«Recalcitranti». Il termine – arrossisca chi lo ha coniato – vorrebbe definire, molto impropriamente, quei richiedenti d’asilo che hanno avuto problemi con la legge. A Lugano come in altri centri urbani cantonali. Nella maggior parte dei casi si tratta di infrazioni alla legge federale sugli stupefacenti. Più prosaicamente, spaccio di droga, soprattutto cocaina. Questione di convivenze Ebbene, le polemiche, certamente non nuove, relative alla convivenza fra cittadini residenti e «asilanti», si sono mosse attorno ad una questione: Dove sistemare questi «inquieti» richiedenti d’asilo? La volontà di confinarli in uno spazio sorvegliato e cintato (con i «recalcitranti» non poteva essere altrimenti), dovrebbe evitare la beffa perpetrata ai più tradizionali carceri, dove l’arrestato (o fermato), quasi sempre privo di documenti, se la cava a buon mercato: niente espulsione, niente rimpatrî (quale patria?). Tutt’al più due notti al fresco e poi, nuovamente libero, secondo parte dell’opinione pubblica, di delinquere. Per evitare dunque il ripetersi di questa situazione è nata l’idea del «centro recalcitranti». Tutti, quasi tutti, d’accordo sulla pensata. Ma dove concretizzarla? In quale comune? E così dopo le sbreccate grida di indignazione contro gli «extracomunitari», in Ticino è sorto a soffocare l’aria il silenzio dei pavidi. Nessuno voleva sporcare il proprio giardinetto con il Centro, e così il Cantone ha dovuto farsi in quattro per sortire dal cilindro un’adeguata ubicazione. È stata poi la città di Lugano a sciogliere gli indugi, proponendo un’infrastruttura in Via Sonvico. Infrastruttura che dovrebbe aprire i battenti, o sbarre che dir si voglia, molto presto. Si parla di aprile o di inizio maggio, sempre che dall’iter burocratico non sorgano inaspettati intralci. Del resto, la conferma proviene dall’Ufficio governativo dell’immigrazione e dei permessi, in prima linea ad occuparsi della spinosa questione: «Giunto il progetto da parte della Città di Lugano relativo all’adeguamento degli spazi, approntato il regolamento che dovrà definire le procedure di attribuzione nonché i principî della gestione della sede, e allestito il capitolato d’oneri per la società di sorveglianza, il centro dovrebbe venir attivato fra non molto. Ma con la burocrazia non si sa mai». Burocrazia che assumerà i contorni di un contratto fra due parti. La Città si assumerà i costi mentre il Cantone pagherà una pigione corrispondente. E questo, ovviamente, sotto la supervisione del Consiglio di Stato, che dovrà avallare o bocciare il progetto. Solo allora verrà data «carta bianca» alle varie sezioni, fra le quali, quelle della logistica, dei permessi e dell’esecuzione delle pene, per autorizzarle ad allestire, rispettivamente, un contratto di locazione, un regolamento e le necessarie misure per la direzione del centro. A muoversi, come ben si può intuire – e con quanta sorprendente velocità! – molte istanze. Le paure dell’Udc Ad essere sorpresi di tanto sollecitudine sono gli stessi Consiglieri comunali Udc di Lugano Umberto Marra e Roger Etter, che in una recente interpellanza, dopo aver ribadito la «necessità inderogabile» del centro, esternano all’Esecutivo cittadino le loro perplessità circa una prossima e pericolosa vicinanza dei «recalcitranti» con la «gente bene» dei quartieri limitrofi. I catastrofici timori paventati dai signori Marra e Etter, non solo parlano di un inevitabile degrado umano («è sin troppo facile prevedere che lo spaccio di stupefacenti a cielo aperto nella zona Molino Nuovo-Cornaredo avrà un importante incremento»), ma anche di un «crollo» del mercato immobiliare: «La presenza di una simile struttura sul territorio comporterà un chiaro deperimento qualitativo della zona interessata con un ovvio deprezzamento dei valori della proprietà privata». Qualche apprensione viene esternata anche per le misure di sicurezza: «Il Municipio ritiene sufficientemente cautelata la sicurezza degli abitanti nelle zone residenziali limitrofe?». I «mali» nascosti Insomma, quello che il duo Udc, fra lungimiranti analisi da esperti immobiliaristi ed avveniristiche previsioni da navigati sociologi, incarnano l’atteggiamento tipico di chi, oscillante fra opportunismo e quieto vivere, vuole occultare i problermi della propria società confinandoli, come la spazzatura, il più distante possibile, soprassedendo sul fatto che i «mali» e le contraddizioni di una comunità vengono rilevati dalla reticenza, dai luoghi comuni o dall’ignoranza con cui se ne parla. E allora sembrerebbe più maturo, innanzitutto, chiedersi e chiedere alle autorità competenti, in quali nasi luganesi (così deve essere in parte, visto che lo spaccio avviene in città) finisca la cocaina dei «recalcitranti». In fondo è la solita questione della domanda e dell’offerta. O ancora se sia lecito, su un piano etico-morale e legale, l’istituzione di una struttura limitante, in via preventiva, la liberta degli individui. Nel frattempo giunge dai «palazzi» amministrativi bellinzonesi la notizia, in parte confortante, che il centro si chiamerà di «accoglienza speciale», e non «recalcitranti». Cambia la forma, non il contenuto. Il resto si vedrà.

Pubblicato il 

15.03.02..

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