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L'editoriale

Oggi i torti, domani le scuse

di

Claudio Carrer

“Di animale da tiro, da sella o da soma, ostinatamente restio a lasciarsi guidare”. Così il dizionario della lingua italiana Devoto-Oli definisce l'aggettivo “recalcitrante”, oggi drammaticamente in uso in Svizzera per qualificare quei richiedenti l'asilo “problematici” che la nuova legge in votazione il prossimo 9 giugno prevede di confinare in appositi centri d'internamento.

 

Strutture chiuse con filo spinato, lontane dai centri abitati e dalla vista dei cittadini “per bene”, che molto ricordano la realtà dei lager nazisti. Per finire in questi moderni campi d'internamento non è necessario essersi macchiati di un reato: basta aver assunto comportamenti che «disturbano considerevolmente l'esercizio regolare dei centri di registrazione», recita una norma contenuta nella decima revisione della legge sull'asilo. Una revisione che di fatto pone fine al diritto d'asilo in Svizzera e che cancella ogni traccia della tanto sbandierata tradizione umanitaria elvetica (peraltro sempre esistita più a parole che nei fatti in un paese in cui la politica migratoria è storicamente un affare di “giustizia e polizia”).

 

Oltre all'orrore dell'internamento che spiana la strada a ogni forma di arbitrio, essa prevede tra l'altro l'abolizione della possibilità di presentare domande d'asilo nelle ambasciate, una via che oggi consente alle persone maggiormente minacciate di ottenere un'autorizzazione per raggiungere la Svizzera in aereo: questo significa consegnare donne e uomini nelle mani dei mercanti di esseri umani che gestiscono le rotte migratorie. Solo nel 2011 sono morte più di 1.500 persone nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. E poi ci sono i traffici di organi umani, le mutilazioni e le violenze sessuali sulle vie di fuga di queste persone particolarmente vulnerabili.


Altro elemento inquietante: il rifiuto di prestare servizio militare e la diserzione non costituiranno più motivi d'asilo. Anzi saranno indizi di abuso. Ciò significa esporre per esempio chi rifiuta di servire una dittatura militare al rischio di torture, incarcerazioni arbitrarie e condanne a morte. La Svizzera contribuirebbe inoltre a veicolare nel mondo il pericoloso messaggio che chi rifiuta la guerra non è degno di ottenere asilo.
Se non si riuscirà a porre un freno a questa politica isterica, un giorno la Svizzera dovrà chiedere nuovamente scusa, come ha dovuto fare proprio la settimana scorsa per le misure coercitive applicate fino agli anni Settanta a migliaia di ragazzini strappati alle loro famiglie, rinchiusi in istituti con accuse ridicole o “appaltati” a terzi e mandati a lavorare nei campi.
Una vergogna tutta svizzera che ora si rischia di ripetere con nuove vittime: gli asilanti recalcitranti.

 

Pubblicato

Venerdì 19 Aprile 2013

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