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Passano fischiando i treni

di

Gianfranco Helbling
Da due settimane la tranquillità di Bellinzona è regolarmente scossa dal fischio delle locomotive che transitano di fianco alle Officine Ffs in sciopero. È il segnale di solidarietà che i macchinisti, a nome di tutti i collaboratori delle ferrovie, lanciano ai loro colleghi che lottano per la difesa del posto di lavoro. È solo uno dei mille gesti di incoraggiamento che gli operai delle Ffs stanno ricevendo. Degli operai che in queste due settimane hanno incassato la stima e il rispetto generali. Tranne che dai vertici delle ferrovie. Eppure con la loro lotta dimostrano un attaccamento al lavoro e un'identificazione con le Ffs che sono straordinari – qualunque altra ditta ne sarebbe orgogliosa. Le Ffs e il loro azionista unico, la Confederazione, no. Non una parola di stima, di rispetto nei confronti dei lavoratori in sciopero: solo minacce dalle prime, paternalistiche e perentorie raccomandazioni per bocca del consigliere federale Moritz Leuenberger dalla seconda.
Non solo. Il direttore delle Ffs Andreas Meyer in più occasioni ha dimostrato non solo di non capire la portata di questo sciopero, ma anche di non conoscere l'azienda che dirige. Altrimenti non avrebbe mai affermato che con lo sciopero i lavoratori di Bellinzona si sono autoesclusi dalle Ffs. È semmai ben vero il contrario, come ci ricorda ogni fischio delle locomotive che passano di fianco alle Officine. La distanza fra i vertici aziendali e chi l'azienda la fa funzionare con il suo sudore è certamente uno dei danni peggiori provocato dall'avvento dei grandi manager dell'economia globalizzata e della pletora di superpagati consulenti che gli scodinzola attorno: si spostano da un'impresa all'altra senza conoscerne la cultura, l'umanità, la storia – si accontentano dei bilanci, dove i dipendenti sono riportati solo alla voce costi. E quando vengono al pettine gli errori di gestione dei manager e dei loro tirapiedi (cfr. articolo a pag. 8), sono proprio questi i primi "costi" ad essere tagliati, quelli del personale. Per i manager i loro errori rimangono quasi sempre senza conseguenze – anche perché dispongono di una tale rete di relazioni da poter comunque cadere in piedi.
Sotto questa prospettiva le risposte date da Leuenberger al parlamento sono state molto deludenti. Alla proprietà delle ferrovie sembra non importare molto di valori quali la responsabilità sociale e la solidarietà confederale. Altro si sarebbe potuto dire, con ben altra energia si potrebbe intervenire nel conflitto in corso: l'esempio di Swissair non è poi così vecchio (a meno che dei posti di lavoro in Ticino per la Confederazione valgano meno che a Zurigo). La politica non può dimissionare dalla dimensione etica del suo agire, e ha l'obbligo di richiamare al rispetto dei valori costitutivi del nostro Stato le aziende a capitale pubblico. Fino a quando questo non accadrà, saranno i fischi dei treni che passano per Bellinzona a doverglielo ricordare.

Pubblicato

Venerdì 21 Marzo 2008

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