< Ritorna

Stampa

 

"Pazzesco come lavorano tante ditte"

di

Stefano Guerra
Salvatore Nucifora non è mai incappato in infortuni gravi. Ma alla soglia dei 40 anni sente già i primi dolori alla schiena, i primi acciacchi alle ginocchia. Vent’anni di cantiere pesano. Anche su chi, come lui, ha sempre cercato nel limite del possibile di proteggersi e di curare il fisico con il podismo: «facevo notare che era necessario mettersi il casco, le cuffie, oppure sistemare dei ponteggi piazzati male, puntellare degli scavi, mettere ordine nel cantiere: quante volte i capocantieri mi hanno riso in faccia...». Questo esile ma energico uomo una spiegazione ai suoi incipienti malanni ce l’ha: «la fretta». «È pazzesco – dice – come lavorano tante ditte. Se ne fregano della sicurezza, l’importante è finire il lavoro il più velocemente possibile». Salvatore, siciliano di origini catanesi, è in Ticino da più di vent’anni. Due da stagionale, poi 18 per un’impresa di costruzioni del Locarnese dalla quale è stato licenziato nel 2004. «Abusivamente, per aver osato chiedere un adeguamento salariale», dice mostrando un plico di documenti, armi da sfoderare nelle tre vertenze giudiziarie aperte contro il suo vecchio datore di lavoro. Da un anno e mezzo Salvatore – che recentemente ha conseguito la patente di gruista («ma in diverse ditte ci sono operai che non ce l’hanno e manovrano tranquillamente le gru») – lavora per la Verzasconi Sa di Gerra Piano. Prima di approdarvi afferma non aver «mai visto un operaio mettersi una cuffia usando il compressore. Mai uno. Ma è chiaro che le cose non possono cambiare se il datore di lavoro ti vede e non ti dice nulla, anzi ti mette fretta perché il lavoro va terminato velocemente». Salvatore è convinto che una grossa lacuna stia a monte dei cantieri, nelle istanze preposte ai controlli: «Se solo la Suva [che in Ticino dispone di 2-3 ispettori per un totale di circa 600 cantieri all’anno, ndr] si guardasse un po’ più attorno... Invece è vent’anni che lavoro nell’edilizia in Ticino e in tutto questo tempo di ispettori non ne ho visto manco uno. E sì che ne ho passati di cantieri». «L’impulso – osserva – deve venire dall’alto, non certo dall’operaio che spesso è costretto a lavorare in condizioni quasi disumane: la responsabilità di intervenire è prima di tutto della Suva, che deve chiamare all’ordine i datori di lavoro, che a loro volta devono istruire e sensibilizzare i capicantiere e gli operai. Bobbià [segretario della Società svizzera impresari costruttori, Ssic-Ti, ndr] dice che i cantieri sono tutti in ordine, ma lui si limita a guardare quelli che stanno in Piazza Grande a Locarno, o nel centro di Lugano, non quelli piccoli che vengono aperti qua e là, nelle zone più discoste». Un altro fattore di rischio è rappresentato dai lavoratori temporanei, mandati allo sbaraglio senza gli strumenti necessari per far fronte a una realtà complessa e frenetica come quella dei cantieri edili del giorno d’oggi: «Molti di loro capiscono poco di edilizia – spiega Salvatore –. Perché prima di metterli sul cantiere non gli fanno fare dei corsi per insegnargli le cose più elementari? Con tutto il rispetto, non puoi mandare allo sbaraglio sul cantiere una persona che ha fatto per dieci anni il lavapiatti. Non sanno da che parte girarsi. Così devi sempre stare attento a quello che fanno». Il rischio di infortunio è sempre dietro l’angolo. Per questo proteggersi è fondamentale: «Io lo faccio sempre, ma molti miei colleghi no: non so se ciò deriva dall’ignoranza, dal poco rispetto per la propria salute, o semplicemente dalla fretta di finire per rispettare i termini di consegna. Un datore di lavoro serio comunque dovrebbe “perdere” una o due ore per sensibilizzare i suoi operai al tema della sicurezza. E poi imporre certe misure di protezione». «Invece – nota Salvatore – io non ho mai visto un capocantiere o un datore di lavoro dire “no, tu questo lavoro senza cuffie o senza casco non lo fai”. Anzi, ti spingono a lavorare sempre di più. E perché? Perché prendono lavori sotto prezzo e poi devono sbrigarsi. Le cose continuano a peggiorare: corri sempre di più, in giorni torridi come questi o quando piove come fai? Ovvio che poi capitano infortuni e malattie». Un rischio che fortunatamente per Salvatore si è materializzato poche volte durante la sua ventennale esperienza sui cantieri. Una decina di anni fa, ad esempio, quando si ribaltò con il “pacher” finendo in fondo a una scarpata. «Non mi feci nulla per miracolo – ricorda –. Il datore di lavoro non mi ha nemmeno chiesto come stavo, si è subito messo a sbraitare dicendo che gli avevo causato 20 mila franchi di danno e che mi avrebbe licenziato. Alla fine mi ha tolto 10 ore di lavoro per recuperare il danno. Poi si è fatto rimborsare il pacher dall’assicurazione, prima di venderlo. E a me cos’ha detto? “Vai dai sindacati e ti licenzio”».

Pubblicato

Venerdì 1 Luglio 2005

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 19 Maggio 2022