Penso che nessun osservatore delle vicende mediorientali, nemmeno chi guardi con maggiore simpatia alla causa israeliana, possa oggi definire positivo il bilancio del governo di unità nazionale guidato da Ariel Sharon. Il leader del blocco di centro-destra si era affermato facendo leva sul bisogno di sicurezza degli israeliani, promettendo loro di metterli al sicuro dagli attentati dei palestinesi. Due anni di Intifada hanno abbondantemente dimostrato il contrario. Ormai il numero dei morti israeliani si sta avvicinando a quello delle vittime nel Libano meridionale (un migliaio circa, ma in quindici anni): un tributo di sangue, uno stillicidio di vite umane, giudicato intollerabile e che spinse il premier Barak a fissare la data del ritiro unilaterale dai territori libanesi occupati. Ma se allora c’era una via di fuga, il ritiro appunto, oggi non esistono scappatoie! La sicurezza ora va conquistata sul campo e la maggioranza degli israeliani sa bene che la si potrà raggiungere solo con il negoziato con i palestinesi, basato sul ritiro dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza, sullo smantellamento della stragrande maggioranza delle colonie, su un accordo su Gerusalemme, per giungere infine alla costituzione di uno Stato palestinese. Programma questo ben lontano dalla visione di Ariel Sharon, eppure tutti i sondaggi dicono che sarà lui a vincere alla grande, aggiudicandosi più di 40 seggi parlamentari (attualmente ne ha 19) su 120. Un comportamento dell’elettorato che il quotidiano Ha’aretz ha paragonato a quello di una moglie che nonostante le percosse insiste nel tornare a casa del marito violento. La vittoria di Sharon sarà la sconfitta dei pacifisti tanto israeliani quanto palestinesi. Colui che permise il massacro di Sabra e Chatila si presenta oggi all’elettorato israeliano come “uomo di centro”, cosa che dà la misura della deriva politica israeliana. Tanto di centro che allorché illustra il “suo” Stato palestinese, è ben felice di ricevere il duplice, scontato, rifiuto di chi sta alla sua destra, come di quanti lo combattono da sinistra (senza contare, ovviamente, la sdegnata repulsa dei palestinesi). Uno Stato-bantustan, da erigersi solo alla fine di ogni forma di violenza, con una diversa dirigenza palestinese, sul 40 per cento della Cisgiordania e tre quarti della striscia di Gaza, totalmente smilitarizzato, impedito di stringere accordi con paesi ostili a Israele, senza sovranità sul proprio spazio aereo, suddiviso in zone collegate fra di loro con ponti e tunnel per evitare i blocchi militari e le colonie israeliane. E senza alcun collegamento fra Gaza e Cisgiordania. Eppure una consistente fetta del Likud, capeggiata da Benjamin Netanyahu si oppone anche a questo progetto-farsa, ritenendolo ugualmente letale per la sopravvivenza di Israele. E Netanyahu (che chiede l’immediata espulsione di Arafat e il mantenimento dell’occupazione delle terre palestinesi) per le elezioni del 28 gennaio è riuscito a piazzare ben dieci dei suoi uomini nei primi trenta posti della lista del Likud. La sinistra cerca di voltare pagina La novità è rappresentata dall’entrata in scena di Amram Mitzna, il nuovo leader laburista che contenderà a Sharon il posto di premier. Un uomo nuovo sulla scena politica nazionale (è sindaco di Haifa), sconosciuto anche alla maggior parte dei militanti che lo hanno preferito a Benyamin Ben-Eliezer, ex-ministro della difesa nel governo di Sharon. Con Mitzna, la base laburista ha deciso di voltar pagina, di cercare di far dimenticare i disastrosi venti mesi di governo di unità nazionale, di aver offerto l’alibi a Sharon per una politica, per citare Uri Avnery, di “esecuzioni, distruzione delle infrastrutture palestinesi, di demolizione delle abitazioni, di sradicamento degli alberi, di espropriazione di terre e installazione di colonie a ritmo sfrenato”. Mitzna si presenta mondo di ogni collusione con Sharon, tanto che all’epoca dell’invasione del Libano lasciò l’esercito in segno di protesta, per poi esservi richiamato da Begin e divenire responsabile, con il grado di generale, della Cisgiordania durante la prima Intifada, dal 1987 al 1990. Ha quindi le carte in regola, come le aveva Rabin, per presentarsi non tanto come pacifista, quanto come deciso sostenitore della necessità del negoziato. E da Rabin riprende un concetto chiave; occorre, dice «negoziare come se non vi fosse il terrorismo, e lottare contro il terrorismo come se non vi fossero negoziati». Negoziati che Mitzna è pronto a intavolare anche con Arafat (che i suoi stessi compagni di partito considerano ormai fuori gioco), pur considerandolo