Pierre Pedrazzini sull'insurrezione ungherese del '56 che mi hanno fortemente colpito. Non sapevo che Jean-Pierre Pedrazzini fosse originario di Locarno e probabilmente nemmeno i locarnesi lo conoscevano, mentre a Parigi era un fotografo molto noto per il suo lavoro a Paris Match, un settimanale molto popolare con una tiratura che andava fino ad un milione di copie, ma anche per la sua tragica morte.

Quest'anno ricorre il cinquantesimo anniversario della rivoluzione ungherese ed è anche un'occasione per ricordarsi di questo fotografo morto così giovane. Ho intervistato parecchie persone che hanno conosciuto Jean-Pierre Pedrazzini o che hanno lavorato con lui per cercare di capire l'uomo Jean-Pierre Pedrazzini, la sua breve vita e le circostanze della sua drammatica morte durante l'insurrezione di Budapest.
La descrizione di Mario De Biasi, all'epoca fotografo per la rivista italiana Epoca che era anche lui a Budapest insieme a Jean-Pierre Pedrazzini, dà un'idea dell'atmosfera che regnava nell'ottobre-novembre del 1956 in questa città: «Pedrazzini era in questa piazza (Köztársasàg tér), era dietro le mie spalle e non si sa esattamente chi l'abbia colpito perché sparavano dai quattro lati. A un certo punto è passato un carro armato e tutti pensavano che fosse dei russi, ma qualcuno ha detto: "No è dei nostri". Hanno buttato una bomba a mano, è lì dove sono stato ferito anch'io. Uno ha preso una scheggia, l'abbiamo portato sotto e dopo pochi minuti è morto. (…) Ce n'erano parecchi di feriti, lì sparavano da tutte le parti, c'erano le pallottole che ti fischiavano intorno e nessuno sa esattamente da chi è stato colpito Jean-Pierre Pedrazzini. (…) Quando sono ritornato all'albergo erano tutti in apprensione perché si era sparsa la voce che c'era un giornalista italiano ferito. E invece io ero ferito, ma leggermente: il ferito era proprio Jean-Pierre Pedrazzini. Allora mi sono fatto dare il nome dell'ospedale e sono andato a trovarlo. Ci siamo abbracciati. Lui veramente era in condizioni… aveva preso una mitragliata al ventre…».
È evidente che la morte drammatica di Jean-Pierre Pedrazzini ha contribuito a creare attorno a questo personaggio un'"aura storica".

Ma oltre all'ultimo reportage di Jean-Pierre Pedrazzini a Budapest, mi sono interessato anche ad altri suoi lavori, specialmente ad alcuni reportage realizzati durante la guerra fredda, come quelli sulle conferenze di pace di Ginevra e di Belgrado ma soprattutto il reportage realizzato con il giornalista e scrittore Dominique Lapierre in Unione Sovietica, paese che era difficilmente aperto agli occidentali all'epoca ma che i due reporter, accompagnati dalle loro giovani mogli e da un giornalista russo, hanno attraversato in automobile, spingendosi fino in Georgia. Questo reportage è senz'altro il lavoro fotografico più importante di Jean-Pierre Pedrazzini. Infatti ha scattato delle foto rare per quel periodo in bianco/nero e anche a colori, specialmente nel Caucaso, e contemporaneamente ha realizzato un documentario in 16mm. Il reportage, pubblicato dopo la sua morte, ebbe allora un gran successo tra i lettori di Paris Match e il film documentario "En liberté sur les routes d'Urss" fu distribuito in tutta la Francia.
Ho ritrovato a Tiblisi, città dove i reporter francesi si sono fermati a lungo, il medico che Pedrazzini all'epoca ha seguito a casa, all'ospedale e nel tempo libero. Con un sorriso sulle labbra quest'uomo, ora ottantacinquenne, mi ha confessato che ogni sera doveva riferire ad un agente del Kgb che ritrovava nel parco vicino, tutto quello che i visitatori francesi avevano fatto e chiesto. Oggi il medico sorride e mi dice che all'epoca era normale. Ma leggendo il libro che Dominique Lapierre ha scritto su questo viaggio si ha l'impressione che erano loro, i giornalisti, a scegliere in piena libertà, i luoghi e i personaggi da fotografare, invece…
Il loro giornalista-interprete sovietico Slava, che li accompagnava durante il viaggio, è stato deportato per tre anni nei Gulag in seguito alla pubblicazione del reportage di Pedrazzini e Lapierre, magari perché per le autorità sovietiche non "aveva fatto bene" il suo lavoro...

