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Parità in casa

di

Silvano De Pietro
Metti una giovane coppia di sposi che lavora, e che vorrebbe avere un figlio. Probabilmente i due aspiranti genitori non hanno le idee molto chiare sul notevole impegno che comportano la maternità e la paternità. O meglio: è facile immaginare che il bambino che verrà dovrà essere nutrito, fasciato, accudito in ogni modo, coccolato, intrattenuto e spesso persino vegliato di notte; più difficile è predisporre, se non ci si pensa per tempo, una ripartizione equa di questi compiti tra i genitori e della maggiore quantità del lavoro domestico che la presenza di uno o più figli comporta. La divisione del lavoro domestico La prova che spesso, e anche in buona fede, le coppie cadono nell’errore di affrontare in modo inadeguato la divisione del lavoro domestico, è data dalla statistica. In Svizzera circa i due terzi del lavoro domestico e di cura non retribuito viene svolto dalle donne. L’uomo tende ad eclissarsi soprattutto nel periodo immediatamente successivo al parto, lasciando che questo comportamento si consolidi in fretta. Il risultato è che, terminato il congedo di maternità, la donna si vede ostacolata la ripresa dell’attività professionale da una crescente mole di lavoro domestico che lei deve affrontare da sola, o quasi. Questa situazione prova inoltre che in realtà i problemi sociali ancora irrisolti sono due: la sopravvivenza, nonostante i progressi compiuti, del modello dell’ineguale ripartizione dei compiti all’interno della famiglia; la persistente difficoltà di conciliare attività professionale ed impegni domestici e familiari, dovuta soprattutto alle disparità di considerazione (opportunità e carriere) e di trattamento (salari) nel mondo del lavoro. L’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo (Ufu) vuole ora spingere verso un’attenuazione di questi problemi, lanciando un’apposita campagna di sensibilizzazione. E tanto per cominciare, l’Ufu ha commissionato ad un istituto di ricerca il compito di realizzare uno studio che dimostri la necessità di una tale campagna. Secondo questo studio, otto donne su dieci in età lavorativa e circa i due terzi di quelle che hanno figli in età prescolare, esercitano un’attività professionale. Gli uomini si fanno invece carico soltanto di un terzo del lavoro domestico non retribuito. Ciò significa che sempre più donne partecipano alla vita professionale, mentre il numero delle ore lavorative da loro effettuate in casa rimane immutato. Alcuni dati statistici Nel 2000 in Svizzera le donne hanno dedicato al lavoro domestico e familiare in media 34 ore per settimana, gli uomini appena 18. Nel dettaglio, si riscontrano però alcune differenze. Nelle coppie non sposate il lavoro non retribuito è suddiviso in maniera meno ineguale che in quelle sposate. Ciò indica che le coppie consensuali sfruttano maggiormente la possibilità di impostare lo stile di vita in modo più paritario. Ma con la presenza dei figli e con l’aumentare del loro numero, le disparità nella ripartizione del lavoro domestico tra i genitori si accrescono. Compromessi femminili Quando sono a casa, i padri preferiscono accudire i figli (in particolare: giocare e fare i compiti) ed effettuare lavori artigianali ed amministrativi. Le tipiche attività domestiche ripetitive – come fare il bucato, stirare, riordinare, preparare i pasti, rigovernare – continuano a rimanere una prerogativa femminile. Gli uomini lavorano quasi sempre a tempo pieno, mentre per le madri con figli in età prescolare il tasso occupazionale si riduce al 30 per cento: insufficiente per accedere a compiti interessanti o per assumere una carica con mansioni dirigenziali. Quindi, se anche un numero crescente di donne partecipa alla vita professionale, per molte di loro ciò rappresenta soltanto un impegno marginale. E solo così le madri riescono a conciliare famiglia e professione. «La valutazione dei dati conferma che la conciliazione dell’attività professionale con la vita familiare rimane un affare cosiddetto delle donne», ha affermato Patricia Schulz, direttrice dell’Ufu, nel presentare alla stampa lo studio in questione. «Se vogliamo realizzare l’uguaglianza