responsabile degli attacchi terroristici, in quanto, ricorda «è con i nemici che dobbiamo fare la pace». Con i piedi ben saldi per terra, il nuovo leader laburista, dice agli israeliani che il futuro di Israele «passa per la creazione di uno Stato palestinese», ma anche che nel frattempo «l’odio e la sfiducia ci obbligano a erigere una frontiera fra noi e i palestinesi e, in certi luoghi, addirittura un muro». Il programma di Amram Mitzna che prevede l’immediata chiusura di tutte le colonie nella striscia di Gaza e il “disimpegno” di Israele dalla Cisgiordania e Gerusalemme, con o senza accordo con i palestinesi, si scontra con gli interessi dei coloni. A questi, il candidato laburista dice che Israele ha bisogno del loro lavoro, non in Cisgiordania, ma nel Negev o in Galilea e aggiunge che le enormi somme attualmente spese nei territori occupati devono servire per rilanciare l’economia israeliana e a risolvere i gravissimi problemi sociali. Il rischio dell’immobilismo politico Le necessità elettorali, la ricerca della vittoria nelle urne, rendono assai improbabile quell’impennata, quella mossa coraggiosa, potenzialmente risolutrice, destinata a segnare la svolta, come ad esempio sarebbe l’annuncio della data del ritiro unilaterale dai territori palestinesi in caso di vittoria elettorale. Questo anche perché, ce lo dicono i sondaggi, la maggioranza degli elettori laburisti (il 57 per cento) chiede a Mitzna una politica più prudente. Il rischio che una rincorsa ai voti del centro, spinga nuovamente la sinistra israeliana verso il pantano immobilistico, per sfociare nel rinnovo dell’abbraccio letale con Sharon e i suoi, è reale. Al momento, i laburisti ripetono che non aderiranno a un nuovo governo di unità nazionale, ma il “mai” di Mitzna dinanzi a una simile ipotesi è troppo elettoralistico per essere preso alla lettera. Dinanzi alla prospettiva di un governo di destra condizionato dall’estrema destra nazionalistica e religiosa, saranno forti, e forse vincenti, le voci di sinistra favorevoli alla coalizione con Sharon, per «evitare il peggio». Voci dimentiche (o complici?) del “peggio” già realizzatosi. E allora qualsiasi prospettiva di mutamento diventerebbe una nebulosa lontana nel tempo e le terre della Palestina e di Israele continuerebbero a impregnarsi di sangue. La scelta di Mitzna dovrebbe spingere il Labour a un radicale mutamento di rotta: se, come con tutta probabilità accadrà, a vincere sarà Sharon, alla sinistra resta una sola strada: lavorare per costruire una solida opposizione, gettare le base per una credibile alternativa. Un’opposizione in grado di coagulare in futuro le simpatie di tutti quanti finiranno per «essere disgustati – cito sempre Avnery – dai metodi brutali e oppressivi e che sfociano inevitabilmente in una continua effusione di sangue e nel disastro economico e sociale». Se ciò non fosse, il rischio è, come è successo a gran parte delle forze della sinistra europea (ben lontane però dalla tragica realtà israeliana), che i laburisti israeliani finiscano per alienarsi le simpatie dei ceti meno abbienti, delle famiglie monoparentali, dei disoccupati, degli emarginati. Nel caso israeliano, poi, per la sinistra è fondamentale recuperare il voto degli arabi. Peres e Ben-Eliezer furono bravissimi nel perderlo. Se Mitzna intende recuperarlo, non gli è sufficiente l’appoggio, pur prudente, che viene dagli ambienti palestinesi, ma dovrà essere concretamente propositivo, dare quel segnale di svolta, invano atteso sinora. Ma sul processo elettorale israeliano, sull’intera vicenda israelo-palestinese, torna a stagliarsi l’incognita della guerra americana contro l’Iraq. Per la destra e l’estrema destra israeliane si tratta di un’opportunità densa di attrattive, specie se poi Saddam Hussein dovesse attaccare in qualche modo Israele. Nel marasma generale, e nel nome della sicurezza, potrebbero acquistare peso politico, sino a divenire maggioranza, le forze favorevoli ad approfittare della congiuntura per liberarsi di Arafat costringendolo all’esilio, o a espellere i palestinesi residenti in alcuni quartieri di Gerusalemme-Est, o nei villaggi nelle cui terre dovrebbe essere eretto il muro a protezione di Israele, o altre terre destinate alla creazione di nuove colonie. Ma lo stato di guerra nel Golfo potrebbe addirittura spingere a una nuova avventura militare nel Libano meridionale, anche in funzione anti-siriana. Le incognite prossime venture sono molteplici e una più dell’altra foriera di disastri.

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20.12.02

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