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Novartis a Boston

di

Anna Luisa Ferro Mäder
Per la regione di Boston è stato un colpo grosso. L’arrivo qui del Novartis Institute for Biomedical Research Inc. (Nibri) rafforza l’immagine e soprattutto la posizione di Boston nei confronti per esempio dell’area di San Francisco. L’obiettivo di questa regione è di diventare il più importante centro di ricerca biomedica degli Stati Uniti. L’arrivo di Novartis potrebbe dare un mano. Le prime a congratularsi con Novartis sono state le personalità di spicco della regione, come il senatore Eduard Kennedy, secondo il quali «Novartis sarà una importante nuova risorsa per la città di Cambridge e per tutto il Massachusetts». Negli ultimi anni questa regione, che si affaccia sull’Europa, ha saputo puntare molto sulla ricerca, in particolare quella biogenetica. Basta guardarsi un po’ attorno per capire le ragioni che possono aver spinto la multinazionale basilese a fissare qui il Nibri. Questa regione ha un’altissima concentrazione di università e centri di ricerca. In un’area relativamente ristretta ci sono più di 120 tra college e università, frequentati da oltre 350 mila studenti. C’è, per esempio, il Mit (Massachusetts Institute of Technology) e c’è l’università di Harvard, che ospita la principale scuola di medicina degli Stati Uniti, secondo una classifica realizzata da USnews. «Quando abbiamo dovuto fare la nostra scelta ci siamo chiesti se fosse meglio allargare i centri esistenti o crearne uno nuovo. La conclusione è stata chiara: dobbiamo andare dove si trovano i talenti e l’area di Cambridge-Boston è un hub per la ricerca biomedica» ha affermato il Ceo e presidente della Novartis, Daniele Vasella, spiegando le ragioni della decisione e soprattutto di privilegiare Cambridge al New Jersey, dove Novartis opera da molto tempo. Secondo il sindacalista Hans Schäppi, a Boston la Novartis vuole soprattutto «assorbire le conoscenze e andare là dove si fa la ricerca». Ormai la ricerca non si fa più in un solo posto. Non a caso negli Stati Uniti la Novartis opera già nell’area di San Francisco, di San Diego e nel New Jersey. Adesso prende solide radici anche a Boston. Fissando sedi in più posti, le imprese approfittano delle differenze regionali e ne assorbono i vantaggi. Nello stesso tempo però riescono anche a tenere alta la competitività tra i vari centri e di fatto a mettere l’uno contro l’altro. Nel «vivaio» di Boston operano professori di fama internazionali. Qui crescono le nuove leve della ricerca americana e qui arrivano giovani talenti di tutto il mondo per apprendere e per farsi conoscere. A Boston vivono anche molti ricercatori svizzeri, che difficilmente ritrovano la strada di casa, viste anche le grandi opportunità che offre questa regione. Proprio a Boston la Svizzera due anni fa ha aperto un consolato scientifico, noto come la «Swiss House», col compito di aiutare i talenti elvetici a ritrovare la strada di casa. La forza degli Stati Uniti sta nel fatto che la ricerca viene promossa massicciamente dallo Stato. Si calcola che lo Stato americano stanzi per la ricerca medica cinque volte la somma stanziata dai paesi dell’Unione europea messi insieme. I laboratori e le università operano in modo molto dinamico, rendendo spesso facile per un giovane ricercatore fare certi studi e ottenere i fondi per realizzare un determinato progetto. Accanto alle università, a Boston hanno trovato la loro sede anche imprese famose nel campo della biomedicina. Tra le società più in crescita presenti nella regione possiamo citare la Biogen, la Vertex e la Millennium. I laboratori di ricerca sono numerosi. Solo la città di Cambridge, dove Novartis opererà, dispone di oltre 320 mila metri quadrati di locali adibiti a laboratori di ricerca e sviluppo. Meno del 10 per cento sono vacanti. La multinazionale elvetica si è assicurata un ampio locale di proprietà del Mit. La Novartis non è la prima grande impresa ad arrivare qui. La Pfizer ha creato a Cambridge il «Discovery Technology Center». All’inizio occupava solo una decina di persone. Adesso sono diventate 100 e tra tre anni saranno 150. La Merk & Co. Inc. sta costruendo un edificio di 12 piani che ospiterà 400 ricercatori quando sarà inaugurato nel 2004. Per la Wyeth lavorano a Cambridge 800 ricercatori e quest’anno l’impresa, che nella regione ha anche centri di produzione, prevede di assumere