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Passaggi, non trappole

di

Antonio Scettri
«I Tir sotto il Monte Bianco sono la globalizzazione in marcia. Fermiamoli! Fermiamola!». Questo lo slogan che accompagnerà la giornata d’azione organizzata dall’Ite (Iniziativa Europea Trasporti) per domani 5 ottobre. Oltre all’Ite aderiscono Sos Mendrisiotto, Iniziativa delle Alpi, Wwf, Associazione in Difesa del Monte Bianco, Associazione Traffico e Ambiente (Ata), Legambiente, Greenpeace, Verdi ed altre istituzioni. Per poterne sapere di più sull’Ite, abbiamo incontrato Renate Zauner, sua presidente ed attiva da ormai qualche anno sul fronte “ambientale”. Per inciso l’ Ite, oltre ad organizzare la giornata del 5 ottobre, è stata fra i principali artefici del blocco stradale ai due imbocchi del Monte Bianco dello scorso 25 giugno (a Courmayeur e Chamonix, come sensibilizzazione per la decisione presa dai governi italiano e francese di riaprire quel giorno il traforo al traffico pesante). Qual è innanzitutto il ruolo della sua associazione? Ite è nata per migliorare l’informazione fra diverse associazioni e popolazioni, per far vedere che nessuno è da solo a combattere quella che è una battaglia comune a regioni diverse. Solo cinque anni fa c’erano associazioni che sorgevano qua e là senza sapere nulla le une delle altre. Ite è un punto di riferimento a cui ognuno può fare capo per sapere cosa avviene altrove e poter quindi organizzare qualcosa in comune con altri. Attualmente pubblichiamo una lettera bimensile, trasmessa per e-mail o fax; inoltre organizziamo una volta all’anno un congresso, che si tiene di volta in volta in una nazione diversa. Il vantaggio è di mettere in contatto popolazioni lontane, che possono toccare con mano situazioni tuttavia simili fra loro. Inoltre domani avremo la giornata di mobilitazione con manifestazioni a livello generale, che coinvolgono più associazioni; quest’anno è prevista una giornata d’azione a Courmayeur. Ci sono anche manifestazioni a livello locale; a tal proposito, occorre dire chiaramente che le iniziative locali fanno parte di un quadro più vasto, perché spesso quello che viene rinfacciato a certe associazioni è che intendono salvaguardare solo i propri interessi. Avete avuto molto interesse per la manifestazione del 25 giugno con il blocco ai due ingressi del tunnel del Monte Bianco; la giornata del 5 giugno va inserita in quest’ottica? Si tratta di un lavoro di sensibilizzazione che deve essere continuato da parte nostra e non semplicemente contando sull’interesse dei media. La questione del Monte Bianco è nata molto tempo fa, nel ’91, con il ‘no’ della popolazione ad un secondo tunnel. La continua informazione ha permesso il crearsi di una coscienza che ha portato al sostegno dato alla manifestazione del giugno scorso. Non è un qualcosa nato solo dopo il grave incidente di tre anni fa. Occorre mantenere un contatto, essere un punto di riferimento per la popolazione, perché le esigenze cambiano ed è la popolazione stessa a dire cosa le sta più a cuore. Ite e associazioni ambientaliste hanno il compito da una parte di garantire questo contatto fra la gente e fra genti di nazioni diverse che hanno le stesse esigenze; in secondo luogo, anche i media devono essere opportunamente informati. Se penso alla Svizzera, c’è l’Iniziativa delle Alpi che si muove bene, che mantiene anche contatti con Bruxelles. Poi in Ticino c’è “Sos Mendrisiotto” che è attiva. È importante che si mantenga elevato il livello di attenzione: per sensibilizzare ci sono poi tanti modi. I media spesso distorcono la realtà. Per questo Ite svolge un compito di informazione molto importante. Oggi l’informazione è spesso sinonimo di televisione, che in realtà è il mezzo meno adatto a fornire vera informazione. La televisione serve solo alla gente a dare la conferma di quello che sa già. L’approfondimento deve avvenire attraverso i giornali. Ecco che il nostro compito è quello di informare, quando invece la gente vuole solo avere il diritto di non dover pensare. Prendiamo la confusione che si è fatta nel voler mettere assieme chi persegue i propri scopi con violenza e chi no: per chi ha organizzato la manifestazione del 25 giugno uno degli aspetti fondamentali è stato quello di non cedere alla provocazione. C’è stata molta gente quel giorno, ma non si sono avuti incidenti, perché l’informazione fra le diverse istanze è stata chiara. Inoltre la polizia conosceva gli organizzatori, perché ci sono stati incontri in precedenza e, infine, anche gli uomini politici della zona hanno dato il loro sostegno in prima persona alla manifestazione. Era chiaro che gli scopi erano tutt’altro che violenti. Lo stesso vale per il prossimo 5 ottobre. La parola chiave è comunicare, ad ogni costo e ad ogni livello. Più si danno informazioni, più si è chiari, più ci sarà il sostegno della popolazione. Purtroppo non è sempre il caso con lo Stato, che talvolta usa i lacrimogeni per comunicare, ma questo non è colpa della polizia, ma di chi sta sopra e dà ordini che non rispettano la volontà della gente, ma solo certi interessi privati. Cosa ne pensa delle politiche europee a livello di trasporti? I politici