Salute

Ospedali in fiamme: è mobilitazione a San Gallo per le 400 amputazioni attuate fra il personale

I dipendenti si mobilitano contro l'"irresponsabile" licenziamento di massa. Per l'economista Sergio Rossi: «Mercificazione della salute in una logica mercantile»

Il personale sanitario non si tocca e non si taglia! Ci troviamo fra i blocchi 3 e 4 dell’Ospedale cantonale di San Gallo dove è stata organizzata un’importante mobilitazione dopo l'annuncio del licenziamento di massa.

Una notizia che non lascia indifferenti e invita a riflettere sul sistema di finanziamento della sanità in Svizzera. A grappoli vediamo uscire dai reparti medici con il camice bianco e infermieri con la divisa verde-azzurra: in 600 si radunano nel piazzale, dove per 4 minuti e 40 secondi, batteranno le mani in segno di protesta contro gli annunciati 440 tagli dalla direzione. Un’amputazione che non è sopportabile per un settore già sottodotato e stremato, né per la sicurezza dei pazienti.

 

È lunedì 23 ottobre, siamo partiti al mattino da Lugano in direzione di San Gallo, perché la mobilitazione in programma è di quelle che per essere raccontate, va vissuta in prima persona: uno di quei momenti importanti nella storia politico-sociale di un paese, la Svizzera, di cui bisogna essere testimoni e non distaccati scriba. Perché lo stato di subbuglio, dopo la comunicazione di 440 licenziamenti, in cui si trova il personale dell’Ente ospedaliero di San Gallo che, con 9mila dipendenti, è il più grande datore di lavoro della Svizzera orientale, merita di oltrepassare le Alpi, essendo il riflesso di un malessere vissuto da tutto il settore a livello nazionale. Durante la trasferta ripensiamo a uno degli ultimi commenti scritti da Silvano Toppi sul nostro giornale: «Se la malattia è un fatto privato, la salute è un bene pubblico. La Confederazione finanzi corposamente, ad esempio, tutte le infrastrutture ospedaliere (immobiliari, tecnomediche), contribuendo in tal modo a evitare che i costi di gestione, quantitativi o per miglioramenti e aggiornamenti qualitativi, strozzino gli ospedali o si riversino contabilmente sui pazienti, inalberando i premi delle casse malati. Non è un problema finanziario. È un problema di sanità pubblica e, quindi, di priorità assoluta su ogni altra spesa (e si può immaginare facilmente quale)».

 

Sono le 15.30 e siamo arrivati all’Ospedale cantonale di San Gallo: nella sede principale sono previsti 260 licenziamenti, altri 125 posti saranno tagliati nella regione di Rheintal, Werdenberg Sarganserland. La macabra contabilità segna ulteriori 41 licenziamenti all’ospedale Linth di Uznach e altri otto a Wil.Perché? Questione di soldi o di farli tornare da qualche parte. Qui si vogliono risparmiare 60 milioni di franchi all’anno sulla pelle – la definizione calza a pennello – del personale sanitario in affanno perché sottodotato e sovraccaricato.


Gigantesche gru sovrastano il nosocomio principale del cantone, che è sottoposto a un lifiting dopo anni di mancate ristrutturazioni, mentre nel piazzale davanti all’entrata il collettivo, un gruppo di lavoratrici e lavoratori formatosi spontaneamente dopo gli annunciati 440 tagli, si sta preparando all’azione di protesta. La mobilitazione, sostenuta da un’alleanza di sindacati (fra cui Unia) e di associazioni di categoria, inizierà a breve. Le persone presenti sistemano le bandiere, improvvisano un palco dove si succederanno gli oratori per gridare a gran voce le rivendicazioni del personale e chiedere la revoca dei licenziamenti.

 

Osserviamo e leggiamo uno degli striscioni appesi a una finestra dell’ospedale: “Ora abbiamo finalmente il tempo per una pausa caffè!”. È la risposta ironica, o meglio amara, a Stefan Kuhn, il presidente del Consiglio d’amministrazione, il quale aveva proposto al personale di incontrarsi davanti a un caffè per discutere di soluzioni che permettessero di continuare a lavorare a pieno regime nonostante il falciamento di un numero significativo di colleghi.


Le 16, orario in cui è prevista l’adunata, si avvicinano. Siamo lì, anche noi ancora increduli di fronte alla notizia de licenziamento di massa all’interno di un nosocomio svizzero, ed ecco che il cortile dell’Ospedale cantonale di San Gallo inizia a riempirsi. A corsa, chi lavora in emergenza non può concedersi il passo lento, arrivano medici e infermieri in abiti da lavoro, dipendenti amministrativi e dei servizi, mentre il cortile dei blocchi 3 e 4 si riempie di circa 600 persone. Tanti anche i partecipanti della società civile arrivati per esprimere vicinanza al personale e perché preoccupati per i tagli nella sanità. La riduzione dei costi attuata, sacrificando il personale, suscita incredulità, indignazione e rabbia.


