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Lobby e potere

"Padroni divisi, ma più forti"

Un esperto analizza l’evoluzione delle lobby economiche svizzere tra divergenze d’interessi e potere accresciuto nel contesto della globalizzazione

di

Federico Franchini

Il mondo padronale svizzero appare diviso. Prendiamo la riforma della legge sul CO₂: se la più grande organizzazione mantello dell’economia, economiesuisse, è a favore, la potente Associazione svizzere delle arti e dei mestieri (Usam) ha sostenuto il referendum. Proprio per la posizione pro legge di economiesuisse, la lobby degli importatori di automobili (Auto Suisse) e quella degli importatori di combustibili e carburanti (Avenergy) si sono ritirate dall’associazione. Per altre ragioni ha abbandonato economiesuisse anche Swiss Retail, la lobby del commercio al dettaglio che ha deciso di concentrare le proprie risorse finanziarie per agire presso gli attori politici nel contesto della gestione della pandemia. Proprio l’approccio alla crisi sanitaria, così come anche l’Iniziativa multinazionali responsabili, è stato fonte di ulteriori recenti divisioni tra i vari settori economici. Così come a dividere è anche la posizione verso una serie di tematiche legate all’Europa, su tutte quelle inerenti all’Accordo quadro con l’Ue. Finita, insomma, l’epoca in cui il Vorort – il predecessore d’economiesuisse – dettava legge, tanto sulla politica federale che sull’intero fronte padronale. Per cercare di capire meglio questa evoluzione, ci siamo rivolti ad André Mach, professore dell’Università di Losanna e attento studioso delle interazioni tra gruppi d’interesse e potere politico in Svizzera.

 

 

Professor Mach, le associazioni padronali sembrano oggi divise. È davvero così?

 

Sì, ma non direi che si tratta di un fenomeno ultrarecente. Situerei l’inizio delle divisioni nella seconda metà degli anni 90, con la crisi economica e l’aumento delle pressioni internazionali sulla Svizzera.

 

Cosa è successo?

 

È in quel periodo che emerge una divergenza di vedute, soprattutto tra i settori più internazionalizzati e legati alle esportazioni e quelli più concentrati al mercato interno. Sempre alla fine degli anni 90 si crea una frattura tra gli attori finanziari e quelli industriali. Pensiamo a Martin Ebner, figura di primo piano tra chi propendeva per la valorizzazione delle azioni contro certi industriali vecchio stampo, più attenti allo sviluppo a lungo termine delle imprese. Queste diversità di vedute hanno creato forti tensioni nel mondo padronale. Ad esempio, la Federazione orologiera e Swissmem hanno minacciato di uscire da economiesuisse, considerata troppo orientata a difesa degli ambienti finanziari e dell’industria farmaceutica. Oggi, soprattutto sui temi europei, si nota una diversità di vedute tra un’economiesuisse più vicina al Plr e l’Usam che strizza l’occhio all’Udc.

 

Prima di allora, la situazione com’era?

 

Storicamente, la Svizzera si contraddistingue per una forte coesione delle organizzazioni padronali le quali sono estremamente coordinate e organizzate. Questo nonostante un tessuto economico diversificato e ricco di organizzazioni padronali: economiesuisse (all’epoca Vorort), l’Unione svizzera degli imprenditori, l’Usam, l’Associazione svizzera dei banchieri eccetera. Malgrado queste diversità, il mondo padronale si presentava come un fronte unico sul piano politico e di fronte ai sindacati. Un’unione che faceva la loro forza. Senz’altro. I top manager, così come i leader delle varie organizzazioni padronali, erano compatti nel dettare le regole del gioco economico, ciò che, in fin dei conti, consolidava i loro affari.

 

In che modo queste élite interagivano con gli attori politici?

 

Le élite economiche svizzere hanno costantemente sviluppato dei meccanismi informali con gli attori politici per affrontare tutte le questioni socioeconomiche che riguardavano le imprese (ruolo dello Stato nell’economia, diritto del lavoro, assicurazioni sociali eccetera). Questo in un contesto in cui, tanto nel Parlamento che nel Consiglio federale, la maggioranza è sempre stata in mano alla destra. Le relazioni tra i dirigenti delle organizzazioni padronali e i parlamentari borghesi sono sempre state molto strette al punto che queste cariche sono quasi sempre sovrapposte. In un contesto di “pace politica”, queste strette relazioni tra i gruppi di interesse economici e chi decide a Berna – il famoso “blocco borghese” – spiega la forza di queste organizzazioni.

 

Oggi, benché maggiormente diviso, il fronte padronale non sembra meno forte. Sbaglio?

