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Officine, ritorno alla purezza

di

Gabriele Rossi
Si susseguono le presentazioni di libri dedicati allo sciopero alle Officine Ffs di Bellinzona. Natale si avvicina, e non c'è dubbio che "Giù le mani dalle Officine" sarà un regalo assai gettonato da chi ha ancora negli occhi, nel cuore e nella mente quello straordinario mese. Ma questo libro è anche l'occasione per riflettere con un certo distacco sia sulle lezioni dello sciopero, sia sulle questioni che esso apre di documentazione ed elaborazione storica di simili eventi. Di questi temi abbiamo chiesto a Gabriele Rossi, fra i coautori dell'opera, di parlarci in questa pagina.

di Gabriele Rossi *

Ogni volta che ripenso allo sciopero di marzo-aprile alle Officine di Bellinzona mi dico che sarebbe piaciuto a Guido Pedroli. Nel suo libro "Il socialismo nella Svizzera italiana 1880-1922", egli individua nel 1907-1908 il periodo "aureo" del sindacalismo cantonale.

«Questa agitazione [degli scalpellini] è particolarmente interessante perché fu impostata dal sindacato in termini nuovi: non si limitava a sostenere le rivendicazioni operaie, ma proponeva di risolvere in comune con i datori di lavoro tutti quanti i problemi aziendali, finanziari e organizzativi, per subordinare ad essi la soluzione di quello salariale. Un atteggiamento di grande responsabilità, che sottendeva però il diritto degli operai di partecipare – sia pure a titolo consultivo – alla gestione delle aziende nell'interesse comune. L'iniziativa non ebbe seguito: ma dimostra l'alto grado di maturità raggiunto dal sindacato nel momento della sua massima efficienza».

Nel brano si parla di "interesse comune", ma leggendo l'intera opera (e val sempre la pena di farlo) si capisce che l'idea, lanciata dagli articoli di Leo Macchi nell'Aurora del 1907, non era poi diversa, nella sostanza, da quella di "bene comune" che traspare dietro le scelte attuali alle Officine. C'è qualcosa che va oltre l'interesse delle due parti in causa, proprietari delle cave e scalpellini cent'anni fa, Ffs e operai degli atelier bellinzonesi oggi; si tratta della sopravvivenza industriale di un'intera regione. A un secolo di distanza sembra quasi di vedere il movimento operaio tornare alla "purezza" delle origini, di prima della sua "burocratizzazione". Poche pagine più avanti, Pedroli constata con amarezza:

«Conformemente alla tendenza generale del movimento operaio svizzero, quasi tutti i sindacati del Ticino avevano aderito alle rispettive federazioni professionali, le quali si erano assunte la direzione delle trattative per i contratti collettivi e la gestione delle casse di solidarietà. Alla Camera del Lavoro restavano pertanto solo compiti generali [...] e in questo senso riformò i suoi statuti (Congresso di Lugano, 19 dic. 1909). Nei conflitti sul lavoro il Segretario della C.d.L. anziché farsi senz'altro portavoce del gruppo operaio interessato finì per assumere un ruolo di moderatore e mediatore».

Se c'è un'indicazione che scaturisce cristallina dall'esperienza in Pittureria di questa primavera è proprio quella che indica come sia necessario per il sindacato di oggi tornare a «farsi senz'altro portavoce del gruppo operaio interessato» oppure a schierarsi altrettanto decisamente a fianco dell'organismo che gli operai stessi hanno espresso quale loro portavoce: nel caso, il comitato di sciopero.
Ecco quindi che si vanno realizzando gli incontri per costruire un nuovo modo di fare sindacato e per rilanciarne un'immagine costruttiva, propositiva, forte, "eroica" in certo modo. Molte categorie di persone, politici, religiosi, intellettuali, popolo comune si sono dovute confrontare con tale realtà, scegliere se schierarsi e da che parte. Chi aveva responsabilità istituzionali ha forse potuto contare sull'appoggio della massa, ma le mosse del Consiglio di Stato e dei deputati nei diversi legislativi sono apparse ben diverse di quelle d'un secolo prima; allora si evitò per due soli voti che passasse una mozione della Destra la quale avrebbe obbligato l'esecutivo cantonale ad intervenire («lo stato, organo degli interessi collettivi, fondato nell'armonia delle classi, soddisfa ai propri compiti se interpone la sua opera pacificatrice per prevenire i conflitti e per comporli quando sieno scoppiati»); si salvò così l'idea di neutralità dello Stato e si rintuzzarono gli attacchi violenti dell'on. Giuseppe Motta contro la Camera del Lavoro, ma nulla di più: il "bene comune" si fermò alle porte di Palazzo.

