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Nuove lotte per nuovi poveri

di

Loris Campetti
In Italia cresce la povertà, colpisce oltre 7,5 milioni di cittadini, quasi il 13 per cento dell'intera popolazione. Il fenomeno non riguarda più soltanto disoccupati, inoccupati (fa parte di questa categoria chi neanche più cerca un lavoro introvabile e si aggiusta con il lavoro nero), pensionati al minimo, operatori dei call center, false partite Iva, dipendenti delle ditte di pulizia, precari con un solo reddito in famiglia. A guadagnare meno di 1.000 euro al mese, 986 per la precisione, c'è anche una fascia di occupati nell'industria, prevalentemente titolari di contratti a part time. Una fascia del 14 per cento sul totale degli operai italiani, prevalentemente meridionali ma anche nel "ricco" nord sono saliti in un anno dal 6,7 al 7,6 per cento. Attenzione però: questi dati elaborati dall'Istat riguardano il 2007, dunque rappresentano la normalità, non ancora travolta dalla crisi esplosa negli Stati uniti e importata in tutto il resto del mondo.

Quali effetti sortisce oggi la crisi, che con la velocità del fulmine da finanziaria è diventata industriale, produttiva e sociale? Come sempre capita, anzi in modo più pesante nella crisi del liberismo, la crisi colpisce maggiormente le fasce più deboli del mercato del lavoro, quelle a cui le politiche dell'ultimo decennio hanno ridotto diritti e coperture sociali. A partire da disoccupati e inoccupati, la cui condizione è fortemente aggravata dai tagli imposti al welfare. Tagli alla sanità, tagli alla scuola pubblica innanzi tutto. A dirla tutta, peggio ancora sono messi i lavoratori migranti privi di qualsivoglia tutela e ammortizzatori sociali: sono i primi a perdere il lavoro trasformandosi, grazie all'infame legge Bossi-Fini sull'immigrazione, in clandestini e dunque soggetti all'espulsione dal paese. Come si dice qui, cornuti e razziati. Poi la mannaia cade sui lavoratori precari, in testa chi ha contratti a termine, nei servizi, nell'industria, nell'agricoltura, nella ricerca, nella scuola e all'università. L'arrivo della crisi determina automaticamente, con il sostegno di una nuova legislazione del lavoro costruita all'insegna della deregulation e della progressiva riduzione dei diritti, il mancato rinnovo dei contratti. Così come è successo alla Iveco di Suzzara, dove nell'arco di appena 24 ore la direzione ha annunciato che ogni impegno precedente era annullato e che i giovani operai dal giorno successivo non avrebbero più potuto varcare il cancello della fabbrica. Ma è avvenuto un miracolo, i giovani precari non hanno accettato il verdetto della Fiat e insieme agli operai "regolari" hanno bloccato per parecchi giorni la produzione e tutt'ora la vertenza è aperta coinvolgendo anche le istituzioni locali.
Ma la crisi colpisce anche la fascia più protetta della classe operaia, quella che vive con stipendi al limite della povertà da 1'000-1'200 euro e che coprono, quando va bene, tre settimane al mese. Il crollo degli ordinativi – dalle automobili e dagli elettrodomestici il cui mercato sta subendo un vero tracollo, a quasi tutti i settori merceologici con l'eccezione, per ora, dei beni di lusso mentre crollano i consumi e dunque la produzione dei beni essenziali, in testa i generi alimentari – impone una secca riduzione della produzione. È il boom della cassa integrazione che in alcune regioni, come le Marche, in pochi mesi è aumentata di oltre il 400 per cento. In città industriali come Torino, e in tutti i centri che ospitano stabilimenti della Fiat, il lavoro è fermo e tale resterà per settimane, in molti casi per mesi. Lo stesso avviene nella siderurgia: all'Ilva di Taranto, lo stabilimento più grande d'Europa con i suoi 17 mila dipendenti diretti più migliaia di occupati nella filiera, già 2 mila sono stati rimandati a casa per un lungo periodo di cassa integrazione. E se per chi lavora in grandi industrie scattano gli ammortizzatori sociali, per chi opera nell'indotto in piccole e piccolissime aziende non c'è che il licenziamento e la disoccupazione. Gli effetti, specialmente al Sud, stanno già determinando una preoccupante emergenza sociale.
Tornando ai cosiddetti operai "garantiti", la cassa integrazione sortisce effetti devastanti sul reddito. Uno stipendio di 1'200 euro si riduce drasticamente a 7-800 euro, allargando automaticamente la fascia della povertà in Italia, come ha denunciato la Fiom nel corso di un'assemblea di 5 mila delegati metalmeccanici che si è tenuta una settimana fa a Roma, alla presenza del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Nel settore pubblico, l'impoverimento dei lavoratori, i classici ceti medi, è cresciuto forse più in fretta che nel settore privato grazie alla mannaia del governo che ha tagliato gli stipendi e sfornato leggi specifiche per liberarsi di 70-80 mila precari in attesa di regolarizzazione per il 2008 e di 130-140 mila nel corso del 2009. L'ultimo colpo dato dal governo ai lavoratori del pubblico impiego è di pochi giorni fa, quando ha imposto con la complicità di Cisl e Uil un rinnovo contrattuale che prevede aumenti di 40 euro netti in tre anni, un terzo dell'inflazione reale con il conseguente, ulteriore impoverimento del potere d'acquisto.
Per chiudere l'elenco delle decapitazioni si registrano 20 mila posti in meno alle Poste, e le vittime sono i precari in attesa di regolarizzazione, mentre il futuro dell'Alitalia è appeso agli umori di una cricca di affaristi senza scrupoli. E della scuola parliamo a parte.
Come reagisce la società italiana a questa botta, che prefigura la perdita di centinaia e centinaia di migliaia di posti di lavoro, dentro una secca riduzione della copertura sanitaria e in generale di tutti i servizi sociali? Per fortuna, a testa alta. Persino le comatose e litigiose sinistre sembrano riprendere un po' di fiato, mentre il collaborativo e concertativo Partito democratico sta prendendo atto che con Berlusconi c'è poco da concertare. Ma Veltroni resta convinto che con la Confindustria sia possibile un'alleanza (siamo tutti sulla stessa barca, peccato che a remare siano sempre i soliti) e tenta di convincere la Cgil a piegare la testa e firmare accordi che snaturerebbero la sua storia e i suoi valori. Ed è proprio la Cgil l'organizzazione che sarebbe in grado di raccogliere la domanda sociale e una ripresa di conflitti che mostrano una società forse sconfitta, ma certo non piegata. Nella scuola ha retto finora l'unità sindacale con Cisl e Uil, come testimonia lo sciopero generale di una settimana fa, il più riuscito da decenni. Alle manifestazioni che hanno bloccato Roma e l'intero paese hanno partecipato centinaia di migliaia di studenti, quelli dell'obbligo insieme a maestre e genitori, i liceali e gli universitari che stanno bloccando centinaia di scuole e facoltà contro le politiche del governo. Poi è in arrivo lo sciopero generale del commercio, indetto dalla sola Cgil contro un inaccettabile contratto separato firmato solo da Cisl e Uil. Fatto unico nella storia italiana, i metalmeccanici della Fiom e i dipendenti pubblici della Fp-Cgil hanno indetto uno sciopero generale con una grande manifestazione a Roma, proprio per fermare il tentativo di governo e padroni di mettere i lavoratori privati contro quelli pubblici accusati di essere dei fannulloni. Il prossimo passo non è ancora stato deciso, ma dovrebbe essere – e sarà – lo sciopero generale di tutte le categorie indetto dalla sola Cgil.
Il vento sta cambiando, sotto l'effetto della crisi e con la pressione delle categorie più combattive. Un vento che potrebbe spazzar via la nebbia che ha ridotto al silenzio per troppo tempo sinistre e sindacati. Un vento forse non molto diverso da quello che aveva soffiato nei primi anni del 2000, quando Eolo si chiamava Cofferati.