È il 23 ottobre 2023 e in Svizzera bisogna mobilitarsi per chiedere alla politica di essere responsabile nel garantire il diritto a una sanità... sana e a cure di qualità. Facciamo i cronisti da tanti anni ormai, ne abbiamo viste e scritte tante, ma questo è un momento che ci tocca, perché riflette la configurazione di un paese che a rotta di collo sta correndo in discesa, producendo una profonda trasformazione a scapito del benessere della propria popolazione.
Sono arrivate le 16 e sul palco, costruito con qualche asse di legno, sale la prima rappresentante del collettivo che dà il via a un’azione pacifica, ma dal forte valore simbolico e politico. Il tempo della mobilitazione sarà intenso, concentrato ed emozionante come quando gli sguardi di queste donne e di questi uomini con il camice si incrociano complici per sfociare in abbracci, che esprimono la stanchezza, ma anche la solidarietà fra colleghi che non vogliono gettare la spugna, dandosi man forte l’uno con l’altra.


Melanie Helfenberger, infermiera caporeparto, sottolinea come sia insensato pensare di discutere le proposte di risparmio in una pausa caffè e si chiede se il Consiglio d’amministrazione dell’ente ospedaliero abbia «mai avuto una visione realistica del lavoro quotidiano del personale. Durante la pandemia ci hanno applaudito: avremmo preferito più aiuti». Aiuti che non sono arrivati, ma ora vengono addirittura amputati con taglio chirurgico. La Helfenberger chiede ai manifestanti di applaudire, anzi, in maniera più appropriata di battere le mani per 4 minuti e 40 secondi contro 440 licenziamenti definiti «irresponsabili».

 

Un gesto potente che riempie di significato il cortile dell’ospedale, mentre il personale non molla, fa sentire le proprie ragioni, sventolando in aria cartelli di cartone con scritte eloquenti: “Licenziamenti = Intelligenza?”,.


Prende poi la parola Deborah Seitz, medico di famiglia e co-presidente di Vsao, l’Associazione svizzera dei medici assistenti e dei capiclinica di San Gallo e Appenzello, sottolineando che i risparmi a scapito della formazione medica continua o dell’assistenza infermieristica devono essere evitati a tutti i costi. «Sarebbe fatale se gli infermieri che hanno iniziato a lavorare, contribuendo ad alleviare la carenza di personale nel settore, si sentissero precari e pensassero di cambiare mestiere. Attualmente è difficile trovare un sostituto sul mercato del lavoro, già inaridito». Per la rappresentante dell’associazione di categoria si dovrebbero piuttosto promuovere misure che sollevino gli operatori sanitari da compiti amministrativi, in modo che abbiano il tempo per il loro reale compito, ovvero l’assistenza e la cura del paziente.


La dottoressa Irina Bergamin, a nome dell’Associazione dei medici primari, fa notare come siano spariti i sorrisi sui volti di un personale sanitario sotto pressione: «Si vive nell’incertezza totale, la delusione e la paura hanno preso il sopravvento». Rivolgendosi poi direttamente alla direzione dell’Ospedale cantonale di San Gallo, Bergamin ha chiesto «la garanzia che la sicurezza dei pazienti non sia a rischio con l’attuazione di simili misure».


Questi licenziamenti – come fa notare Unia che ha appoggiato la giornata di mobilitazione – nuocciono in modo diretto alla salute di dipendenti e pazienti: «Già oggi il personale scarseggia, ha turni di lavoro pesanti e deve fare un numero molto elevato di straordinari. Ogni perdita di professionisti, si trasforma in un rischio per la sicurezza».


Lea Meier, infermiera diplomata, che rappresenta idealmente tutta la folla accorsa, è preoccupata: «Il lavoro aggiuntivo derivante dalla perdita di risorse umane, secondo i piani attuali dovrebbe essere ripartito sul personale in servizio. Se ciò avvenisse, si creerebbe un sovraccarico di lavoro e con esso il rischio di un aumento degli errori nello svolgimento delle proprie funzioni. È molto triste per me pensare a questa eventualità, perché poi dovrei fare i conti con la mia coscienza».


Siamo qui in mezzo a questi professionisti che rischiano di restare a casa e di cui abbiamo bisogno come il pane e continuiamo a essere increduli. Come? Scusate, potete ripetere? Abbiamo applaudito il personale sanitario durante la pandemia di coronavirus, rendendoci conto che la situazione nel settore sanitario è drammatica, abbiamo votato per migliorarla e avere cure di qualità (in fin dei conti a nostro vantaggio) e il maggior datore di lavoro della Svizzera orientale annuncia un licenziamento di massa? E la causa principale della misura starebbe nel rincaro e nei rimborsi delle casse malati, che non coprirebbero più i costi reali? Siamo tutti attoniti.

 

Le conseguenze del sottofinanziamento della sanità
Per Samuel Burri, responsabile del settore cure di Unia, «le associazioni ospedaliere di San Gallo si trovano in difficoltà finanziarie da anni. Si tratta di un sintomo del drastico sottofinanziamento del sistema sanitario svizzero. Urge un adeguamento delle tariffe a livello federale».

 

La caposala Nathalie Frey, invece, racconta che non avrebbe mai pensato a una cosa del genere: «L’e-mail dello scorso 28 settembre, dove si annunciava il licenziamento di massa negli ospedali di San Gallo, mi ha colpita come un fulmine, seppure il cielo non fosse propriamente sereno. Nonostante la durezza della comunicazione, non volevo credere che la misura avrebbe riguardato anche noi infermieri, che comunque siamo attivi in un numero inferiore ai bisogni reali. E invece su 440 licenziamenti, 120 colpiranno proprio il settore infermieristico. Da non crederci!».


Annina Hutter, responsabile specializzata nelle cure, trova che questa misura sia «semplicemente un atto negligente di chi dovrebbe essere responsabileate». Inoltre, continua Hutter, nel 2021 l’elettorato ha approvato l’iniziativa sulle cure, «dimostrando con chiarezza di volere una sanità di qualità, che può essere data unicamente se accompagnata da buone condizioni di lavoro e personale sufficiente. In questo modo viene ignorata la volontà del popolo».

 
Sono le 17, l’azione è terminata, il cortile si è svuotato. Noi rientriamo verso casa in treno in compagnia del dottor Beppe Savary, medico a Russo, in Valle Onsernone, che ha voluto partecipare alla mobilitazione per «portare dal Ticino un segno di solidarietà al personale curante dell’Ospedale di San Gallo, il quale ha fatto un importante manifestazione contro i 440 licenziamenti che la direzione amministrativa vorrebbe attuare, perché hanno speculato male, svendendo degli immobili appartenenti all’ospedale e adesso vogliono far tappare il buco al personale».

 

L'analisi dell'economista Sergio Rossi

 

Per Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friburgoricetta di mercato che fa ammalare il sistema nella convinzione che l’assistenza possa essere ottimizzata come un processo industriale...


Professor Rossi, come può ssere letta in chiave di politica economica nazionale la mobilitazione di San Gallo?
Si tratta dell’espressione di un profondo disagio del personale che lavora nell’ambito sanitario. La pressione psicologica di cui soffrono queste persone, siano esse medici o infermieri, è evidente per chi abbia avuto un familiare ricoverato in una struttura sanitaria in Svizzera negli anni recenti, già prima dello scoppio della pandemia da Covid-19. La politica economica nazionale ha snaturato la gestione del personale, in particolare nell’ambito sanitario, trasformando la cura della salute in un meccanismo che deve rispettare determinate tempistiche a prescindere dalla situazione sanitaria del paziente. A questa mercificazione della salute si è aggiunto un maggiore onere burocratico, che per il personale curante significa meno tempo a disposizione per la cura dei pazienti di cui si occupano. In buona sostanza, la logica mercantile del settore privato ha permeato anche il settore pubblico e la sanità ne è ormai un esempio lampante anche in Svizzera, visti i problemi riscontrati in tale ambito sia dal personale curante sia dai pazienti ricoverati in una struttura ospedaliera.


I disastri finanziari in ambito ospedaliero da dove derivano?
Questi problemi derivano dalla ricerca del profitto da parte degli ospedali, che nel caso del settore pubblico devono rispettare dei vincoli di bilancio tramite la riduzione dei costi, anzitutto quelli che riguardano la gestione del personale sanitario. È una strategia ispirata dal Taylorismo, con cui molti dirigenti delle strutture ospedaliere ritengono di poter suddividere il lavoro del personale sanitario a immagine e somiglianza della divisione del lavoro all’interno di una fabbrica, dove ci sono compiti semplici e ripetitivi che rendono il lavoro un’attività alienante per chi lo esegue giorno dopo giorno senza soluzione di continuità. Si notano anche delle disparità nella retribuzione salariale all’interno di una struttura ospedaliera, dove i dirigenti percepiscono degli stipendi troppo elevati rispetto alle loro qualifiche e capacità, mentre è il contrario per quanto riguarda il personale curante, soprattutto quello infermieristico.


A farsi carico di questa responsabilità ovviamente non deve essere il personale, ma la politica. In che modo precisamente?
Bisogna uscire dalla logica del sistema capitalista, che considera ormai una merce sia il lavoratore o la lavoratrice, sia la salute delle persone. Questa logica che vuole massimizzare il profitto non può contribuire al bene comune, come è ormai evidente anche sul piano sanitario. La politica deve allora abbandonare questo paradigma e compiere delle scelte pubbliche con l’obiettivo di garantire a tutti i portatori di interesse nella società la cura delle persone. La salute dell’insieme della popolazione va messa al centro delle preoccupazioni dei politici al governo, anche perché si tratta di un importante fattore di crescita economica oltre che di coesione sociale e nazionale. Il sistema sanitario attuale è finanziato in maniera insufficiente dal settore pubblico, perché lo Stato deve rispettare il vincolo di bilancio imposto dall’ideologia neoliberista, contraria a qualsiasi aumento dell’imposizione fiscale delle persone benestanti anche quando evidentemente le loro aliquote di imposta sono relativamente basse rispetto ai servizi pubblici di cui anche queste persone beneficiano – pure in campo sanitario.

 

 

Pubblicato il

27.10.2023 13:14
Raffaella Brignoni