Rispunta l’ombra dei servizi segreti dietro i loschi affari che hanno caratterizzato le relazioni fra la Svizzera il Sudafrica dell’apartheid fino all’inizio degli anni Novanta. E la complicità con il regime razzista potrebbe risultare più grave, molto più grave, di quanto già sappiamo. Il sospetto è terribile: gli 007 svizzeri avrebbero attivamente sostenuto il programma militare chimico e batteriologico di Pretoria. Ad affermarlo è il medico sudafricano Wouter Basson, il cervello di quell’operazione che attualmente si trova sotto processo a Pretoria per assassinio, truffa e traffico di droga. Proprio durante un’udienza processuale ha chiamato in causa il divisionario Peter Regli, ex capo del servizio d’informazione dell’esercito. Incarico, ricordiamo, dal quale è stato rimosso, seppur con il beneficio della «piena riabilitazione», dall’ex ministro della difesa Adolf Ogi in seguito all’affare Dino Bellasi. Regli avrebbe aiutato Basson a procurarsi in Russia mezza tonnellata di una potente droga – il Mandrax – utilizzata durante l’apartheid per rendere inoffensivi i manifestanti di colore che chiedevano il riconoscimento e il rispetto dei diritti. Nell’ambito di un’inchiesta parlamentare condotta nel 1999 Regli aveva ammesso di aver incontrato il medico sudafricano nel suo ufficio di Palazzo federale, ma ha sempre negato di aver saputo di che cosa Basson si occupasse. All’epoca non era stato nemmeno possibile provare un coinvolgimento del nostro paese nel programma chimico-batteriologico sudafricano diretto contro la popolazione di colore. Era per contro stato accertato che Regli distrusse tutti i verbali relativi agli incontri fra servizi segreti svizzeri e agenti sudafricani precedenti al 1992. Ed è proprio su questo punto che si concentrano le indagini attualmente in corso: il Dipartimento della difesa sta verificando il reato di distruzione illegale di documenti e ha incaricato il segretario generale Juan Gut di elaborare entro fine ottobre un rapporto sulle relazioni Svizzera-Sudafrica. Vi è poi un’altra inchiesta, più importante, della Procura federale, che da due anni ipotizza i reati di spionaggio e esportazione illegale di armi chimiche. Un’indagine che viene sistematicamente ostacolata dal Dipartimento della difesa, il quale si rifiuta di consegnare ai magistrati il documento (segreto) che contiene informazioni relative a tutti i contatti avuti con paesi esteri dal servizio d’informazione dal 1960 fino all’inizio degli anni Novanta. Un rapporto che è stato tenuto nascosto anche alla Commissione di gestione, che ha condotto l’indagine parlamentare di due anni fa. Secondo recenti rivelazioni del quotidiano zurighese Tages Anzeiger, all’origine di tanta reticenza vi sarebbe il fatto che quel rapporto fu redatto direttamente da Peter Regli e dunque sia un documento di parte e tutt’altro che completo. Un’ipotesi che se si dovesse rivelare corretta getterebbe nuovi e pesanti sospetti sul nostro Paese e sull’attività dei suoi servizi segreti durante il regime di apartheid in Sudafrica. Già conosciamo il ruolo chiave ricoperto dagli istituti di credito svizzeri nel finanziamento del regime razzista: nonostante le sanzioni internazionali, il nostro Paese ha continuato ad essere fra i principali acquirenti dell’oro estratto in Sudafrica. Ora però siamo di fronte, se è possibile, a fatti ancor più gravi: la partecipazione della Svizzera ad una «guerra chimica» per tenere i neri sudafricani lontani dal potere. Sappiamo che quando le indagini coinvolgono i servizi segreti, difficilmente la verità viene a galla. Diventa dunque doppiamente importante il controllo politico del parlamento e della sua commissione di gestione, ai quali ora tocca far valere il proprio ruolo di vigilanza sull’attività dello Stato. Non possiamo e non dobbiamo più permetterci di tener nascoste le nostre vergogne!

Pubblicato il 

14.09.01

Edizione cartacea

 
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