A Chiasso qualcosa si muove: la cultura Grazie a un gruppo di giovani generosi e a un municipio illuminato, che i leghisti e i “cortigiani della vecchia guardia” non sono riusciti a spegnere, la città oggi propone spettacoli teatrali di qualità, danza d’avanguardia, una Biennale dell’immagine, musica jazz, attività per i giovani, lezioni d’italiano per persone provenienti da cinquantadue nazioni. Negli anni Sessanta, in via Baldassare Fontana avevamo messo in piedi una piccola biblioteca popolare e un locale per esposizioni, visti male dai liberali di allora perché eravamo una manica di sovversivi. Oggi il comune ha una propria Biblioteca pubblica (ma perché i non domiciliati a Chiasso devono pagare ogni anno per prendere libri in prestito?) e trasforma magazzini, fabbriche e autorimesse in officine di cultura. La cittadina dei traffici, entrata in crisi, è diventata trafficante di “culture in movimento”. Nel suo cuore sta sorgendo, inutilmente combattuto dagli oscurantisti, un nuovo museo dedicato a Max Huber. “Ama l’arte, se ami la vita” e “Museo senza confini per la città di confine”, dicono i due slogan cha accompagnano il sorriso di Max campeggiante sui ponteggi. Max Huber, che sarebbe andato volentieri a pattinare sulla nuova distesa rosata che unisce Piazza Indipendenza alla Dogana. Chiasso, dunque, come luogo simbolico del movimento, dell’apertura, del passaggio. Della precarietà: il luogo delle merci provvisorie può diventare luogo della provvisorietà esistenziale. La porta che si apre sull’Italia ci fa uscire dal rassicurante grembo materno – la sacra terra del Ticino – e incrina le nostre certezze. Qui il locale diventa universale. Sarà per questo che mi trovo più a mio agio qui, dove sono cresciuto accanto alla terra di nessuno fra le due dogane, che non nel vicino Magnifico Borgo ricco di aloni storici? O sarà per i fantasmi che evocano nella mia immaginazione i tunnel, i fasci di binari, i terreni vaghi di periferia? Per tentare di rispondere a queste domande propongo qui di fianco ai lettori la mia “Ode di gennaio”, che ho scritto proprio come omaggio alla piccola città. A Chiasso qualcosa non si smuove: il pregiudizio Forse che le ultime votazioni sulle naturalizzazioni agevolate hanno avuto un risultato migliore a Chiasso che nelle altre località della sacra terra? Ciò vuol dire che la cultura in movimento non contagia la maggioranza della popolazione, non smuove le coscienze ma resta appannaggio di chi già sa muoversi per conto suo. Ciò vuol dire che la presenza di molte etnie non è ancora vissuta come vivificante. A Chiasso qualcosa prolifera: la solitudine Uscito dal faraonico tunnel antifonico dove si scivola come in un acquario, il visitatore incappa spesso nella solitudine. Può essere il giovane barbuto che cammina per le strade senza guardare nessuno. Può essere l’africana in altalena nell’ex campo di via Comacini. Possono essere i ragazzi appoggiati al recinto nella piazza della chiesa. Possono essere i gruppetti di richiedenti l’asilo che vanno chiusi nei loro pensieri lungo il fiume incanalato. Può essere il ragazzo claudicante che la mattina della domenica fruga nel cestino della spazzatura, alla stazione internazionale, e mostra i suoi piedi sporchi a chi passa senza guardarlo; oppure lo guarda per due secondi e poi se lo toglie dagli occhi, bruscolo fastidioso. Ode di gennaio di Alberto Nessi 1 agli occhi chiari del taxi oscurato che portò mia madre quando le si ruppero le acque una notte di novembre, salamandra striata di nebbie alla carrettella verniciata di verde della mia infanzia che prima di me aveva portato i panni pieni di pidocchi degli emigranti al clandestino in fuga azzannato da un cane lupo nel bosco dei coboldi dove, studente inseguito da un blues, andavo con indosso un paltò regalato all’alba sulla Parigina che mi porta i tuoi colchici, Apollinaire, e stana il dolore dei maleamati tra i binari della rampa di lancio al prodigioso segreto dei verbaschi che dal diserbo rinascono nella stazione smistamento per ascoltare il botto dei martellini agli inquieti passeri d’asfalto compagni di volo dei nostri balletti e ai quieti gabbiani di ringhiera che li guardano stupefatti ai tunnel dove tornano i fattorini della Rampa a odorare un poco la nebbia traghettati da un Caronte gentile dal prato degli asfodeli ai vagabondaggi sognati su carrimerci color vinaccia nelle giornate di luglio quando il miraggio tremola sulle traversine a tutti gli stracci della storia che vanno alla folla e lasciano un amaro sapore di macero nella macina dell’oblio 2 alla cenere feconda che cade sui nostri occhi quando ci ricordiamo della donna zoppa in bicicletta e del ragazzo che urlava nei giardinetti alle sigaraie che sono sfilate per la via Centrale e in particolare alla Marianna che si è battuta le chiappe davanti al padrone della fabbrica a mia zia dalla camicetta fatta con seta di paracadute americano e se alzava gli occhi dalla Singer vedeva la luce dietro i colli ai chiassesi che hanno aiutato Garibaldi nella battaglia di San Fermo con bricolle di pane e foraggi attraverso le forre della Maiocca agli asfalti chiari di questo chiuso delle taverne dov’è sepolto il nostro piffero di eterni rabdomanti in cerca d’amore ai seni misericordiosi della cameriera del Buffet dea dei turni di notte che faceva deragliare i vagoni al fuoco d’illusioni acceso dai ragazzi che ancora suonano Perdido nel grotto sottobosco visitato da usignoli d’argento fioriti nell’ombra alla ferraglia dei magazzini sotto l’urlo bianco delle robinie nella primavera delle donne che nascondono grappoli d’allegria al gelo di un giorno di gennaio sul colle del santo dove raccolgo mozziconi di sogni con gli amici perduti e le donne che avrei amato 3 alla buddleia fuorilegge che cerca la luce nella terra di nessuno e regala fragili farfalle al disperso seduto sul marciapiede ai proletari in colletto e ai platani di via Comacini in ascolto sopra l’uomo che fa giri di pista per un bicchiere di vino alla rossa bandiera di mio padre che non poteva passare la frontiera schedato dai neri araldi dell’odio e dell’olio di ricino all’alba di pettirosso che blinka dietro il cigolio strozzato di vagoni beweganti nella nebbia incontro allo stoss, alla morte, al macello al Faloppia-Acheronte che sotto l’asfalto si porta via lavandaie e tramonti e il sangue del macello e la nostra zampillante urina adolescente alla corte in abbandono della Fotografia artistica Dante Brunel dove la svastica è cancellata dal fiore bianco di un angelo in transito alla vecchia donna trapiantata nella casa di via Soave e in lei miracolosamente nasce un terzo occhio affacciato sull’altrove alla giovane che si è buttata sotto il treno per dimenticare e alla solitaria che ha dimenticato di chiudere il gas e si è bruciata il viso a tutti questi e a quelli che ho dimenticato a quelli che dimenticano a quelli che di me non dicono a quelli che non dico a quelli dedico questa ode di gennaio.

Pubblicato il 

17.12.04

Edizione cartacea

 
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