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L'editoriale

Nuova legge sui negozi bocciata al primo esame popolare

di

Claudio Carrer

I fautori di una società che lavora e produce 24 ore su 24, impostisi qualche settimana fa nel Parlamento ticinese con l'adozione della revisione della legge sull'apertura dei negozi fatta su misura per la grande distribuzione, dovranno fare i conti con una votazione e con un'importante opposizione popolare. Il referendum promosso dal sindacato Unia è infatti riuscito e proprio oggi verranno consegnate alla Cancelleria dello Stato la bellezza di 10.000 firme.
La battaglia è evidentemente ancora tutta da vincere, ma le indicazioni emerse sono incoraggianti e lasciano sperare, in linea con quanto accaduto nel resto della Svizzera negli ultimi anni, in un successo sindacale anche alle urne. Non solo per il numero di firme raccolte in sole 4-5 settimane, ma anche per la qualità e la quantità delle motivazioni manifestate dalle migliaia di persone interpellate: è ormai evidente che la problematica della deregolamentazione degli orari di apertura viene percepita dai cittadini come una questione che non riguarda solo il personale della vendita, ma l'intera società. Le lavoratrici e i lavoratori del settore, una delle categorie tra le meno tutelate e le più tartassate dalla precarizzazione e dalla flessibilizzazione del lavoro, vivono la cosa come un'ennesima provocazione e dunque si sono dati molto da fare per garantire la riuscita del referendum. Referendum che ha però raccolto ampi consensi anche tra i piccoli commercianti che non possono tener testa ai giganti della grande distribuzione, tra i consumatori (molte le firme raccolte all'entrata dei supermercati) che non sentono certo il bisogno di aperture prolungate ma casomai quello di un maggior potere di acquisto e in generale tra molte persone comuni, coscienti del valore della vita famigliare e sociale che la deregolamentazione minaccia, consapevoli che questa legge rientra in un progetto di liberalizzazione molto più ampio che mira anche ad altre categorie, ma anche del fatto che essa genererebbe ulteriore traffico, dunque inquinamento, dunque danni alla salute.
Il tutto, come dimostra l'esperienza, senza creare un solo posto di lavoro.

Pubblicato

Giovedì 7 Maggio 2015

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