* Storico, Fondazione Pellegrini Canevascini
1) Pedrioli, cit., Milano 1963, pp. 78-9
2) Ibid., p. 87

Per scrivere una storia dal basso

Tutti coloro che erano interessati alla memoria degli avvenimenti delle Officine Ffs di Bellinzona si sono a loro volta dovuti porre la questione a sapere come e perché costituire un archivio di documenti, lanciare le prime piste di lettura, di interpretazione. Per chi farlo.
Da queste riflessioni si sono sviluppate alcune linee di lavoro che risultano profondamente innovative. Innanzitutto, quando gli avvenimenti sono iniziati, il Comitato di sciopero e i sindacati si sono visti affiancare subito dalla Fondazione Pellegrini-Canevascini nell'opera di raccolta e conservazione di quanto lo sciopero andava producendo giorno per giorno, ma anche nel produrre cultura e coscienza attraverso mostre e interventi in Pittureria dapprima, alla Casa del Popolo poi. Affiancare, perché ogni volta c'era anche una produzione dall'interno, come la stessa mostra sulla storia delle Officine. Danilo Catti si è presentato subito dopo e ha operato nel più grande rispetto e con la maggior partecipazione possibile; nel suo documentario ma in tutta l'enorme massa di filmato che si è andata accumulando, mai si è imposto per "drammatizzare" una situazione o per "spiegarla". Il Dvd finisce quindi per essere anche un documento storico quasi primario; solo l'inevitabile influsso che la videocamera ha sulla realtà ci obbliga a non essere perentori. Catti ha dunque dato voce a chi di solito non trova spazi per esprimersi, o li ottiene solo affidandosi alla correttezza dei giornalisti, i quali a loro volta sono limitati dai tempi e dagli spazi. Ricordo, a questo proposito, l'imbarazzo di un operaio che, durante un'intervista si era detto stanco: alla tv era passato solo il breve estratto, non il resto del suo discorso che rendeva chiaro il senso della sua frase, stanco sì ma deciso a non mollare. Fu costretto a spiegarsi e a convincere gli altri della sua buona fede. Nel documentario non succede. Viene lasciato il tempo per l'intero discorso.
Lavorare con e non sugli operai è stata pure la scelta degli editori del libro "Giù le mani dalle Officine". Fontana e Salvioni hanno deciso in piena autonomia di lanciare la loro iniziativa per un testo che raccontasse la cronaca degli avvenimenti. Preso contatto con i protagonisti si sono visti proporre la partecipazione a questa iniziativa con una serie di interventi tesi a fornire altri spunti di riflessione; non era scontato che l'idea venisse accettata né che funzionasse, però è stato così. A mano a mano che si procedeva verso la realizzazione del prodotto finito, i legami si sono stretti maggiormente e la collaborazione con il comitato e le maestranze ha condotto tutti quanti in Pittureria a festeggiare assieme.
Il libro si apre con un altro lavoratore d'eccezione: Nicolas Wuillemin collega idealmente le Officine di Bellinzona alla Boillat di Reconvilier, ci ricorda che quanto abbiamo vissuto è solo un tassello di una vicenda che dura nel tempo, tra alti e bassi, necessaria, portatrice di risultati anche attraverso le sconfitte, di fierezza, di orgoglio: "Il coraggio di dire no". La carrellata su oltre un secolo di vita tra le mura delle Officine e fuori di esse era indispensabile per rendere evidente il profondo vincolo con il territorio, per definire le ricadute persino nella costruzione dell'immagine cittadina, nella pianificazione