altre 500 persone. La AstraZeneca, che in un primo tempo aveva pensato di realizzare una struttura solo provvisoria, adesso ha due centri di ricerca nella regione e uno è in piena fase di espansione. Anche le statistiche parlano di un rafforzamento della posizione americana a scapito di quella europea. Se nel 1990 le imprese farmaceutiche investivano più in Europa che negli Stati Uniti. Adesso è esattamente il contrario. L’anno scorso, l’industria farmaceutica ha investito quasi 24 miliardi di dollari nella ricerca in America e solo poco meno di 17 in Europa. Gli esperti del settore stimano che nel 1999, le imprese europee abbiano effettuato il 34 per cento della loro ricerca e sviluppo negli Stati Uniti contro il 26 per cento del 1990. La novità di Novartis è di trasferire qui la direzione della ricerca. Per Christian Zeller, ricercatore dell’Università di Berna che recentemente ha pubblicato un libro sulla Novartis e sulle sue strategie di globalizzazione (*) «questa decisione rientra nel trend della Novartis» e manifesta una radicalizzazione della strategia condotto negli anni ’90 dalla multinazionale basilese. «Per un’impresa farmaceutica europea è essenziale avere una forte posizione negli Stati Uniti perché questo è un mercato in forte espansione» precisa. Anche la britannica GlaxoSmithKline ha spostato il vertice della ricerca a Philadelphia, mentre la franco-tedesca Aventis lo ha trasferito nel New Jersey. Visto sotto l’aspetto della globalizzazione queste decisioni provano comunque che «le distanze continuano a giocare un ruolo importante» afferma Zeller. I ricercatori vogliono poter operare in stretto contatto e nello stesso tempo vogliono poter contare su una rete sociale. Le imprese sono quindi costrette ad andare dove queste persone si trovano e dove possono operare in condizioni ottimali. Le imprese europee vengono qui anche perché quello americano è un mercato che permette di guadagnare bene. In Europa i prezzi di molti medicinali sono mediamente del 30 per cento più bassi che in America, perché in Europa vige un maggior controllo pubblico sui costi delle medicine. Novartis non sfugge a queste tendenze. Ormai, oltre il 40 per cento del fatturato lo realizza negli Stati Uniti, come pure più della metà del reddito netto, mentre solo cinque anni fa il suo principale mercato era quello europeo. Secondo la Novartis, la realizzazione del nuovo centro di ricerca richiederà un investimento iniziale di 250 milioni di dollari (poco meno di 400 milioni di franchi). In un primo tempo vi lavoreranno 400 ricercatori, che col tempo dovrebbero diventare circa un migliaio. Saranno soprattutto persone assunte il loco, ma alcune saranno trasferite qui dai laboratori che la multinazionale ha nel New Jersey. A dirigere il nuovo laboratorio è stato nominato Mark Fishman, professore di medicina all’università di Harvard con alle spalle una lunga carriera nel campo della ricerca che lo ha portato a fondare e dirigere il Centro di ricerca cardiovascolare al Massachusetts General Hospital. Fishman è un altro esempio, il terzo nel giro di pochi anni, di ricercatori cresciuti nei laboratori università dell’area di Boston che passano nel settore privato. Le grosse imprese cercano sempre più di identificare le persone chiavi che operano in una certa regione. Secondo Zeller «vogliono conquistarle perché oltre alla loro esperienza portano una rete di contatti e altre persone chiavi». Fishman ammette che la decisione di passare alla Novartis non è stata facile. Il corteggiamento è durato circa 6 mesi, ma alla fine si è deciso che questa era la via che lo interessava. A Boston la ricerca si concentrerà in tre campi principali: il diabete, le malattia cardio-vascolari e le infezioni. Sono i classici settori delle malattie delle società opulenti. È in questo settore che un nuovo medicinale potrebbe garantire rapidamente forti entrate. Anche se ufficialmente non viene ammessa, la decisione di puntare su Boston potrebbe indebolire Basilea, che – afferma Zeller – perde una certa importanza. Da notare comunque che negli ultimi tempi Novartis aveva aumentato i suoi investimenti a Basilea, «che continuerà – afferma Zeller – ad essere uno dei pilastri della ricerca di Novartis». (*) C. Zeller Globalisierungsstrategien – Der Weg von Novartis, Springer-Verlag, Berlin.

Pubblicato

Venerdì 17 Maggio 2002

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