«Sai, parlano di una rivoluzione. Sembra un sussurro». (“Don’t you know they are talking about a revolution. It sounds like a whisper”). Sparate a tutto volume le parole della cantante afroamericana Tracy Chapman caricano l’aria di un 8 marzo che ha visto in tutta la Svizzera la rabbia delle “Donne in collera”. A Bellinzona il pulmino itinerante dell’omonimo collettivo ticinese (in cui sono confluite rappresentanti di diverse organizzazioni politiche e sindacali, nonché cittadine private) ha stazionato nella sua prima tappa del percorso di sensibilizzazione davanti al Centro smistamento della Posta. Sì perché è nei luoghi di lavoro che questa volta la carovana delle “Donne in collera” ha deciso di recarsi: laddove in caso di razionalizzazioni è proprio il personale femminile a perdere per primo il posto, laddove le paghe delle donne sono sempre inferiori a quelle maschili, laddove si rischia il licenziamento se si rimane incinta. Sono troppi i motivi di discriminazione che gravano sulle donne, nel lavoro come nella vita sociale, ma quest’8 marzo ci si è ritrovate a lottare a denti stretti contro due pericoli che rischiano di vanificare anni e anni di cammino verso la parità: contro l’innalzamento dell’età dell’Avs fino ai 67 anni anche per le donne e contro la minaccia di affossamento per mano dell’Udc del progetto di congedo maternità, già ridotto ai minimi termini. Altro che sognare la parità, andando di questo passo bisognerà riscrivere anche le favole. Lo sanno bene i due attori della carovana: Cappuccetto Rosso e il Lupo, sbucati fuori dal pulmino delle “Donne in collera”, non sono più quelli di una volta. Eh sì, la piccola non può andare dalla nonna che alla veneranda età di 66 anni lavora ancora in fabbrica, la mamma non può tenerla perché operaia anche lei e il Lupo non vuol saperne di farle da baby sitter. Applaude raggiante Gigliola, una nonna pensionata ultrasessantenne di Locarno, vestita di rosso da capo ai piedi. «Sono preoccupata per le figlie e le nipoti di tutti, non solo le mie. Io ho cominciato a lavorare a 15 anni, prima come contadina, poi in una fabbrica, ho fatto la baby sitter, mi sono trasferita nella Svizzera interna e ancora ho lavorato nell’industria orologiera. Dopo anni sono tornata in Ticino e mi sono sposata continuando a lavorare. Ho sempre partecipato alle manifestazioni ma mai avrei creduto che sull’Avs si sarebbe tornati così indietro. Noi siamo vestite di rosso a dimostrazione della nostra rabbia ma spero che la nostra lotta abbia successo e che sia il Governo un domani a diventare rosso di rabbia!» Insieme, fra palloncini e striscioni, le donne del collettivo danno volantini ai passanti ma anche in questo sono state penalizzate: il Centro smistamento è vicino ma seminascosto rispetto alla facciata principale della Posta e il movimento di auto e persone è rado. «Siamo ad un punto deludente perché ci rendiamo conto che questa società è poco solidale con le donne. La votazione del 16 maggio sarà determinante per il futuro di noi tutte e vorrei che non solo le donne ne fossero consapevoli ma anche gli uomini», dice Clio, studentessa universitaria. Dalla Posta ci si reca alla Casa per anziani Greina dove l’accoglienza è calorosa. Tutto il personale porta un fiocco rosso in segno di adesione alla giornata di protesta e un operatore veste la maglietta delle “Donne in collera”. «Ad essere sincera non sapevo di questa manifestazione ma sono contenta. Mi spaventa che noi donne, oltre a sobbarcarci il carico del lavoro casalingo dovremmo lavorare fino a 67 anni e che il progetto sul congedo maternità sia a rischio», dice Laura, agli ultimi mesi di gravidanza. «Siamo qui, perché le donne sul posto di lavoro sono discriminate tra i discriminati», dice Pelin Kandemir, del Collettivo. Intanto, gli anziani guardano la favola di Cappuccetto Rosso divertiti e ascoltano le ragioni del collettivo delle donne in Collera, mentre Beatriz, un’animatrice di origini argentine commenta: «È dura per le donne riuscire a mantenere un lavoro e contemporaneamente occuparsi della famiglia. Io sono da sola e ho una figlia e vedo quante difficoltà comporta conciliare le due sfere. Trovo importanti queste manifestazioni perché danno voce a tutte le donne che non hanno la forza e il modo di tutelare i propri diritti». Tra donne in collera c’è la giornalista Delta Geiler Caroli, da sempre in prima fila nelle battaglie per i diritti delle donne. «Ogni volta che si parla di parità è nel peggiore dei sensi. Alle donne non vengono riconosciute le loro caratteristiche specifiche, lo si vede con la maternità non più considerata un valore», afferma. Sono le 11.30 e il pulmino itinerante si sposta a Grancia dove il clima si scalda (si veda articolo sotto). Il giro si conclude a Lugano in Piazza Dante dove alle 17 l’animazione è grande. La