Esteri

Ore decisive per salvare la Francia dall’estrema destra

I sondaggisti non si sbilanciano in vista del secondo turno delle elezioni e sull’efficacia degli accordi di desistenza per frenare un Rassemblement national, ormai penetrato in tutti gli strati della società

PARIGI - Evitare che l’estrema destra abbia la maggioranza assoluta il 7 luglio. Dopo i risultati del primo turno, la scorsa domenica, che hanno portato per la prima volta dal dopoguerra l’estrema destra a superare un terzo dei voti (10,6 milioni di voti, 9,4 per il solo Rassemblement national), il problema è come fare sbarramento, con chi, con quali progetti. L’alta affluenza alle urne, il 66,7% di partecipazione, ha permesso la possibilità di 306 “triangolari” nelle 577 circoscrizioni, cioè oltre ai due candidati arrivati in testa, un terzo ha il diritto di presentarsi se ha ottenuto più del 12,5% degli iscritti. Le desistenze sono state 216, per lasciare maggiori possibilità a chi è meglio piazzato per vincere l’estrema destra. La sinistra, che riunita nel Nuovo Fronte Popolare è arrivata al secondo posto, con il 28% dei voti, ha reagito con celerità e oltrepassato i numerosi dubbi: le “desistenze” si sono moltiplicate, per rispondere all’appello di sindacati, associazioni, intellettuali, di “fare barriera”. Lasciare il posto a un candidato meglio qualificato, un sacrificio utile per riunire le forze, ma che può’ non essere seguito dall’elettorato. In molte circoscrizioni, difatti, la scelta obbligata è di indicare ai propri elettori di andare a votare per il candidato del centro di Macron, riunito in Ensemble, oppure anche per un candidato della destra neo-gollista. Il centro, invece, è più ambiguo. Il presidente Macron ha affermato: “di fronte al RN il momento è per un’amia unione chiaramente democratica e repubblicana al secondo turno”. Il primo ministro, Gabriel Attal, è tra i pochi ad essere stato molto più chiaro: nessun voto all’estrema destra e desistenza a favore del candidato del Nuovo Fronte Popolare. Ma molte personalità dell’area Macron, ormai a pezzi, fanno dei distinguo: l’ormai ex presidente dell’Assemblée Nationale, Yaël Braun-Pivet, fa delle distinzioni “caso per caso”, cioè frena sul voto a sinistra nel caso il candidato appartenga alla France Insoumise (Lfi), il leader Jean-Luc Mélenchon è giudicato troppo radicale. Per l’ex primo ministro, Edouard Philippe, che già pensa alle presidenziali del 2027, c’è il “ni ni”, né con il RN né con Lfi.

 

Il RN pensa già di avere la vittoria in tasca, chiede all’elettorato “la maggioranza assoluta”, cioè almeno 289 seggi, e già si spartisce i posti nel retrobottega. Il candidato a primo ministro, Jordan Bardella, afferma che “senza maggioranza assoluta” non accetterà la carica. Ma la leader Marine Le Pen, che prepara le presidenziali del 2027, è meno categorica: se il risultato sarà vicino alla maggioranza assoluta, potranno essere cercate delle alleanze, con deputati della destra classica (un governo con una maggioranza solo relativa è sottoposto alla minaccia di “censura”, cioè di cadere per un voto di sfiducia). Già una parte dei Républicains è caduta nella rete, con la scissione dell’ex presidente di Lr, Eric Ciotti, ormai parte integrante dello schieramento di estrema destra. Altri potrebbero seguire? Intanto, Lr non ha dato indicazioni di voto per il secondo turno, cioè non sceglie tra RN e NFP, anche nel caso in cui il candidato sia un socialista o un verde.

 

Di fronte alla minaccia di un voto “storico” che cambierà il volto non solo della Francia ma anche della UE, è messa sul tavolo in queste ore l’ipotesi di un governo di unità nazionale, sul modello del primo governo del dopoguerra. Bardella già condanna e invita i suoi elettori a “fare barriera alla barriera”. LFI però fa defezione: il portavoce, Manuel Bompard, vicino a Mélenchon, ha escluso la partecipazione, “realizzeremo il nostro programma e solo il nostro programma”, in caso di vittoria, escludendo ogni compromesso con il centro di Macron e la destra Lr. Secondo LFI, sarebbe solo rimandare lo scontro che è destinato ad imporsi con il RN: “o noi o loro, non c’è nulla in mezzo”.

 

Gli istituti di sondaggio sono molto prudenti nel dare indicazioni sui possibili risultati del 7 luglio. Ma il voto delle europee prima, poi il primo turno delle legislative che hanno seguito a ruota, hanno già dato una fotografia della Francia, che ha messo al primo posto l’estrema destra, malgrado tutte le informazioni disponibili sul clan Le Pen, sul suo passato, sulle sue pratiche opache anche dal punto di vista finanziario. Il voto per il RN, che fino a poco tempo era identificato come protestatario e espressione di rabbia, è ormai diventato un voto di adesione a questa visione del mondo. L’immigrazione come ossessione, rifiuto degli stranieri accusati di non assimilarsi, la scelta per la “preferenza nazionale” (posti di lavoro, casa, welfare), la divisione della società, la caccia ai “falsi” francesi, i francesi “per i documenti” (la limitazione all’accesso di alcuni posti di lavoro pubblico per i bi-nazionali, annunciata da Bardella). Negli anni ’90 erano soprattutto le classi popolari, gli operai vittime della deindustrializzazione a scegliere l’estrema destra. Oggi il RN è diventato un partito acchiappa-tutto, presente in tutti gli strati della società. La macchia bruna si è allargata a tutta la Francia, ha conquistato regioni con tradizioni di sinistra (Occitania, Nord) o cattoliche (Bretagna), ricoprendo i luoghi della protesta dei gilet gialli del 2018. Restano indenni le isole delle grandi città, i luoghi della ricchezza, dell’alta istruzione, dell’apertura al mondo, della mondializzazione , congiuntamente alle banlieues con una forte popolazione di origine immigrata. Anche le donne hanno ceduto, una vota erano più refrattarie.

 

Pubblicato il

03.07.2024 09:16
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