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Parlamento antisociale

di

Gianfranco Rosso
Le lavoratrici e i lavoratori di questo paese, si sa, godono di pochissimo ascolto nel parlamento federale: praticamente tutte le decisioni prese vanno contro i loro interessi. Basti pensare a quelle adottate dalla maggioranza borghese negli ultimi quattro anni nel campo delle assicurazioni sociali, del diritto del lavoro e della politica economica e fiscale. Di fronte a certi disastri, che area segnala regolarmente ai suoi lettori, il bilancio della legislatura non può che essere negativo. Un’opinione condivisa anche da due autorevoli sindacalisti esponenti del Partito socialista, come il vodese Pierre Yves Maillard (Flmo) e il sangallese Paul Rechsteiner, presidente dell’Unione sindacale svizzera. In occasione dell’ultima sessione delle Camere federali, li abbiamo avvicinati per tracciare un bilancio di legislatura e per riflettere sul senso della presenza sindacale in Parlamento. «Il bilancio è catastrofico», esordisce Maillard, particolarmente preoccupato per gli «innumerevoli attacchi a quasi tutte le assicurazioni sociali. Basti pensare all’11esima revisione dell’Avs, nella quale, a causa delle promesse non mantenute dalla destra, non è rimasto nulla per la pensione flessibile». Tra le tante sconfitte ricorda anche qualche successo? «L’unico successo che va menzionato è la vittoria nel referendum contro la liberalizzazione del mercato elettrico. Qui, grazie al movimento sindacale, è stato possibile modificare i rapporti di forza». Al di là di questo successo, resta il fatto che negli ultimi quattro anni la posizione delle lavoratrici e dei lavoratori è peggiorata... «Non c’è dubbio. In questi anni si è rafforzata la tendenza, che vede aumentare il rendimento dei capitali e i salari diminuire. Basti pensare che negli ultimi vent’anni i salari sono rimasti praticamente identici, mentre i dividendi delle società svizzere quotate in borsa si sono moltiplicati del 500 per cento. Questa evoluzione, visti i rapporti di forza tra destra e sinistra, sembra purtroppo inarrestabile». Significa che la presenza di sindacalisti in parlamento è inutile? «Al contrario: la presenza sindacale ha effetti molto positivi. Secondo me ha il merito di mantenere la socialdemocrazia svizzera vicina al mondo del lavoro. Un risultato non da poco se si guarda a quando sta succedendo nei partiti socialisti nel resto d’Europa, che negli ultimi anni (in particolare in Germania e Inghilterra) hanno subito una deriva tale da renderli indistinguibili dalle forze di destra. In Svizzera, al contrario, il legame forte tra il mondo sindacale e il Ps per ora ha impedito una tale deriva». In Svizzera non vede pericoli in questo senso? «Certamente. Basti pensare al dibattito sulla legge sul mercato elettrico o alla questione del servizio pubblico in generale. Qui abbiamo assistito ad una lotta di potere tra i partigiani di una presenza forte della socialdemocrazia nel mondo del lavoro e quelli che sostengono il liberalsocialismo alla Tony Blair. Fortunatamente abbiamo vinto noi». Come giudica la collaborazione con i sindacati cristiani? «L’influenza dei sindacati sul Partito democratico cristiano è sempre più debole. In Consiglio nazionale c’è Meinrado Robbiani che fa un ottimo lavoro, ma purtroppo è isolato nel suo gruppo. Oggi il Partito democratico cristiano è completamente sconnesso dal mondo del lavoro. Ormai contano di più i membri dei Consigli di amministrazione». Il partito radicale sta pensando di fondare un sindacato borghese che faccia da contrappeso alle organizzazioni legate all’Unione sindacale svizzera. Cosa ne pensa? «È un omaggio al nostro lavoro: significa che diamo loro parecchio fastidio. Comunque sono curioso di vedere cosa riusciranno a fare, perché il sindacalista è un mestiere difficile, un mestiere che non è fatto per i dilettanti».

Pubblicato

Venerdì 3 Ottobre 2003

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