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Patate

di

Giuseppe Dunghi
Nelle riunioni dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) è sempre all'ordine del giorno la richiesta da parte dei paesi poveri di abolire le sovvenzioni che i paesi europei e il Nordamerica concedono alla propria agricoltura. Chiedono che le loro esportazioni agricole possano accedere al mercato europeo su un piano di parità. I nostri liberisti sono favorevoli ad accogliere tale richiesta, che permetterebbe di abbassare i salari. Il ceto agricolo evidentemente si oppone, soprattutto in Svizzera, dove le sovvenzioni sono maggiori.
Uno degli argomenti utilizzati dai difensori del sostegno statale è che l'agricoltura elvetica avrebbe una funzione ecologica, contribuirebbe cioè alla cura del territorio e alla sua gestione, e in definitiva sarebbe determinante per conservare quella bellezza del paesaggio che costituisce la maggiore attrazione turistica del nostro paese.
Si tratta di considerazioni intelligenti e di buon senso. Ma celano un grande mutamento di prospettiva economica. Se l'agricoltura svizzera ha bisogno, per giustificare la sua esistenza, di inventarsi una funzione tutto sommato turistica, significa che il settore primario in questo paese non esiste più e l'agricoltura fa parte ormai del terziario. Non estrae più alimenti dalla terra, ma rende bella la terra. Nel canton Turgovia si coltivano le patate affinché il turista possa ammirare i campi sarchiati alla perfezione e anche fermarsi a comprarne qualche chilo da riporre nel baule dell'auto dopo aver scambiato una stretta di mano col contadino in salopette. Ma tutti sanno che le patate vere, quelle accatastate a tonnellate nei supermercati in Germania, in Francia e in Italia e che costano un terzo di quelle del canton Turgovia, vengono da posti dove non ci sono preoccupazioni ecologiche.
All'inizio di giugno i giornali hanno parlato (poco) di Cassibile. Questa località presso Siracusa, oltre che per l'armistizio firmato il 3 settembre 1943 tra l'Italia e gli Alleati, è nota per la produzione di patate precoci, quelle con la buccia sottile che sono apprezzate dai consumatori in estate. Lì l'agricoltura non rende bello il paesaggio, non arrivano i turisti, ma arrivano i neri a lavorare. Sono schiene nere quelle che si chinano sulla terra a raccogliere, insaccare, caricare sui trattori le patate. Sbarcano di notte o giungono a nuoto da gommoni che li hanno scaricati al largo. Sono braccati in acqua dalla guardia costiera, a terra dai carabinieri. I padroni dei campi sanno dove cercarli. Lavorano per 10 o 15 euro al giorno. Dormono fra i cespugli, sotto qualche telo di plastica trovato in giro, senza acqua, senza servizi igienici. La gente del posto si è radunata un giorno sotto la sede del Comune per protestare perché i neri sporcano le proprietà private. La polizia è intervenuta a cacciarli, dopo il raccolto. Solo il parroco locale ha pronunciato qualche parola di solidarietà.
Avviene la stessa cosa per gli ortaggi, la frutta, il caffè, il tè, lo zucchero e tutti gli altri prodotti agricoli: ci sono posti dove il settore primario funziona con tutta la sua durezza fatta di braccianti, schiavi, emigranti, guardie armate, sofferenza, ingiustizia, e posti come la Svizzera dove il settore primario viene "recitato" per i turisti che amano sentirsi raccontare favole sul terroir, sul bio e la gemma, sul formaggio d'alpe e la mazza nostrana e il calor del sol che si fa vino. Siamo un popolo di camerieri e non ce ne rendiamo conto.

Pubblicato

Venerdì 7 Luglio 2006

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