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Partenariato sociale

di

Giuseppe Dunghi

Non sanno che cosa vuol dire, oppure lo sanno troppo bene e si vergognano, perciò lo dicono in inglese, partnership. Poi lo ricalcano in italiano per fare in modo che lo capisca il minor numero di gente possibile. Dovrebbe consistere nel rapporto politicamente corretto tra lavoratori e imprese: uno sciopero che non faccia danno a nessuno, discorsi reboanti quanto basta, seguiti da trattative o negoziati che si concludono con qualche modesto aumento di salario in cambio di un leggero arretramento nei diritti del lavoro o con una qualche conquista nei diritti in cambio di una piccola rinuncia salariale. Sempre cose piccole. Poi, per quattro anni, da una parte felici di avere ancora il posto di lavoro, dall’altra entusiasti di poter continuare a fare utili. Il destino del lavoro affidato a una favola. Il rapporto fra le classi risolto con una barzelletta.


La poesia si è permessa di sognare qualcosa di meno scontato. Nell’età dell’oro, quando nascerà una nuova stirpe di umani, i greggi non temeranno più i leoni, scomparirà il serpente, e al posto delle erbe velenose fiorirà dappertutto il cardamomo, gli arbusti spinosi porteranno grappoli d’uva, le querce stilleranno miele, la natura darà senza bisogno di lavorare tutto quello che è necessario per vivere, gli uomini non avranno più motivo di contrapporsi l’uno all’altro e cesseranno le guerre.


Purtroppo le cose non stanno come le profetizzava Virgilio nella quarta ecloga, almeno per ora. Segromigno in Monte è una frazione del comune di Capannori in provincia di Lucca, dove agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso era sviluppata l’industria calzaturiera. Oltre 100 aziende tra piccole e grandi occupavano 10-12.000 operai e producevano calzature di qualità piuttosto bassa per conto terzi. Tutte queste aziende non applicavano il contratto di lavoro nazionale, per cui le paghe erano circa del 40 per cento più basse. Le ore di lavoro settimanali superavano le 50, ma i dipendentierano assicurati per 20 ore. La maggioranza di essi venivano prelevati con dei pulmini nei paesi più arretrati dell’alta Garfagnana e tornavano tardi la sera. Gli ambienti di lavoro erano malsani, saturi di vapori di mastice e polvere. Tutto questo per far fronte alla concorrenza, altrimenti – sostenevano i proprietari – si sarebbe dovuto chiudere. Il sindacato riuscì a organizzare grandi lotte per far cambiare la situazione, e, dopo due anni di scioperi, denunce e occupazioni riuscì a far applicare il contratto nazionale con grandi miglioramenti salariali prima nelle aziende grandi, poi anche in quelle più piccole. La lotta continuò negli anni successivi con molte conquiste nel campo ambientale e professionale, e diverse aziende decisero di migliorare la qualità dei prodotti con investimenti sugli impianti. Insomma l’eccellenza atraverso l’innovazioneattraverso, come si usa dire oggi.


A partire dagli anni ’90 però i padroni cominciarono a delocalizzare la produzione in Romania, Ucraina, Serbia, e poi in Cina e India, dove il costo del lavoro è da 7 a 13 volte più basso che in Italia. Con questo ristabilendo la stessa situazione a loro favorevole dei primi anni ’70. Oggi a Segromigno sono rimaste 30 aziende con meno di 2.000 occupati. Il sindacalista della Cgil Umberto Franchi che ha passato la sua vita in queste lotte, e le ha raccontate in una lettera al giornale, come potrà continuare a credere nel partenariato sociale? Se dobbiamo morire di favole, che sia almeno quella del lupo e dell’agnello, il forte vince sempre sul debole. Altro che trattative intorno a un tavolo, altro che diritti, altro che democrazia.

Pubblicato

Mercoledì 10 Maggio 2017

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