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L'editoriale

Orari dei negozi, l'eccezione come regola

di

Claudio Carrer

“È sempre più difficile distinguere tra negozi “normali” e negozi situati nelle stazioni ferroviarie, negli aeroporti o presso le stazioni di benzina e pertanto è giunto il momento di garantire parità di trattamento in materia di orari di apertura”. Il consigliere federale Johann Schneider-Ammann, non sappiamo se per ingenuità politica o per arroganza, ha finalmente gettato la maschera spiegando in questi termini, lunedì scorso davanti al Consiglio nazionale, il senso della nuova Legge federale sugli orari di apertura dei negozi che obbliga tutti i Cantoni a concedere aperture minime dalle 6 alle 20 in settimana e fino alle 19 il sabato. Legge poi approvata dal plenum, tra l’altro (alla faccia del federalismo) a sole 24 ore dalla votazione popolare con cui i ticinesi hanno deciso un regime molto meno liberale.


Ma, al di là di questo aspetto, è interessante sottolineare come il ministro dell’economia abbia confermato il reale obiettivo di tutte le decisioni politiche prese in questo ambito in Svizzera negli ultimi 15 anni, cioè quello di realizzare a tappe, seguendo la cosiddetta “tattica del salame” (cioè tagliando una fetta dopo l’altra), una liberalizzazione totale del lavoro notturno e domenicale, oggi nel settore della vendita e in futuro in altri, senza tener conto né dei diritti dei salariati né dei reali bisogni della società.
In una prima fase si sono volute garantire aperture serali e festive negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie per soddisfare presunti bisogni dei passeggeri e poi, per andare incontro alle “esigenze” degli automobilisti, è stata la volta degli shop annessi alle stazioni di benzina. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi ci ritroviamo, come era prevedibile, in una situazione in cui sarebbe più corretto parlare di stazioni ferroviarie all’interno di centri commerciali (si pensi ai quasi 200 negozi e 50 ristoranti sotto la stazione centrale di Zurigo) e di stazioni di rifornimento annesse ai negozi.


Di qui la “necessità” sostenuta da Schneider-Ammann di dare a tutti i commerci le stesse opportunità, di garantire parità di trattamento. Cioè di fare dell’eccezione la regola, appellandosi alla necessità di “reagire alle sfide del mercato”, a quella di andare incontro alle “nuove abitudini dei consumatori” e addirittura di contribuire a “meglio conciliare lavoro e famiglia”. Si scade insomma nel ridicolo per giustificare l’inarrestabile corsa alla liberalizzazione e alla deregolamentazione nel settore del commercio al dettaglio, che inevitabilmente nei prossimi anni avrà conseguenze per un numero sempre maggiore di lavoratori di ogni ramo e settore e per la qualità della loro vita privata e famigliare e per il benessere della società nel suo complesso.

 

Una società che ha delle regole e delle consuetudini assolutamente incompatibili con il continuo prolungamento della giornata lavorativa: si pensi agli orari dei mezzi di trasporto pubblici, degli asili nido, delle scuole, delle manifestazioni culturali e sportive, o a quelli in cui sono consentite le viste negli ospedali o nelle case di cura.
Sarebbe ora di aprire gli occhi perché una società costretta a lavorare e produrre 24 ore al giorno tutti i giorni è dietro l’angolo.

Pubblicato

Mercoledì 2 Marzo 2016

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