gente si ferma, prende i volantini, e il colore rosso qui è più presente che altrove. «Cosa succede?» chiede una turista americana ad una ragazza. E la risposta sembra giungere dalle note del pulmino: «Sai, parlano di una rivoluzione». Lunedì 8 marzo la carovana delle “donne in collera” (vedasi articolo sopra) ha fatto tappa anche in alcune fabbriche del settore orologiero del Sottoceneri. Alle 13.30 davanti alla Diantus di Mendrisio – che conta quasi 600 dipendenti per la maggior parte donne frontaliere – c’era anche Anna Biscossa in compagnia delle donne in rosso e dei sindacalisti. Insieme a un lupo sui trampoli e ad una cappuccetto rosso impaurita e nascosta in un bidone dell’olio attendevano le lavoratrici del turno mattutino che staccano alle 14. Una festa amara per le donne che quest’anno hanno voluto mostrare la loro rabbia a una società che si ostina a non riconoscere il ruolo femminile. Una festa resa ancor più amara dal comportamentodella direzione della Diantus che a fine turno hafatto uscire le ragazze da un’uscita posteriore. «Strano, non usiamo mai questa porta», dice stupita una delle giovani lavoratrici. «Mi hanno detto che oggi si esce da questa parte, per me non è un problema, voglio solo andare a casa, sono stanca», aggiunge Paola, 22 anni. La carovana rossa da una parte e le lavoratrici dall’altra: una festa mancata. A questo punto le manifestanti – seguite a ruota dal lupo e da cappuccetto col suo bidone – si sono recate decise al posteggio della ditta distribuendo volantini: «adesso basta! È ora di riconoscere il ruolo della donna nella società!». Alcune ragazze tirano dritte senza alzare la testa: «non possiamo prendere il volantino che se ci vedono poi rischiamo di essere licenziate», dicono ad una delle sindacaliste. Altre, invece, prendono il volantino e lo slogan le fa sorridere. «Il ruolo della donna nella società… vorrei poter essere io a decidere cosa voglio fare della mia vita, ma per campare bisogna pur guadagnarsi la pagnotta; e io lavoro per questo e non certo perché mi diverte montare casse di orologi tutto il giorno – dice Maria, 24 anni, con una punta di orgoglio negli occhi. A volte però mi sento come Chaplin in quel film che ha fatto sul lavoro in fabbrica. Sono donna ma anche un ingranaggio». Intanto due auto della polizia circolano nel perimetro della fabbrica: «volete anche voi un palloncino rosso da attaccare all’auto?», chiede ai poliziotti una manifestante. Infastidite dal boicottaggio Anna Biscossa e una rappresentante sindacale si sono dirette verso l’entrata della ditta per chiedere spiegazioni. «Quale è il vostro problema?», è la domanda con la quale sono state accolte. «È più di mezz’ora che fate baccano qui fuori e ci disturbate, poi avete anche sporcato il nostro posteggio con i vostri fogli, ora per favore uscite di qui», è il monito con il quale la direzione della Diantus ha allontanato le donne oramai sempre più in collera. Momenti di tensione che la ex presidente del Partito socialista ticinese ha definito «specchio di un modo di fare gli affari che non ha considerazione dell’essere umano. Oggi volevamo solo rendere onore a queste lavoratrici e hanno fatto di tutto per boicottarci. È un atto di inciviltà, che reputo vergognoso e vile». «Ecco a cosa porta il concetto di competitività masoniana», aggiunge stizzita una sindacalista. Terminata la spiacevole parentesi alla Diantus di Mendrisio una parte della carovana si è mossa verso il centro commerciale di Grancia mentre due sindacalisti della Flmo sono andati in altre due imprese dell’orologeria. Alle 16:45 staccano alcune delle 80 dipendenti della Reglatronic di Ligornetto. Sono meno tese che le loro colleghe di Mendrisio, prendono volentieri i manifesti per l’8 marzo, ringraziano e vanno a casa. «Da quanto tempo lavoro qui? Ormai da 7 anni, ora ne ho 25 di anni io. Guadagno 2 milioni di lire al mese, aiuto i miei genitori a tirare avanti. La Flmo? Non so che cosa sia», dice sorridendo una lavoratrice. Alle 17:10 è la volta delle ragazze della Farone, forse 160 in totale mi dice il sindacalista. Stessa scena, si avvicinano alle loro auto, prendono i volantini e partono verso casa. «Non sanno neppure quali sono i loro diritti, – commenta il sindacalista Nicolas Bianchi –. Vengono qui dalla vicina Italia spesso introdotte da amiche. Ci si deve conquistare la loro fiducia; non è sufficiente fare una singola azione come questa di oggi. Bisognerebbe venire qui nella loro pausa pranzo, a volte col bel tempo mangiano all’aperto, e discutere con loro. Molte di loro all’inizio hanno paura di parlare». L’8 marzo è trascorso anche così, e la cappuccetto rosso nascosta nel suo bidone forse non fuggiva solo dal suo lupo.

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12.03.04

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