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“Padroni, mantenete la parola”

di

Silvano De Pietro
Stefano Guerra
Una dimostrazione di protesta di circa 300 pittori e gessatori, a fine gennaio davanti alla sede dell’associazione padronale del ramo a Wallisellen (Zurigo), ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale un problema grave che, se non fosse vero, sembrerebbe incredibile. Nel 2002 l’Associazione svizzera imprenditori pittori e gessatori (in tedesco: Smgv) s’era impegnata contrattualmente ad elaborare un confacente modello di pensionamento flessibile, da applicare a partire dal 1. gennaio 2004. In compenso, il Sindacato edilizia e industria (Sei) aveva rinunciato a pretendere un adeguamento dei salari reali, poiché i 45 franchi per dipendente che la controparte padronale aveva accettato di versare mensilmente a titolo di prefinanziamento andavano considerati come parte della massa salariale. I padroni avevano però sottoscritto quell’impegno probabilmente con la riserva mentale di non rispettarlo. La Smgv non ha infatti mai collaborato sul serio alla messa a punto del modello di pensionamento anticipato, ed i 45 franchi del prefinanziamento non sono mai stati versati in un apposito fondo. «È un’eclatante inadempienza contrattuale ed un venir meno alla parola data nei confronti dei propri dipendenti», ha affermato il Sei in un comunicato. Oltretutto, i padroni scherzano col fuoco, dato che anche adesso, in prossimità della scadenza del contratto collettivo di lavoro biennale, non si mostrano disponibili ad attuare la loro promessa e negoziare il pensionamento anticipato, rischiando la disdetta del contratto collettivo di lavoro e quindi l’apertura di una lunga fase conflittuale. Ma perché i padroni si comportano in questo modo? L’abbiamo chiesto al segretario centrale del Sei, Hansueli Scheidegger, responsabile sindacale del ramo principale dell’edilizia. «Evidentemente gli imprenditori pittori e gessatori hanno sottoscritto due anni fa un’intesa che fin dall’inizio era politicamente poco sostenuta», spiega Scheidegger, «per cui all’interno della loro associazione, analogamente a quanto accaduto tra gli imprenditori edili, è cresciuta la pressione affinché non si dia seguito a quell’accordo. Questa nuova, massiccia opposizione contro ogni forma di pensionamento anticipato, è sorta in special modo nella Svizzera centrale e parzialmente in quella orientale». Ha un’idea del motivo di tale opposizione? «Penso che in parte vi giochino certamente anche degli aspetti ideologici. In altri termini, le parole d’ordine dell’Udc contro altre prestazioni sociali ed ulteriori impegni nel campo del pensionamento, sono riuscite a passare. A reagire in questo caso non sono quindi gli imprenditori che si muovono nell’interesse delle loro aziende e dei loro collaboratori, ma gli ideologi», è la risposta di Scheidegger. Questa interpretazione è indirettamente confermata dalla circostanza che l’opposizione al pensionamento flessibile s’è manifestata nella Svizzera tedesca ed in Ticino, mentre la stessa associazione padronale si è comportata in modo ben diverso nella Svizzera francese, dove l’influenza dell’Udc è minore. In Romandia gli imprenditori pittori e gessatori hanno sottoscritto con i sindacati un contratto collettivo di lavoro, che a partire dall’anno prossimo prevede il pensionamento flessibile dai 62 anni d’età. Di conseguenza, i lavoratori nelle imprese di pittura e gessatura della Svizzera tedesca giustamente si domandano perché a loro viene rifiutato ciò che nella Svizzera francese s’è rivelato realizzabile e finanziabile senza problemi. Forse le condizioni economiche in Romandia sono migliori che nella Svizzera tedesca e consentono il prepensionamento? Nient’affatto, risponde ancora Hansueli Scheidegger. «Le condizioni dell’economia nella Svizzera francese non sono certo migliori che nella Svizzera tedesca. Per cui non si può dedurre che le imprese di pittura e gessatura in Romandia si possano permettere il pensionamento anticipato dei propri collaboratori, mentre quelle della Svizzera tedesca non se lo possano permettere. L’economia è la stessa; quindi non esistono argomenti di carattere economico che parlino contro la nostra richiesta del prepensionamento anche nella Svizzera tedesca». Ma alla Svizzera tedesca, in questo rifiuto è abbinato anche il Ticino. Perché? «La situazione in Ticino è speciale», spiega Scheidegger. «I gessatori