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Partenariato sociale

di

Giuseppe Dunghi

Nei giorni intorno alla votazione sul salario minimo si sono sentite due espressioni comiche: “partenariato sociale” e “i diktat statali non sono amati dagli svizzeri”. La prima espressione è per metà in inglese perché in italiano significherebbe che siamo in disaccordo su qualche aspetto pratico ma concordiamo sull’obiettivo di fondo, cioè il benessere generale. Ma tutti sanno che il senso vero è un altro: siamo riusciti finalmente a eliminare la pericolosa utopia del benessere per tutti, ora ve lo faremo vedere noi l’accordo sugli aspetti pratici!


La seconda frase vorrebbe suggerire l’idea di un popolo di libertari incalliti che si sentono minacciati da uno Stato autoritario bramoso di intromettersi nella vita privata dei cittadini. Invece si può constatare esattamente l’opposto: cittadini amanti dell’ordine, rispettosi delle leggi, ligi alle autorità e piuttosto conservatori a cui il governo di questo paese sta cercando di far accettare privatizzazioni e liberalizzazioni in ogni campo, dagli Ogm alle aperture domenicali dei negozi, dalla Posta alle Ffs, dalla Ssr alla Suva, dalle cure ospedaliere all’energia elettrica. Meno Stato anche in Ticino, dove il governo dice ai cittadini che non è poi così grave evadere le imposte, anzi, si viene premiati: l’amnistia fiscale appena approvata concede infatti a chi dichiara di averle evase uno sconto del 70 per cento sulle imposte cantonali e comunali non pagate negli ultimi 10 anni.


Forse avrebbe desiderato un po’ di partenariato sociale e un piccolo diktat statale il ragazzo assunto nell’estate 2013 da una società ticinese per lavorare in un albergo in Calabria con uno stipendio di 300 euro al mese. Ne ha parlato la trasmissione Patti chiari della Rsi il 4 aprile scorso. La ditta in questione è la Go Company Sagl, con  sede in via Serafino Balestra 3 a Lugano (nello studio di un avvocato) e uffici nel World Trade Center di Agno (chiusi). Il giovane avrebbe dovuto ricevere per quattro mesi di lavoro 1.235 euro, da cui dedurre i costi del viaggio, della divisa e della festa di fine stagione, a suo carico per contratto, dunque 935 euro netti. Ma a quasi un anno di distanza non ha ancora visto niente.


Il suo contratto di lavoro prevedeva, oltre a penali bizzarre e inusuali, il pagamento dello stipendio entro 60 giorni dalla fine del rapporto di lavoro: una clausola in evidente contrasto con il Codice delle obbligazioni, che fissa il pagamento entro la fine di ogni mese lavorativo. Come mai il titolare dello studio legale che ha firmato il contratto per la parte del datore di lavoro non lo ha stracciato perché incompatibile, oltre che con il Codice delle obbligazioni, anche con la Legge sul lavoro?


Consultato dal conduttore, l’avvocato presente alla trasmissione ha osservato che si sarebbe dovuto mettere in mora il datore di lavoro e poi disdire il contratto e fare un precetto esecutivo per esigere il pagamento del lavoro svolto, procedura che in Ticino è piuttosto agile. Ma quale precetto esecutivo, quali passi legali può fare un ragazzo il cui bene supremo è poter entrare finalmente nella vita lavorativa, guadagnare qualcosa per rimborsare la mamma delle spese sostenute per pagargli il viaggio e la divisa, e conquistarsi l’indipendenza economica? Perché se intraprendesse la via legale otterrebbe al massimo un risarcimento irrisorio, ma perderebbe certamente il posto di lavoro: in questo paese il diritto di licenziare è sacro.


Viene allora il sospetto che certe ditte si installino in Svizzera per approfittare della grande flessibilità del suo mercato del lavoro e perché lo Stato non è in grado di far rispettare le leggi sul lavoro che lui stesso si è dato. Altro che diktat.

Pubblicato

Giovedì 22 Maggio 2014

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