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Passano tre donne, la quarta si ferma

di

Gianfranco Helbling
Uno dei momenti più intensi del Congresso di Lugano di Unia è stata l'elezione del Comitato direttore, sabato mattina. Fino all'ultimo le donne hanno sperato di poter eleggere una loro quarta rappresentante nella persona di Natalie Imboden. Invano.
Perché le donne riuscissero a centrare il loro obiettivo sarebbe stato però utile che il Congresso venerdì avesse deciso che la futura direzione fosse di 10 membri: in questo modo, con la clausola di almeno un terzo dei posti riservati alle donne, l'elezione di Imboden accanto a Fabienne Blanc Kühn, Rita Schiavi e Vania Alleva sarebbe stata assai probabile. Ma il Congresso ha optato per una direzione a 9 membri. Per potercela fare, Imboden avrebbe dunque dovuto estromettere uno dei membri uscenti che si ricandidavano. Mentre Katharina Teuscher, Roman Burger e Udo Michel venerdì sera hanno ritirato la loro candidatura, Natalie Imboden ha deciso di mantenerla, per evitare che l'elezione si riducesse ad una formalità «e per dare una possibilità concreta di avere quattro donne in direzione e di fare un deciso passo avanti nel rinnovamento».
Tutto lasciava intendere che la candidatura di Imboden si contrapponesse a quella del giurassiano Jean Claude Rennwald, cosa che, in caso di sua estromissione dalla direzione, avrebbe portato ad una forte sottorappresentazione della Romandia. Invece Rennwald ce l'ha fatta al primo turno, come l'altra romanda Fabienne Blanc Kühn  e Rita Schiavi. Rimandati al ballottaggio sono così stati Imboden e il responsabile delle finanze Michael von Felten. A favore di von Felten sono quindi intervenuti con decisione i due copresidenti di Unia Renzo Ambrosetti e Andreas Rieger (con l'argomento che il responsabile delle finanze del sindacato deve essere nella direzione), mentre chi ha preso la parola a favore di Imboden ne ha sottolineato la capacità di resistere alle pressioni anche in questa occasione. Alla fine von Felten ce l'ha fatta, bocciata Imboden.
Sono pure stati eletti nella direzione quali rappresentanti dei settori professionali Vania Alleva (con un risultato estremamente brillante, accolto da un'ovazione della sala), Hansueli Scheidegger e Corrado Pardini. Confermata per altri quattro anni la copresidenza di Renzo Ambrosetti e Andreas Rieger. I due nomi nuovi nella direzione di Unia sono dunque quelli di Alleva e Pardini. Con il Congresso di Lugano hanno concluso il loro mandato nel Comitato direttore di Unia per ragioni di età André Daguet, Jacques Robert, Werner Funk e Peter Baumann.