Scuola e ricerca falciate

La mannaia si sta abbattendo anche sulla scuola pubblica. La ministra berlusconiana Gelmini ha imposto una riforma che ributta il sistema dell'istruzione primaria italiana – uno dei migliori in Europa e nel mondo – agli anni Cinquanta.
Nelle classi delle elementari ci sarà il "maestro unico", con conseguenze occupazionali bestiali (decine di migliaia di maestri e maestre in meno) e sociali ancor peggiori. Viene cancellato il tempo pieno, tanto le donne saranno le più colpite dalla crisi e saranno costrette a restarsene in casa a occuparsi della famiglia, sarà abolita la compresenza di più insegnanti nella classe e l'istruzione degli allievi, a cui è imposto il ritorno al grembiulino, verrà ridotta al minimo abolendo materie complementari. Con l'esclusione degli insegnanti di religione a cui è invece garantito il futuro. E mentre pesantissimi tagli economici colpiscono l'istruzione pubblica, Berlusconi e la sua ministra hanno annunciato ulteriori finanziamenti alla scuola privata, prevalentemente cattolica. Il nuovo soggetto che sta per finire nel mirino del governo è il sistema universitario e della ricerca scientifica, per il quale è annunciato un taglio mortale.

Pubblicato

Venerdì 7 Novembre 2008

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