fanno un gran parlare di ambiente, ma è un soggetto che resta sempre in secondo piano. Quello che sta loro a cuore è la libera circolazione delle merci, non certo l’ambiente, l’inquinamento, né la qualità di vita della gente. È una questione di sistema. Se oggi viviamo in un sistema che richiede che ci siano dei trasporti, è perché questioni di profitto richiedono che una certa merce venga prodotta in parte in una nazione e assemblata in un’altra dove i costi sono decisamente più bassi e le persone vengono retribuite con stipendi da fame. Poi si arriva al prodotto finale che verrà trasferito di nuovo nella nazione da cui è partito. Come si vede, si trasporta la stessa merce in giro per due o tre volte e spesso si tratta di prodotti inutili. È una politica legata al superfluo. È per questo che dovremmo sopportare un traffico raddoppiato o triplicato sulle Alpi? La risposta è “no”. Che soluzioni propone? Occorre sensibilizzare a diversi livelli, di associazioni, popolazioni e politici. Un ruolo fondamentale lo hanno le associazioni anti-globalizzazione. Ritengo che possano fare molto, anche se adesso sembra un compito assai difficile, dato che le risorse finanziarie tra movimento anti-globalizzazione e chi sta dall’altra parte sono decisamente a favore di questi ultimi. Ritengo che la soluzione non sia così distante. Comunque i valori di cui tenere conto devono comprendere sia gli interessi dell’ambiente e della gente, sia – ma non solo – i profitti dell’impresa. Una parte importante la svolge la mobilitazione della popolazione. Il 25 giugno la partecipazione è stata totale. I negozi erano chiusi, la gente era per strada, ogni città era rappresentata dai suoi cittadini, dai sindaci, dalle autorità. Tutti gli operatori turistici hanno voluto essere presenti. La gente poi si è organizzata per seguire che il traffico dei camion avvenisse in modo conforme a quanto stabilito. Si sono formati dei picchetti che hanno subito notato come la polizia, così rigida verso chi manifestava, si dimostrava ben più tollerante verso quei camion che partivano verso l’Italia ad orari assolutamente fuori norma. Sono questi cittadini che garantiscono per il futuro dei loro figli e delle regioni di montagna, perché si è visto che la volontà dei politici è ben diversa. Inoltre, dovremmo rivolgerci di più anche ai camionisti: in realtà sono i nostri migliori alleati. Vengono sfruttati, perché poco sindacalizzati. Se solo venissero applicate le condizioni di lavoro attualmente in vigore, comunque assai insufficienti, avrebbero una vita più dignitosa. Tecnicamente ci sono problematiche diverse fra il Gottardo, dove il traffico può essere trasferito su rotaia ed il Monte Bianco dove invece il treno non c’è. È un falso problema; la Federazione trasporto ed ambiente, che fa parte della Federazione europea dei trasporti, ha pubblicato di recente uno studio in cui si dice chiaramente che con un investimento di proporzioni limitate si può trasferire su rotaia fino ai due terzi del traffico attualmente su gomma. Una volta aperti i tunnel del Gottardo e del Lötschberg, sarebbe possibile spostare tutto il traffico per ferrovia. Si tratta comunque di una questione di volontà. Ad esempio c’è una tratta ferroviaria in Francia che permetterebbe di togliere migliaia di camion; per completarla mancano pochi chilometri, con un investimento quindi non elevatissimo. Da mesi a Chamonix c’è un dispiego di decine di mezzi e centinaia di poliziotti alloggiati in un hotel a quattro stelle. Non occorre molto per notare che questi soldi in un certo lasso di tempo permetterebbero investimenti ben più significativi se destinati a migliorare il traffico ferroviario. A onore del vero, devo dire che la Svizzera ha dimostrato più oculatezza che non la Francia, grazie alle misure di contingentamento del traffico dei camion ed ai miglioramenti alle strade ferrate. Si sa che i costi di trasporto ferroviari sono elevati. Il punto è che le capacità delle vie ferrate non garantiscono un servizio valido. Comprendo benissimo quelle ditte che utilizzano il trasporto su strada perché costa meno. Non è colpa dei trasportatori se siamo arrivati alla situazione attuale. Inoltre ritengo che mettere dei camion sul treno sia una soluzione assolutamente ridicola. Se dovessi spedire della merce lo farei mettendola sul treno, non su un camion che poi va messo su un treno. È chiaro che i costi relativi sono troppo elevati. Occorre tuttavia un periodo di transizione durante il quale si utilizza la soluzione camion su treno per permettere la realizzazione di opere urgenti che richiedono tempi lunghi. Purtroppo i politici parlano ormai da oltre vent’anni di apportare soluzioni urgenti, che tuttavia trovano sempre il modo di procrastinare. Cosa vuole l’Ite Ridurre danni e rischi nel settore del trasporto europeo, in modo che siano sopportabili per l’uomo, la fauna e la flora come per gli abitati. Occorre pertanto elaborare una nuova politica dei trasporti ispirata al Manifesto di Strasburgo del 16.10.1995. Indirizzo e-mail: www.ite-euro.com

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Venerdì 4 Ottobre 2002

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