Vania Alleva, complimenti per la sua brillante elezione nel Comitato direttore di Unia. A cosa attribuisce il suo risultato?
Al lavoro svolto negli ultimi anni, sia a livello centrale che a diretto contatto con le regioni, in particolare nel settore della migrazione ma anche come responsabile del dipartimento di politica convenzionale e gruppi d'interesse.
Nella sua figura si sono riconosciute sia le donne che i migranti. Sono due gruppi con i quali la direzione di Unia sembra avere qualche difficoltà ad entrare in sintonia, e qualche volta lo si è visto anche al Congresso di Lugano. Lei crede di poter essere un elemento d'integrazione in questo senso?
Le donne e i migranti al Congresso hanno posto delle rivendicazioni precise, in ampia parte condivise anche dalla direzione. Penso comunque di poter dare un contributo nell'attuazione del programma che Unia si è data per i prossimi quattro anni, cioè attuare il ricambio generazionale, diventare più femminile e crescere e rafforzarci nel terziario. E il mio risultato personale mostra che i delegati vogliono andare in questa direzione.
Lei sente di incarnare un modo più moderno di intendere il lavoro sindacale rispetto ad altri membri del Comitato direttore?
Credo che sia incontestato il fatto che Unia deve essere più interprofessionale, vicino ai movimenti sociali e considerarsi esso stesso come parte del movimento sociale: dunque un sindacato fortemente presente sui luoghi di lavoro, ma anche vicino alla gente sulla strada, vicino alle preoccupazioni e alle speranze della società. M'impegnerò per questo.
Ma nei suoi primi quattro anni di vita uno dei problemi di Unia non è stato di voler dare risposte a troppi problemi della società? Non c'è il rischio di sovraccaricare il sindacato?
È chiaro che dobbiamo comunque focalizzare le nostre forze, non possiamo essere la risposta per tutto e per tutti. Lo possiamo fare se diamo una risposta a quelle che sono le preoccupazioni vere dei lavoratori e delle lavoratrici. Solo così evitiamo che si crei un distacco fra base e vertici. Questo lo si può fare scegliendo i temi giusti. E qui il congresso, con i diversi documenti programmatici che sono anche molto concreti e pragmatici, si è dato una direzione chiara su cui lavorare per i prossimi anni. Ora si tratta di applicare quanto deciso.
Il rinnovamento però a Lugano si è fatto solo in parte: fra quattro anni si dovranno sostituire ben sei dei nove membri del Comitato direttore. Non è stata persa un'occasione?
Il rinnovamento con questo Congresso è solo iniziato. Ma il rinnovamento deve avvenire sì in direzione, ma anche nelle regioni. Finora non c'è stata la consapevolezza di quanto questo problema sia urgente, anche perché ci sono stati comunque molti altri problemi da affrontare e risolvere.
In direzione ora parlerete italiano?
Non penso, credo che non tutti lo capiscano…
Con l'elezione sua e di Corrado Pardini accanto a Rita Schiavi anche nella direzione la componente migrante del sindacato la si vedrà con più chiarezza.
Sì, sicuramente. Ora i migranti sono più giustamente rappresentati ai vertici di Unia. Ed era ora che ciò accadesse: più della metà dei soci di Unia hanno un'origine straniera, e questo ne fa comunque un sindacato unico sia in Svizzera che a livello europeo.
L'immigrazione italiana in Svizzera però arriva ai vertici di Unia con un po' di ritardo: l'epoca d'oro dell'immigrazione italiana in Svizzera è ampiamente alle nostre spalle, e oggi sono altri i gruppi di migranti che arrivano nel nostro paese. Ma di queste nuove migrazioni ai vertici di Unia non c'è traccia.
Diciamo intanto che quello degli italiani all'interno di Unia è ancora il gruppo di migranti più grande, esattamente come lo è sul piano svizzero. Questa maggiore visibilità in direzione della componente italiana quindi ci può stare. È vero però che dobbiamo tenere d'occhio il fatto che la migrazione cambia, e dobbiamo quindi fare attenzione affinché ai vertici del sindacato le nuove migrazioni siano adeguatamente rappresentate. Ma anche qui abbiamo fatto un passo importante: in Comitato centrale la persona che mi succede come rappresentante del Gruppo d'interesse migrazioni è Margarida Pereira, una ragazza portoghese, che rappresenta il gruppo più in crescita in Unia. E nelle regioni abbiamo molti segretari sindacali di diversa origine. Preciso però che in direzione non mi considero soltanto la rappresentante dell'immigrazione italiana, perché il lavoro che ho fatto negli ultimi anni era soprattutto mirato a far valere il rispetto dei diritti per i cittadini di paesi terzi.
Lei diventa anche responsabile del settore terziario, che è quel settore nel quale Unia nei primi quattro anni non è riuscita a crescere come ci si aspettava. Una sfida non da poco la sua.
È vero, non si è riusciti a raggiungere gli obiettivi che ci si era posti. La sfida del futuro sia di Unia che del movimento sindacale in Svizzera sarà nel terziario. La sfida è quindi grande anche per me e per i colleghi e le colleghe del terziario. Il Ticino ha un bilancio molto positivo nella costruzione sindacale in questo settore, il ché dimostra che possiamo farcela.
C'è in particolare il problema di agganciare il personale più qualificato del terziario, mentre nei settori a basso salario Unia sta dimostrando di poter prendere piede.
Sì, però anche nei settori a basso salario dove siamo riusciti a costruire un rapporto con le salariate e i salariati c'è ancora molto da fare in termini di organizzazione e di mobilitazione. Sono ancora tanti ad avere dei salari troppo bassi e condizioni di lavoro precarie. Prima di tutto dobbiamo consolidarci nei rami professionali nei quali siamo presenti, poi potremo pensare a come fare per organizzarne anche altri. Altrimenti rischiamo di voler far tutto e concludere poco.

Pubblicato

Venerdì 17 Ottobre 2008

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