 

La disorganizzazione e divisione politica del padronato in un contesto di globalizzazione, combinata con una politica svizzera cambiata (rottura della formula magica), ha messo in discussione il tradizionale potere strumentale delle élite economiche svizzere. Ciò spiega sia la perdita di influenza delle organizzazioni mantello su alcuni ambiti politici così come alcune importanti sconfitte in talune votazioni popolari degli ultimi anni. Ma, attenzione, ciò non vuol dire che le élite economiche siano diventate impotenti. Al contrario, in un’economia di mercato più globalizzata e finanziarizzata, il potere strutturale delle più grandi imprese svizzere è aumentato.

 

Insomma, il potere strumentale dei padroni è indebolito in un contesto in cui il loro potere strutturale è più forte.

 

Esattamente. A causa delle loro crescenti attività transnazionali, così come dell’internazionalizzazione dei loro azionisti e della crescente presenza di top manager stranieri molto meno radicati nelle istituzioni nazionali, le più grandi imprese svizzere e le loro élite economiche sono ad esempio molto meno attaccate al principio di mantenere la produzione in Svizzera. La loro capacità di minacciare di delocalizzare altrove se i politici e i cittadini prendono decisioni sbagliate – in un ottica di simmetria tradizionale tra capitale e lavoro – ha chiaramente una certa credibilità in un’economia sempre più globalizzata.

 

Lei dice, quindi, che questa situazione è data anche dal diverso profilo sociologico dei dirigenti elvetici di oggi rispetto al passato?

 

Vi sono sempre più dirigenti stranieri, poco connessi alla realtà politica svizzera. L’implicazione con la politica svizzera degli attori internazionali è sicuramente un po’ diminuita e più difficile. Anche perché le multinazionali sono più interessate al contesto mondiale, non tanto a quanto succede in Svizzera.

 

Ciò si ripercuote in termini di unità del fronte padronale?

 

La frammentazione è certamente data anche dal fatto che molte multinazionali fanno le proprie attività di lobbying senza passare dalle associazioni tradizionali. Anche il lobbying è diventato più individualista rispetto a quando il Vorort integrava le posizioni dei membri e poi si faceva portavoce indiscusso della posizione del padronato.

 

Abbiamo osservato, nell’ambito della votazione sull’Iniziativa multinazionali responsabili, una certa difficoltà del fronte economico nel trovare interlocutori credibili su temi etici. È così?

 

Sì, questa difficoltà era già emersa nell’ambito dell’Iniziativa Minder, che è stata una delle grandi sconfitte di economiesuisse in votazione popolare e che ha portato alle dimissioni degli organi dirigenti dell’organizzazione. Nella recente votazione, qualche dirigente ha cercato di argomentare, ma di fronte alle ragioni dei promotori non è stata una missione facile.

 

Quest’iniziativa ha mostrato l’importanza sempre più rilevante di un attore per certi versi nuovo della politica svizzera: la società civile, rappresentata dalle Ong. Si aspettava un simile risultato?

 

No. Anche se bocciata dai Cantoni, il risultato è un successo per le Ong promotrici dell’Iniziativa. Un risultato inimmaginabile fino a qualche anno fa e che ha fatto emergere il ruolo sempre più importante degli attori della società civile negli equilibri politici a livello federale.

 

Ora le Ong sono finite nel mirino della destra. Cosa ne pensa?

 

È chiaro che l’affermazione delle Ong sul piano politico diventa una minaccia per i partiti di destra e per le organizzazioni dell’economia. Oggi il mondo associativo ha un peso politico più forte che in passato, anche grazie a una professionalizzazione, a un ottimo lavoro nella comunicazione e alla creazione delle loro proprie organizzazioni mantello come, ad esempio, Alliance Sud. Non è quindi un caso se alcuni parlamentari di destra hanno reagito al risultato sull’Iniziativa multinazionali responsabili additando il fatto che bisogna meglio regolamentare il finanziamento delle Ong. Avrebbero potuto intervenire prima, al lancio dell’Iniziativa. È soltanto quando, dopo il risultato, hanno visto che la società civile può essere una “minaccia” che sono intervenuti.

 

In questo contesto, come valuta il ruolo dei sindacati e la loro forza politica?

 

Nel confronto internazionale, il movimento sindacale svizzero è stato più debole per tutta una serie di fattori, non da ultimo l’importanza in Svizzera di una manodopera straniera che non ha diritto di voto. La debolezza dei sindacati – in un contesto in cui la Svizzera è forse l’unico Stato in Europa in cui la sinistra politica non ha mai giocato un ruolo dominante in Governo e Parlamento – ha favorito il ruolo delle élite economiche e delle loro associazioni nel plasmare le istituzioni socio-economiche svizzere. Oggi, però, il peso politico delle associazioni sindacali mi sembra accresciuto come dimostra la posizione intransigente dell’Unione sindacale svizzera in merito all’Accordo quadro con l’Unione europea. La minaccia di opporsi all’accordo qualora le misure concernenti il mercato del lavoro non fossero sufficienti pesa e peserà sicuramente su questo dossier delicato.

 

 

 

 

Pubblicato

Mercoledì 17 Febbraio 2021

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