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Nurrayer, monaco armeno, Gerusalemme

di

Dina Ben Ezra
A Gerusalemme, a Natale, non si sente l’atmosfera di festa. È un giorno feriale, come tutti gli altri giorni dell’anno. Solo nel quartiere cristiano, in città vecchia, qualche negoziante vende alberi (di plastica), bocce, presepi e altri ornamenti luccicanti. Tra le comunità cristiane che vivono a Gerusalemme, quella armena, terza in ordine di grandezza dopo i cattolici e i greci ortodossi, risale al sesto secolo, quando pellegrini e uomini di chiesa arrivarono in “Terra Santa” e si insediarono nella città vecchia. A seguito dello sterminio, furono molti gli armeni che durante il ventesimo secolo fuggirono e vennero ad abitare in Palestina. Molti ancora proseguirono per l’Australia e gli Stati Uniti. Oggi la comunità armena conta 20'000 persone, di cui 3000 vivono a Gerusalemme. Ho incontrato padre Nurrayer, monaco nel monastero armeno di Gerusalemme. Nato in Libano, nel 1977, Nurrayer venne ammesso al Patriarcato Armeno nel 1989. «Avevo 12 anni», racconta, «allora in Libano c’era la guerra. Da Gerusalemme vennero per reclutare studenti per il seminario. E i miei genitori pensarono che fosse meglio che partissi, “per salvarmi dalla guerra”, dissero allora. Così sono partito». Cos'ha di speciale il Natale armeno, chiedo a padre Nurrayer. «Prima di tutto, gli armeni a Gerusalemme non festeggiano il Natale la notte tra il 24 e il 25 dicembre, com’è tradizione in Occidente, e nemmeno il 6 gennaio come si usa nelle chiese orientali e armene del resto del mondo. Noi, qui, festeggiamo il 18 e il 19 gennaio, secondo il calendario giuliano». Padre Nurrayer spiega che nei primi secoli tutte le chiese di Gerusalemme festeggiavano il Natale a gennaio. Poi, verso il quarto secolo la chiesa romana decise di spostare la data in risposta ad una festa pagana che celebrava la nascita del sole il 25 dicembre. Visto che in Armenia e nel resto dell’ Oriente non esisteva quest’usanza pagana, la data della cerimonia natalizia rimase quella “originale”. La cerimonia natalizia armena inizia con l’arrivo del patriarca e del clero alla chiesa della Natività a Betlemme. Nel cortile il sindaco della città e altri alti funzionari gli danno il benvenuto. Poi, musica e inni accompagnano la processione del patriarca in chiesa, seguito dal clero e dai fedeli. Le messe e le preghiere durano fino all’alba e vengono dette in lingua armena antica. Si celebrano sia la nascita che il battesimo di Gesù. Tra una preghiera e l’altra, il sermone, recitato dal patriarca nella grotta della natività. «Anche da noi si orna l’albero, si scambiano regali, e si prepara una cena fastosa», continua padre Nurrayer. «Poi, subito dopo Natale, noi preti andiamo a visitare le famiglie della comunità e facciamo una benedizione sul sale, il pane e l’acqua». Comunque, anche quest’anno sono molte le difficoltà che uomini di chiesa e fedeli devono sormontare a causa del continuo conflitto israeliano-palestinese. Da quando è iniziata la seconda Intifada (rivolta palestinese), nell’ ottobre del 2000, il diritto di libertà di culto viene negato a molti cristiani che abitano in Cisgiordania. A differenza del clero, molti fedeli non riescono ad ottenere dall’esercito permessi per recarsi a Betlemme da Gerusalemme o da città Palestinesi della Cisgiordania. «L’anno scorso, arrivando al posto di blocco, molti fedeli sono stati rimandati a casa», racconta una donna armena. Malgrado ci siano degli accordi con l’esercito, fino all’ultimo momento i fedeli non possono essere sicuri di avere accesso a Betlemme. È sufficiente che i soldati ricevano un avvertimento perché blocchino tutti i passaggi e decretino il coprifuoco. «A volte vieni interrogato, frugato, e molte persone, intimidite, rinunciano alla messa e se ne stanno a casa per il Natale. E poi, se riesci ad arrivare, ci sono così tanti soldati e poliziotti che sembra di partecipare ad una manifestazione politica, non ad una cerimonia religiosa. Comunque mi ricordo il sermone dell’anno scorso» continua la donna, «perché mi ha molto colpita. Malgrado tutte le difficoltà e le ingiustizie, il patriarca inviò un messaggio di pace. Disse qualcosa del tipo la grandezza dell’uomo non sta nel detto “occhio per occhio e dente per dente”, bensì nel riuscire a fare del bene a chi ci fa male». Shenorhavor Dzenount! (buon Natale!)

Pubblicato

Venerdì 20 Dicembre 2002

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