ticinesi non sono inclusi nel contratto collettivo della Svizzera tedesca, al quale sono sottoposti soltanto i pittori della Svizzera italiana. I gessatori del Ticino hanno invece un proprio contratto collettivo di lavoro, che viene negoziato localmente. Quindi noi, come sindacato nazionale, non vi abbiamo alcuna influenza. Quanto ai pittori del Ticino, che sono sotto il nostro contratto, non ho ancora percepito alcun segnale che l’associazione padronale ticinese voglia trovare una propria soluzione autonoma al problema del prepensionamento». Logicamente, la Smgv cerca di difendersi; ma lo fa in modo scorretto, argomentando con un singolare concetto di negoziato. In un comunicato, l’associazione padronale prima interpreta a modo suo il termine del 1. gennaio 2004 per la realizzazione del prepensionamento, una data che sarebbe soltanto indicativa («wenn möglich», se possibile). Poi aggiunge di avere «da tempo definito le sue condizioni in questo contesto e di avere con ciò comunicato chiaro e tondo ai sindacati che cosa per la Smgv è ragionevole ed opportuno. Se queste proposte non corrispondono all’idea che ne avevano i sindacati e per questo non è stato possibile raggiungere l’obiettivo, allora la responsabilità è dei nostri partner sociali». Come dire: se ai sindacati non sta bene quello che diciamo noi, la colpa è loro. E questo è il concetto di soluzione negoziata secondo i padroni. È chiaro, a questo punto, che pittori e gessatori della Svizzera tedesca hanno tutto il diritto di essere furibondi. Per questo hanno dato vita, in stretta collaborazione con il Sei, alla manifestazione di protesta davanti alla sede della Smgv a Wallisellen, che è soltanto l’avvio di una serie di altre azioni già in programma. Intanto, dall’inizio del mese e fino al 20 febbraio si svolge in tutti i cantieri un sondaggio per sapere se le lavoratrici ed i lavoratori sono disposti a disdire il contratto collettivo di lavoro ed eventualmente a lottare per i propri diritti con uno sciopero nel mese di aprile. Il 21 febbraio è in programma una grande conferenza professionale a Zurigo (Volkshaus, ore 10.30) per decidere definitivamente sulla disdetta del contratto collettivo di lavoro e sulle ulteriori misure di lotta da adottare. Nel frattempo, in tutte le regioni della Svizzera tedesca vengono organizzate altre azioni di protesta. L’ultima, quella di 40 pittori e gessatori che stanno lavorando al Politecnico federale di Zurigo, e che martedì 10 febbraio hanno sospeso per un’ora il lavoro e dato vita ad una protesta. E in Ticino, come si muoveranno i lavoratori del settore? «So che vi si sta preparando una grande mobilitazione per la conferenza professionale del 21 febbraio», risponde Scheidegger. In ogni caso, è già programmata per il 27 marzo una grande giornata nazionale di protesta, con manifestazione a Zurigo. Per fine marzo è previsto l’ultimo tentativo di trovare un’intesa con la Smgv, prima di entrare in una situazione di assenza del contratto collettivo di lavoro (vuoto contrattuale). Se anche l’ultimo tentativo fallirà, occorrerà ricordarsi di quello che sono riusciti ad ottenere i lavoratori dell’edilizia con lo sciopero del 4 novembre 2002. Ma perché i padroni si comportano in questo modo? L’abbiamo chiesto al segretario centrale del Sei, Hansueli Scheidegger, responsabile sindacale del ramo principale dell’edilizia. «Evidentemente gli imprenditori pittori e gessatori hanno sottoscritto due anni fa un’intesa che fin dall’inizio era politicamente poco sostenuta», spiega Scheidegger, «per cui all’interno della loro associazione, analogamente a quanto accaduto tra gli imprenditori edili, è cresciuta la pressione affinché non si dia seguito a quell’accordo. Questa nuova, massiccia opposizione contro ogni forma di pensionamento anticipato, è sorta in special modo nella Svizzera centrale e parzialmente in quella orientale». Ha un’idea del motivo di tale opposizione? «Penso che in parte vi giochino certamente anche degli aspetti ideologici. In altri termini, le parole d’ordine dell’Udc contro altre prestazioni sociali ed ulteriori impegni nel campo del pensionamento, sono riuscite a passare. A reagire in questo caso non sono quindi gli imprenditori che si muovono nell’interesse delle loro aziende e dei loro collaboratori, ma gli ideologi», è la risposta di Scheidegger. Questa interpretazione è indirettamente confermata dalla circostanza che l’opposizione al pensionamento flessibile s’è manifestata nella Svizzera tedesca ed in Ticino, mentre la stessa associazione padronale si è comportata in modo ben diverso nella Svizzera francese, dove l’influenza dell’Udc è minore. In Romandia gli imprenditori pittori e gessatori hanno sottoscritto con i sindacati un contratto collettivo di lavoro, che a partire dall’anno prossimo prevede il pensionamento flessibile dai 62 anni d’età. Di conseguenza, i lavoratori nelle imprese di pittura e gessatura della Svizzera tedesca giustamente si domandano perché a loro viene rifiutato ciò che nella Svizzera francese s’è rivelato realizzabile e finanziabile senza problemi. Forse le condizioni economiche in Romandia sono migliori che nella Svizzera tedesca e consentono il prepensionamento? Nient’affatto, risponde ancora Hansueli Scheidegger. «Le condizioni dell’economia nella Svizzera francese non sono certo migliori che nella Svizzera tedesca. Per cui non si può dedurre che le imprese di pittura e gessatura in Romandia si possano permettere il pensionamento anticipato dei propri collaboratori, mentre quelle della Svizzera tedesca non se lo possano permettere. L’economia è la stessa; quindi non esistono argomenti di carattere economico che parlino contro la nostra richiesta del prepensionamento anche nella Svizzera tedesca». Ma alla Svizzera tedesca, in questo rifiuto è abbinato anche il Ticino. Perché? «La situazione in Ticino è speciale», spiega Scheidegger. «I gessatori ticinesi non sono inclusi nel contratto collettivo della Svizzera tedesca, al quale sono sottoposti soltanto i pittori della Svizzera italiana. I gessatori del Ticino hanno invece un proprio contratto collettivo di lavoro, che viene negoziato localmente. Quindi noi, come sindacato nazionale, non vi abbiamo alcuna influenza. Quanto ai pittori del Ticino, che sono sotto il nostro contratto, non ho ancora percepito alcun segnale che l’associazione padronale ticinese voglia trovare una propria soluzione autonoma al problema del prepensionamento». Logicamente, la Smgv cerca di difendersi; ma lo fa in modo scorretto, argomentando con un singolare concetto di negoziato. In un comunicato, l’associazione padronale prima interpreta a modo suo il termine del 1. gennaio 2004 per la realizzazione del prepensionamento, una data che sarebbe soltanto indicativa («wenn möglich», se possibile). Poi aggiunge di avere «da tempo definito le sue condizioni in questo contesto e di avere con ciò comunicato chiaro e tondo ai sindacati che cosa per la Smgv è ragionevole ed opportuno. Se queste proposte non corrispondono all’idea che ne avevano i sindacati e per questo non è stato possibile raggiungere l’obiettivo, allora la responsabilità è dei nostri partner sociali». Come dire: se ai sindacati non sta bene quello che diciamo noi, la colpa è loro. E questo è il concetto di soluzione negoziata secondo i padroni. È chiaro, a questo punto, che pittori e gessatori della Svizzera tedesca hanno tutto il diritto di essere furibondi. Per questo hanno dato vita, in stretta collaborazione con il Sei, alla manifestazione di protesta davanti alla sede della Smgv a Wallisellen, che è soltanto l’avvio di una serie di altre azioni già in programma. Intanto, dall’inizio del mese e fino al 20 febbraio si svolge in tutti i cantieri un sondaggio per sapere se le lavoratrici ed i lavoratori sono disposti a disdire il contratto collettivo di lavoro ed eventualmente a lottare per i propri diritti con uno sciopero nel mese di aprile. Il 21 febbraio è in programma una grande conferenza professionale a Zurigo (Volkshaus, ore 10.30) per decidere definitivamente sulla disdetta del contratto collettivo di lavoro e sulle ulteriori misure di lotta da adottare. Nel frattempo, in tutte le regioni della Svizzera tedesca vengono organizzate altre azioni di protesta. L’ultima, quella di 40 pittori e gessatori che stanno lavorando al Politecnico federale di Zurigo, e che martedì 10 febbraio hanno sospeso per un’ora il lavoro e dato vita ad una protesta. E in Ticino, come si muoveranno i lavoratori del settore? «So che vi si sta preparando una grande mobilitazione per la conferenza professionale del 21 febbraio», risponde Scheidegger. In ogni caso, è già programmata per il 27 marzo una grande giornata nazionale di protesta, con manifestazione a Zurigo. Per fine marzo è previsto l’ultimo tentativo di trovare un’intesa con la Smgv, prima di entrare in una situazione di assenza del contratto collettivo