Sono passati quasi due anni dall’ormai fatidico 1° giugno del 2004. Una data – quella della seconda tappa dell’Accordo di libera circolazione delle persone fra Svizzera e Unione europea nell’ambito dei primi bilaterali – che ha sancito l’abolizione della precedenza del lavoratore elvetico in rapporto al suo collega europeo che molti osservatori guardavano e continuano a guardare ancora oggi con preoccupazione. E non hanno torto. Le statistiche che fornirà prossimamente il Segretariato di stato dell’economia – e che area anticipa – non lasciano adito a dubbi: il mercato elvetico fa gola alle nazioni vicine. La prova inequivocabile di questo fatto viene dal costante aumento del numero di notifiche di breve durata (sotto ai 90 giorni) che le autorità cantonali continuano a ricevere. Nel 2005 quasi 93 mila lavoratori “distaccati” o “indipendenti” (o presunti tali) hanno fornito le loro prestazioni su suolo elvetico. In Ticino la media di notifiche nel corso del 2005 superava le 700 unità al mese portando ancora una volta il cantone a sud delle Alpi fra i primi della classe. A controllare questo enorme flusso di persone in Ticino ci sono attualmente da una parte due ispettori dell’Associazione interprofessionale di controllo che si occupano sostanzialmente dei settori professionali in cui esiste un contratto collettivo e dall’altra cinque funzionari che fanno parte dell’Ispettorato cantonale del lavoro e che vigilano dove il mercato non conosce regole. E il problema – e le preoccupazioni – stanno proprio qui. Se da una parte l’Aic segnala al cantone le imprese che non rispettano gli accordi volti ad evitare il dumping – segnalazioni che ora sfociano in multe salate e addirittura in divieti d’entrata in Svizzera (si veda l’articolo a pagina 7) – dall’altra siamo ancora nel “vuoto decisionale”, nel “non-sappiamo”. È vero che dove non ci sono regole è molto più difficile stabilire se c’è abuso o meno. Ma quello che sconcerta è che a distanza di tanto tempo non si è ancora neppure tentato di capire se questi abusi esistano o meno. Non si sa ancora nulla dell’incidenza dei bilaterali su settori da sempre precari come quelli della vendita o dell’albergheria e della ristorazione (dove la disoccupazione è storicamente più alta e i salari più bassi). Ma come si fa a dire se c’è abuso se non esistono neppure i salari minimi? Un problema che il Ticino, bisogna dire davvero pionieristicamente, ha chiesto di risolvere all’Osservatorio cantonale del lavoro dell’Istituto di ricerche economiche dell’Usi che ha preparato un modello che indica se un salario è “anomalo”. Uno strumento che molti cantoni ci invidiano. C’è però un particolare: finora il modello non è stato sollecitato neppure una volta, nessun dato vi è stato immesso. Nessun caso è di conseguenza arrivato fino alla Commissione tripartita cantonale che avrebbe il potere di intervenire. Un “vuoto” che è ormai tempo di colmare tenendo aperto non più uno solo dei due occhi.

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31.03.06

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