PKB nel mirino del Senato americano

Dopo la pubblicazione di un rapporto che accusa Credit Suisse, una commissione americana sta esaminando l’operato della banca ticinese PKB. Quest’ultima avrebbe custodito dei fondi non dichiarati nonostante i suoi impegni con la giustizia statunitense

«Le scrivo per capire meglio le circostanze del trasferimento dei fondi della “famiglia” dal Credit Suisse alla PKB e sul rispetto da parte di PKB del proprio accordo di non perseguibilità con il Dipartimento di Giustizia». Con queste parole, il senatore democratico Ron Wyden, presidente della Commissione delle Finanze del Senato americano, si è rivolto a Luca Venturini, Ceo della banca ticinese PKB Privat Bank.

 

La lettera, inviata lo scorso 18 maggio, intende chiarire le circostanze che hanno portato al presunto trasferimento in PKB di diversi milioni di dollari non dichiarati da parte di una non meglio precisata «famiglia con doppia cittadinanza statunitense e latinoamericana».

 

Di che si tratta? Per capirlo occorre fare un passo indietro. Da tempo, la Commissione delle Finanze del Senato vuole sapere se le banche svizzere hanno mantenuto la loro promessa di non ospitare più evasori fiscali statunitensi. Lo scorso mese di marzo, la Commissione ha pubblicato un rapporto che mette in luce le violazioni di Credit Suisse. Secondo i risultati di un’indagine durata oltre due anni, la grande banca svizzera non ha rivelato oltre 700 milioni di dollari appartenenti a clienti americani. Di questi, 220 milioni erano controllati dal professore di economia Dan Horsky, già condannato per avere nascosto al fisco il suo patrimonio. Altri 100 milioni erano invece depositati su «conti offshore segreti» appartenenti alla citata famiglia americana/latinoamericana.

 

Queste omissioni sono particolarmente problematiche per Credit Suisse. Infatti, se ciò fosse vero, la banca elvetica da poco assorbita da UBS avrebbe violato l'accordo firmato nel 2014 con il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti (DOJ).

 

La vicenda rischia ora di avere un addentellato ticinese. Sì, perché il rapporto del Senato sostiene che una parte di questi fondi siano stati trasferiti in seguito alla PKB, oltre che alla ginevrina Union bancaire privée (UBP). Nel rapporto si legge che le due banche hanno ricevuto «decine di milioni di dollari dai conti della famiglia presso il Credit Suisse e non li hanno rivelati al DOJ». Per la Commissione delle Finanze del Senato a stelle e strisce «questa condotta rappresenterebbe una grave violazione degli accordi di non perseguibilità di queste banche con il DOJ».

 

Nel 2015, infatti, la PKB aveva patteggiato una multa di 6,3 milioni di dollari con le autorità statunitensi. L’istituto ticinese aveva riconosciuto di avere offerto dei servizi che «consentivano ai clienti statunitensi di nascondere la propria identità e di ridurre al minimo la traccia cartacea associata ai beni e ai redditi non dichiarati detenuti presso PKB in Svizzera». La PKB si è era così impegnata a rispettare pienamente l'accordo e a «cessare qualsiasi ulteriore agevolazione dell'evasione fiscale da parte di persone statunitensi». Un impegno che il recente caso aperto dal rapporto su Credit Suisse sembrerebbe mostrate di essere venuto a mancare. I membri della misteriosa “famiglia” non abbiano infatti rivelato l'esistenza dei loro conti alle autorità fiscali.

 

>>LEGGI ANCHE: Caso Petrobras: condanna penale per un ex direttore di Pkb

 

Così, dopo avere puntato il dito su Credit Suisse, la Commissione ha rivolto i propri riflettori sulla stessa PKB. In questo senso va letta la missiva inviata a Lugano negli scorsi giorni dall’agguerrito senatore Wyden. Quest’ultimo pone tutta una serie di domande precise per «comprendere meglio le circostanze del trasferimento dei fondi della famiglia e la conformità di PKB alle leggi fiscali statunitensi». Il termine di risposta impartito dal senatore americano è il prossimo primo giugno.

 

Cosa farà PKB, negli ultimi anni già finita al centro dei riflettori internazionali per la sua implicazione nello scandalo latino-americano Lava Jato? Contattata da area, la banca precisa di avere «sempre collaborato con le autorità preposte e continuerà a farlo nei modi e nei tempi dettati dalla normativa vigente, in piena trasparenza e secondo i principi di governance interna». Secondo PKB «non è stato quindi necessario aprire alcuna inchiesta» come invece fatto a Ginevra dalla UBP. L’isituto ticinese ricorda infine «che i fatti menzionati farebbero riferimento al periodo antecedente il 2018».

Pubblicato il

25.05.2023 14:43
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