delle opportunità degli uomini e delle donne nella vita professionale, questa situazione deve cambiare». Ma per cambiare, non esiste una ricetta miracolosa, data la complessità degli aspetti sociali coinvolti. Occorre in effetti «una collaborazione tra la società civile e la politica, i datori di lavoro, i salariati, i padri e le madri». Assicurazione maternità e asili nido Il momento, tuttavia, alla direttrice dell’Ufu sembra favorevole. Mai l’assicurazione maternità è stata così vicina ad essere realizzata. Il finanziamento delle strutture d’accoglienza per l’infanzia, che deve ancora essere votato dal parlamento, va nella buona direzione: una lunga lista d’attesa dimostra che l’offerta di asili e di altre strutture d’accoglienza è ancora insufficiente, sebbene tale offerta costituisca una condizione indispensabile per conciliare vita professionale e vita familiare. Ed oltre agli ambienti politici, una certa disponibilità ad affrontare questi due problemi (assicurazione maternità ed asili nido) è stata segnalata anche dall’Unione svizzera delle arti e mestieri e dall’Associazione padronale svizzera. La contrattazione tra sindacati e padronato Qui si entra nel campo della politica sociale e diventa cruciale la contrattazione tra sindacati e padronato. In effetti, tra le condizioni necessarie per consentire, tanto alle donne quanto agli uomini, di conciliare professione e famiglia, ci sono in primo luogo la regolamentazione del tempo di lavoro e la parità salariale. Se l’iniziativa sulla riduzione del tempo di lavoro, in votazione popolare il prossimo 3 marzo, venisse accolta, «creerebbe una condizione favorevole», ha commentato Patricia Schulz. Ma anche la cultura della comunicazione all’interno dell’azienda ha la sua importanza. Spesso, un padre che vorrebbe dedicare più tempo libero alla famiglia non osa parlarne con i suoi superiori, perché teme che questi possano dubitare della sua dedizione al lavoro. E se pure la sua richiesta venisse accolta, rimane il timore di essere mal considerato dai colleghi. Per meglio conciliare casa e lavoro Dunque, la conciliazione tra vita professionale e familiare va attuata su più livelli. E uno di questi livelli è proprio quello dei diretti interessati: i coniugi, o conviventi. A loro pensa la campagna di sensibilizzazione lanciata dall’Ufu, il cui titolo, «fairplay-at-home.ch», costituisce anche l’indirizzo Internet attraverso il quale, oltre che con un opuscolo e dei questionari, essa offre un impulso e invita alla riflessione . «Non vogliamo insegnare nulla: vogliamo soltanto dire agli uomini e alle donne di distribuirsi il lavoro domestico in modo più equo», ha detto Patricia Schulz. «Il nostro obiettivo consiste nel fare della conciliazione tra vita professionale e vita domestica una questione che concerne gli uomini tanto quanto le donne». Casalinghe e casalinghi: la situazione in Europa Un confronto internazionale sulla divisione del lavoro domestico è stato possibile, per l’anno 2000, tra la situazione in Svizzera e quella esistente in sette paesi dell’Unione europea (Ue): Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi e Portogallo. La variazione del volume del lavoro domestico e familiare nei vari tipi di economie domestiche nei paesi dell’Ue, è assai simile a quella registrata in Svizzera. L’impegno dimostrato dagli uomini svizzeri è più o meno quello riscontrato nei paesi europei. Per contro, il carico lavorativo delle donne svizzere in questo ambito è minore rispetto agli altri paesi europei. La ripartizione dei lavori domestici e familiari in Svizzera è simile a quella riscontrata in Germania. In entrambi i paesi, lo squilibrio nella ripartizione tra i sessi è leggermente minore che nell’insieme dei sette paesi dell’Ue considerati. In particolare, nelle famiglie monoparentali e nelle coppie senza figli gli uomini si occupano dei lavori domestici in modo decisamente maggiore in Svizzera che nei paesi dell’Ue. Sul piano professionale, il tasso occupazionale femminile a tempo parziale è più elevato in Svizzera che negli altri paesi considerati, ad eccezione dei Paesi Bassi.

Pubblicato

Venerdì 18 Gennaio 2002

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