Per ottobre è previsto l’annuncio di un aumento dei premi 2003 per l’Assicurazione malattia. Un altro aumento. Quante volte dovremo scriverlo ancora? Fino a che punto riusciremo a sostenere nuovi aumenti? Dobbiamo attenderci un imminente collasso? Accantoniamo per ora le più tetre visioni catastrofiste. Resta il fatto che per il solito ceto medio i premi assicurativi per la salute stanno diventando un problema. Sì, perché chi è indigente ha diritto a dei sussidi e i ricchi, a parità di prestazioni, pagano la stessa quota dei meno ricchi se non sono davvero poveri . Perciò il Partito socialista svizzero ha lanciato un’iniziativa per agganciare i premi al reddito. Intanto l’Ufas (Ufficio federale delle assicurazioni sociali) si affanna per cercare di contenere la spesa per la salute. Propone delle misure a lungo, medio e breve periodo. A lungo termine si pensa alla sopressione dell’obbligo da parte delle Casse malati di contrarre. Con tale misura queste potranno scegliere con quali medici convenzionarsi oppure no. A medio termine si vorrebbero introdurre tessere sanitarie per i pazienti, istituire un fondo per coprire i rischi da costi elevati e pianificare sgravi alle famiglie. Le misure a breve periodo sono già state votate. D’ora in poi verranno rimborsate solo le spese autorizzate dal medico di fiducia. È già stata stilata una lista di prestazioni lunghe e difficili da sostenere per il paziente che non verranno più rimborsate. È stata pure introdotta la cosiddetta «clausola del bisogno» per limitare il numero dei fornitori di prestazioni (si tratta della moratoria all’apertura di nuovi studi medici). Senza dubbio i costi e il volume delle prestazioni erogate incidono in maniera determinante sui premi assicurativi. Ma il sistema deve avere le sue perversioni che, si auspica, gli esperti dell’Ufas metteranno a nudo. Forse è il principio stesso di affidare soldi pubblici (quelli che obbligatoriamente dobbiamo versare) ad enti privati (le Casse malati) che rende non pienamente controllabile la crescita della spesa e quindi dei premi assicurativi. Se sono enti privati le Casse malati hanno diritto o no a generare utili? Non dovrebbero. Sappiamo che devono sostenere dei costi amministrativi che però non inciderebbero troppo sull’inarrestabile lievitazione dei premi. Sappiamo che dispongono di accantonamenti per tutelarsi dagli aumenti troppo elevati dei premi. Una parte di queste riserve (al massimo il 25 percento) può essere investita in borsa secondo le regole che valgono anche per la Lpp (Legge per la previdenza professionale). Quindi niente speculazioni sui derivati. L’andamento delle borse nel 2001, impossibile ignorarlo, è stato negativo. Questo naturamente inciderà altrettanto negativamente sui premi per l’assicurazione malattia del 2003 (ciò è accaduto nella misura del 2,5 percento). Le perdite in realtà sono già state rifondate ma siccome per farlo sono state intaccate le riserve ora si tratta di ricostituirle. Di fronte ad una ripresa delle borse potremmo tirare finalmente il fiato? Niente illusioni. Anche di fronte alla prospettiva più rosea di guadagni sui mercati borsitici questi non sarebbero comunque sufficienti per influenzare a nostro vantaggio l’entità dei premi. E, d’altro canto, ormai dovremmo avere imparato che la speculazione borsistica non è la panacea che risolverà i problemi relativi alla spesa sociale.

Pubblicato il 

23.08.02

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato