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Tasse e frontalieri

Nuovo accordo fiscale in dirittura d’arrivo? «Molto resta ancora da chiarire»

Il segretario regionale di Unia Ticino e Moesa Giangiorgio Gargantini fa il punto sullo stato dei negoziati tra Svizzera e Italia: «La strada non è in discesa come qualcuno ha tentato di far credere»

di

Claudio Carrer

Il nuovo accordo tra Svizzera e Italia sul regime fiscale per i frontalieri non è ancora cosa fatta: «È troppo presto per cantare vittoria», afferma il segretario regionale di Unia Ticino e Moesa Giangiorgio Gargantini, che areaonline ha interpellato per fare il punto alla situazione dopo la notizia di una raggiunta “pre-intesa” tra i governi dei due paesi e le voci su una possibile firma dell’Accordo già entro la fine di quest’anno. Domani tra l’altro il ministro delle finanze Ueli Maurer sarà a Bellinzona per illustrare i dettagli al Consiglio di Stato ticinese.

 

Due sarebbero i punti fermi che sono stati definiti dai negoziatori. Primo: per gli attuali lavoratori frontalieri non cambierà nulla. Secondo: per i nuovi lavoratori frontalieri ci sarà un nuovo regime, quello previsto dall’accordo attualmente in discussione, che ricalcherebbe a grandi linee quello negoziato e parafato nel 2015. Una tassazione concomitante insomma, con una parte di tasse pagate in Svizzera fino ad un certo ammontare e portate in detrazione da quelle dovute in Italia. 

 

Giangiorgio Gargantini, come valuta questa soluzione del “doppio binario”?

È un aspetto certamente molto positivo per gli attuali lavoratori frontalieri, perché li mette al riparo da un cambiamento del regime fiscale e dunque da un sensibile aumento delle tasse che li potrebbe mettere in difficoltà nell’affrontare impegni finanziari già assunti (si pensi a un’ipoteca sulla casa). D’altro canto, però bisognerà evitare, con misure ancora tutte da discutere, discriminazioni tra vecchi e nuovi frontalieri e dunque un rischio di nuova ulteriore forma di dumping salariale, fenomeno che già colpisce duramente il mercato del lavoro ticinese. Andrà inoltre chiarita la definizione di “nuovo frontaliere”, in particolare se è da considerare tale solo una persona che lavora in Svizzera per la prima volta oppure anche chi vi ha lavorato in passato e vi fa ritorno. Sono questioni che saranno oggetto delle discussioni dei prossimi mesi, assieme ad altre sulle quali sappiamo non esserci ancora un accordo definitivo. È quindi prematuro esprimere un giudizio definitivo sull’accordo.

 

Ma lei è ottimista sul raggiungimento di un’intesa?

Non sono né ottimista né pessimista. Osservo semplicemente che la strada non è in discesa come qualcuno ha tentato di far credere, perché ci sono ancora molti aspetti tecnici da definire e il Parlamento italiano (che al pari di quello elvetico dovrà ratificare l’Accordo) è confrontato con la posizione critica del Movimento cinque stelle (partito di maggioranza) e con la probabile opposizione netta dei comuni italiani di fascia, che tra 15 anni si vedrebbero sparire il sistema dei ristorni delle imposte pagate in Svizzera dai loro residenti, che si prevede di sostituire con un fondo strutturale per le regioni di frontiera. Non darei insomma nulla per scontato.

 

Unia Ticino che ruolo ha nelle discussioni?

Il nostro sindacato cerca di influenzare le discussioni sia sul fronte italiano in collaborazione (per quanto possibile) con le altre organizzazioni sindacali, sia su quello svizzero interloquendo con le autorità cantonali e federali competenti in materia. È quello che abbiamo fatto negli ultimi anni e che stiamo facendo ora.

 

Se i contenuti del pre-accordo venissero confermati Unia Ticino sarebbe soddisfatta?

Allo stato attuale non ci è ancora stato sottoposto nulla di scritto. Un giudizio lo potremo esprimere una volta che avremo letto il documento definitivo che andrà in consultazione nei due Parlamenti, verosimilmente entro fine anno, perché sono per altro ancora previsti incontri tra le delegazioni dei due paesi.

 

Pubblicato

Giovedì 15 Ottobre 2020

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