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Ordinari abusi

di

Gianfranco Rosso
Sabato 6 aprile 2002, ore 23.15: la polizia fa irruzione nel Bar Starlight 2000 di Dübendorf per presunta violazione delle norme sui rumori e sulla polizia del fuoco e controlla i documenti degli avventori presenti. Fra loro c’è anche il «sans-papiers» Muhamet Fetai, che viene arrestato e tradotto in carcere a Zurigo. In quel carcere costruito appositamente per recludere gli stranieri sottoposti alle cosiddette «misure coercitive», cioè quelle persone che non hanno commesso reati ma alle quali, per una legge assurda di questo stato, è possibile negare la libertà personale. Il drammatico racconto ci è giunto in redazione attraverso un comunicato stampa del collettivo sans-papiers di Berna, che da mesi si sta adoperando per far conoscere all’opinione pubblica gli abusi di cui sono oggetto queste persone. Muhamet Fetai è un macedone quarantaduenne giunto in Svizzera nel 1987 quale stagionale impiegato in una falegnameria. Nel 1993 gli viene però revocato il permesso e da allora vive come clandestino nel canton Lucerna. Il suo datore di lavoro sarebbe pronto a riassumerlo in ogni momento poiché lo considera un buon operaio, simpatico e ben integrato nella realtà svizzera. Un’opinione che sembra essere condivisa anche dall’Ufficio federale dei rifugiati, che ha riconosciuto la particolarità del suo caso. Esaminando un dossier reso anonimo, preparato grazie all’aiuto del collettivo sans-papiers di Berna, l’ufficio ha detto che vi sarebbero buone chance perché gli venga riconosciuta la situazione particolare e dunque gli si conceda una regolarizzazione. Muhamet fa in particolare valere il fatto di non poter rientrare in Macedonia per le conseguenze della guerra: laggiù non troverebbe lavoro e la sua famiglia (che lui aiuta dalla Svizzera) tornerebbe a fare la fame. E anche il lungo tempo trascorso nel nostro Paese dovrebbe giocare a suo favore. Almeno stando alle direttive contenute in una circolare indirizzata da Berna ai cantoni «allo scopo di armonizzare» la prassi nel riconoscere i cosiddetti «casi umanitari» o «casi di rigore», aveva assicurato in dicembre davanti al parlamento la Consigliera federale Ruth Metzler. In realtà, i cantoni continuano ad applicare prassi molto diverse tra loro e Muhamet non è che una vittima di questo sistema arbitrario. L’arresto da parte della polizia zurighese rischia infatti di annullare tutti gli sforzi precedenti. Ancora più assurdo è il fatto che se fosse stato fermato a Lucerna, cantone in cui risiede, non sarebbe stato arrestato e avrebbe presto ottenuto il permesso di soggiorno in applicazione delle direttive federali. Ora si teme invece un’espulsione immediata dal territorio elvetico. Una paura condivisa anche da Simon Schuhmacher del collettivo sans-papiers di Berna, a cui abbiamo rivolto alcune domande su questa triste vicenda. Signor Schuhmacher, cosa potrebbe succedere a Muhamet Fetai? Di tutto. Adesso Muhamet si trova nella mani della polizia zurighese, che in ogni momento può condurlo all’aeroporto di Kloten ed espellerlo. Potrebbe anche essere questione di ore. Voi potete parlare con Muhamet? Ci viene impedito ogni contatto diretto con lui. Le uniche informazioni ci vengono fornite dalla polizia. Domani (mercoledì per chi legge, ndr) possiamo probabilmente visitarlo per la prima volta. Al di là del caso singolo, cosa dimostra questa vicenda? Muhamet è un caso che dimostra molto bene come i cantoni applichino in modo differente e arbitrario le direttive per riconoscere i «casi umanitari». Il dramma è che Muhamet in altri cantoni verrebbe rilasciato e riceverebbe molto probabilmente il permesso di soggiorno. La città di Zurigo è conosciuta per essere aperta, multiculturale, multirazziale. Come si spiega questa severità da parte delle autorità cantonali? La polizia degli stranieri è effettivamente di competenza del cantone, che non riconosce i nuovi criteri inseriti nella circolare federale. È un atteggiamento che mira a «proteggere» gli interessi della piazza finanziaria. Oltre a Zurigo quali sono i cantoni che applicano una politica così restrittiva? Zurigo, Obvaldo, San Gallo e Grigioni sono i peggiori. Aggiungo Basilea Campagna, che, dopo il sessantesimo caso, ha deciso di non aprire nuovi dossier. Questo significa però che la circolare emessa da Berna non è un buon strumento per affrontare la questione sans-papier... Lei ha ragione. Quella circolare non è che una lista di criteri ad uso delle competenti autorità di polizia, che non sono però minimamente vincolate. L’ennesima dimostrazione, aggiungiamo noi, di quanto sia urgente una regolarizzazione collettiva dei sans-papiers. È ora che se ne accorga anche il Consiglio federale e il suo ministro Ruth Metzler!

Pubblicato

Venerdì 12 Aprile 2002

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