di lavoro (vuoto contrattuale). Se anche l’ultimo tentativo fallirà, occorrerà ricordarsi di quello che sono riusciti ad ottenere i lavoratori dell’edilizia con lo sciopero del 4 novembre 2002. Su e giù dalle scale, a 64 anni di Stefano Guerra di Stefano Guerra «Il nostro non è un mestiere da scrivania. Tutti i giorni fai su è giù dalle scale, spesso con secchi da 20-25 chili. Mi dica lei: quando deve andare in pensione uno che ha lavorato così per 40 anni?». Se avesse potuto, Giuseppe Cartulano in pensione ci sarebbe andato già nel 2000, quando stava per compiere i 60 anni. Ma ancor oggi, a quasi 64 anni – 44 dei quali passati con un pennello in mano – attende il prepensionamento che l’associazione padronale di categoria si ostina a negare (vedasi articolo sopra). Nonostante tutto, Giuseppe Cartulano si ritiene fortunato. Ha sì un persistente dolore alle gambe, ma a differenza di non pochi suoi colleghi in fondo non ha grossi acciacchi. A fine dicembre, però, ha deciso di appendere il pennello al muro. Ha preso carta e penna e ha mandato la disdetta del contratto che da 7 anni lo lega alla piccola impresa di pittura Giorgio Cairoli di Balerna. Così, fra vacanze arretrate e dovute per il 2004, gli restano solo un paio di settimane di lavoro. «Non ho nessuna intenzione di portarmi il pennello nella tomba», dice. Giuseppe Cartulano è nato il 26 marzo 1940 a Padula, in provincia di Salerno. Non ancora ventenne è emigrato in Ticino. Si è stabilito a Breganzona, poi nel 1963 – un anno prima di sposarsi con Maria con la quale ha avuto due figli – si è trasferito a Canobbio. Dal 1973 vive a Balerna dove ha continuato a fare quello che aveva sempre fatto prima di allora: il pittore. Per 22 anni è rimasto alle dipendenze della ditta Franco Riva di Balerna e per uno – il 1996, l’ultimo prima della chiusura – ne è persino stato il direttore («per fare un favore al datore di lavoro che si era ammalato, non certo per guadagnarci: la paga era la stessa»). Sindacalista di lunga data (è nel Sei da 42 anni, da 20 nel comitato sezionale e da altrettanti è delegato nazionale dei pittori ticinesi), Giuseppe Cartulano – che nel 1981 ha ottenuto il passaporto svizzero – ricorda che «una volta», nel suo lavoro, c’era meno stress: «La stessa cosa prima la facevi in due ore, ora ti tocca farla in una. I clienti spesso reclamano, ma se i padroni non ti danno il tempo di fare bene il tuo lavoro che colpa ne abbiamo noi? Se c’è una forte concorrenza fra i padroni, che colpa ne abbiamo noi operai? Una volta c’era più tolleranza da parte dei datori di lavoro, ora in generale se ne fregano, fanno solo i loro interessi». Seduto al tavolo del salotto nella sua casa in via San Gottardo a Balerna, Giuseppe Cartulano dice di non più sopportare i pesi che ogni giorno è obbligato a sollevare. Secchi di pittura («anche da 20-25 chili»), assi di legno per i ponteggi, scale («magari alte 5 o 6 metri perché il padrone vuol risparmiare sui ponteggi») hanno messo a dura prova il fisico di quest’uomo tozzo e senza peli sulla lingua. «Quando arrivo a casa la sera – dopo un’intera giornata passata a far su è giù da scale e ponteggi e a sollevare pesi – sono rotto. Le gambe mi fanno un male tremendo e non ho più la forza di uscire. Ieri (domenica, ndr), per esempio, dal dolore sono dovuto restare sdraiato tutto il giorno senza poter uscire», spiega Giuseppe Cartulano in un italiano dal forte accento campano, inframmezzato da frasi in dialetto ticinese. A pagare il prezzo dei dolori è soprattutto la sua passione per le bocce: «Gli amici mi chiedono spesso di andare a giocare, ma come faccio? Se mi devo attaccare persino per scendere le scale!». Giuseppe Cartulano non rimpiangerà il lavoro che sin qui è stato la sua vita («sono stufo: già adesso quando bisogna pitturare in casa facciamo fare i lavori da altri»), anzi. «Proprio oggi ho telefonato alla Bocciofila ’84 per iscrivermi al campionato sociale che comincerà in marzo. Poi ci sarà l’orto dove abbiamo sempre seminato di tutto, e magari porterò un po’ in giro gli anziani che hanno bisogno di aiuto», dice. E con un occhio rivolto ai colleghi più giovani aggiunge: «Nel sindacato è ora che si faccia avanti gente nuova. Io comunque resterò a disposizione. E il 21 febbraio (alla conferenza professionale, ndr) andrò in pullman a Zurigo a reclamare il prepensionamento».

Pubblicato

Venerdì 13 Febbraio 2004

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