Jean-Pierre Pedrazzini ha anche realizzato importanti reportage in Tunisia, Algeria e Marocco, paesi dove si verificavano in quel periodo i primi attentati contro i coloni francesi, o anche in Germania, coprendo le prime elezioni nella ex Rft e l'arrivo dei primi rifugiati della ex Ddr. Erano reportage molto duri e impegnativi e bisogna tener presente che all'epoca Jean-Pierre Pedrazzini era un giovane fotoreporter di soli 26 anni.
Il fotografo Russ Melcher, coetaneo di Jean-Pierre Pedrazzini, che ha lavorato con lui in alcuni reportage, gli riconosce infatti un talento particolare e lo elogia con queste parole: «Molti pensano che il buon giornalismo sia neutrale, ma in verità nessun uomo è neutrale, abbiamo tutti dei sentimenti e delle opinioni: per fare una buona fotografia è indispensabile trasmettere queste emozioni. Se invece le fotografie non dicono niente non saranno né pubblicate né viste. Per avere successo, le tue fotografie devono esprimere delle idee forti e chiare, e Jean-Pierre in questo era molto bravo».

Eppure Jean-Pierre Pedrazzini era un autodidatta, non ha mai frequentato un atelier fotografico né una scuola di fotografia. Ho scoperto intervistando la sorella di Jean-Pierre Pedrazzini, Marie-Charlotte Vidal-Quadras, che Jean-Pierre ha scattato le sue prime foto a Davos durante la Seconda guerra mondiale. I suoi primi soggetti erano dei piloti militari americani internati nei grandi alberghi di Davos ai quali scattava delle foto ricordo da mandare a casa, oltreoceano. Quando ho chiesto informazioni ad alcuni storici su questi piloti o ufficiali americani, oltre duecento, internati a Davos, mi hanno risposto che non era possibile. Ma dopo aver visto l'album fotografico della famiglia Pedrazzini e aver fatto le verifiche necessarie all'Archivio federale la fonte orale si è confermata. Queste ricerche collaterali, che hanno magari poco a che fare con l'arte fotografica di Jean-Pierre Pedrazzini, mi permettono comunque di capire meglio il personaggio e il periodo in cui ha lavorato. Lo scopo non è di concentrarsi solo sulle sue famose foto drammatiche di Budapest del '56 che sono passate alla storia, ma di indagare l'opera intera di questo grande fotografo ticinese.

Diverse persone mi hanno chiesto perché i miei ultimi film sono incentrati su personaggi deceduti, come il primo presidente italiano del dopoguerra Luigi Einaudi rifugiato in Svizzera, il fotografo svizzero Christian Schiefer e adesso Jean-Pierre Pedrazzini. Fare un film su un personaggio già scomparso da una parte ti lascia più margine d'azione ma dall'altra ti obbliga a verificare tutte le fonti orali e ad essere particolarmente accurato e minuzioso nel tuo lavoro, più che se fai un documentario su una persona ancora in vita, come se in fondo il tuo soggetto dall'alto ti sorvegliasse.
Questo mi permette anche di riflettere su un passato, quello della mia infanzia e adolescenza, che ho vissuto ma senza capire bene perché all'epoca ero giovane. Ho sempre avuto il bisogno di riflettere sulla storia del mio paese, del Ticino e della Svizzera, ma anche più in generale sulla storia europea. Penso che questa riflessione possa interessare non solo la mia generazione che ha vissuto questo periodo ma anche i giovani di oggi ai quali tutto questo sembra storia lontana.
Ma "Pédra. Un reporter sans frontières", come tra l'altro "Mussolini, Churchill e cartoline", tratta anche un altro soggetto, oltre alla storia recente dell'Europa, la fotografia. Mi piace, attraverso i miei film, attraverso "le septième art", far conoscere anche altre forme d'arte, come la pittura, l'architettura o la fotografia. Ho infatti dedicato diversi film a pittori, architetti o fotografi perché questo mi permette di conoscere meglio l'opera di un artista, in questo mio ultimo film di un fotografo, o meglio di un tipo particolare di fotografia, il reportage fotografico, che, al contrario del telegiornale di cui è in un certo senso il precursore, non è solo informazione ma anche arte.

Pubblicato il 

22.09.06

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