del suo territorio. Gabriele Rossi se ne è fatto carico fino al momento fatidico in cui compare Ffs-Cargo. Da qui inizia la lettura di Stefano Guerra, a cavallo tra storia e cronaca, quanto di più difficile da realizzare. Dal suo testo emergono con chiarezza le ragioni lontane dello sciopero e della collera di una intera regione. Alan Del Don e Simone Berti si sono prodigati nel fornire i dettagli de "I trentatré giorni che hanno unito il Ticino": cronaca, fotografie occupano oltre metà del libro. Il lettore scoprirà a questo punto tre approfondimenti tematici. Il primo è firmato da Marco Marcacci e si occupa di simboli vecchi e nuovi della lotta operaia. Oscar Mazzoleni tratta della mobilitazione politica a favore della protesta. Christian Marazzi e Spartaco Greppi forniscono i dati economici e la visione del "bene comune" che dà senso e unifica le scelte operate in questi mesi. Chiudono l'opera i lavoratori delle Officine e i sindacalisti coinvolti negli avvenimenti. Protagonisti ancora freschi della lotta raccontano il loro sciopero da punti di vista differenti ma convergenti. Tutto questo lascia alla fine l'immagine di qualcosa che non si è chiuso ma prosegue, tra mille difficoltà, potrebbe dare la stura ad altre iniziative, ad un nuovo modo di vivere la nostra società, cambiamento di cui ci appare sempre più evidente la necessità.
L'identica impressione la offre, ed è un aspetto quasi paradossale, pure il fondo archivistico dello sciopero delle Officine. Contrariamente al solito non si è raccolto il materiale dall'esterno al momento in cui tutto era finito da tempo e quasi dimenticato; stavolta la volontà di preservare la memoria era venuta dagli attori stessi, sia dal comitato di sciopero che dai sindacati attraverso la Fondazione Pellegrini-Canevascini ma anche dal Consiglio di Stato per il tramite dell'Archivio di Stato. Un fatto, quest'ultimo, che ritengo quasi unico nella secolare storia degli scioperi. Vista la situazione, ci siamo trovati di fronte a decisioni inattese, tipo quella a sapere che cosa poteva essere tolto dalle pareti della Pittureria e cosa doveva invece rimanere a segnalare sul posto l'evento-sciopero. Decisioni da prendere con i sindacalisti e soprattutto con gli operai stessi, preoccupati pure di poter tornare a svolgere il loro lavoro senza il timore di rovinare striscioni o cartelli o altro.
La stragrande maggioranza dei documenti prodotti durante lo sciopero non sono cartacei; questa novità imporrà agli archivi cantonali di affrontare sul serio, in tempi ragionevolmente brevi, il problema di conservare e mantener fruibili i materiali audio-visivi.
L'ultimo aspetto di questo grosso progetto di memoria dello sciopero delle Officine riguarda le interviste ai protagonisti. Diverse istituzioni e vari ricercatori hanno esposto il desiderio di approfondire aspetti della vicenda, in direzioni diverse e secondo ottiche pure molto distanti fra di loro. La Fondazione Pellegrini-Canevascini sta cercando di collegare i vari programmi, anche per evitare che gli operai finiscano per diventare cavie di laboratorio. L'intera struttura richiederà però un investimento finanziario piuttosto oneroso, per cui si è ancora nella fase di elaborazione e ricerca di fondi. La decisione con cui si vanno affrontando le difficoltà ci fa presagire un risultato positivo in tempi brevi.

Pubblicato

Venerdì 7 Novembre 2008

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