Gabriele Torsello, cittadino italiano, 35 anni, sposato con figli, di professione reporter, è prigioniero in Afghanistan da circa una settimana. Pare sia stato rapito da un gruppo di estremisti islamici. Non si sa dove si trovi. Si sta trattando per la sua liberazione. Auguriamoci tutti che al momento della lettura di queste righe Torsello sia già libero. Bilal Hussein, cittadino iracheno, 34 anni, sposato con figli, di professione fotoreporter, è anche prigioniero. Ma della sua detenzione si sa tutto: si trova da sei mesi a Camp Cropper, alla periferia di Baghdad; ad arrestarlo sono stati i soldati americani  per "ragioni imperative di sicurezza". Certamente al momento della lettura di queste righe Hussein sarà sempre prigioniero.

Gabriele Torsello è quello che si definisce un "freelance": lavora in proprio per poi vendere le foto sul mercato editoriale. Bilal Hussein è un dipendente dell'agenzia giornalistica americana Associated Press.
Torsello, quando è stato catturato, proveniva da una zona di guerra, Musa Qala, una cittadina ubicata in una regione dove i talebani sono particolarmente attivi e per questo devastata dai bombardamenti della Nato. Torsello aveva fotografato questa distruzione scattando "foto impressionanti", come si legge nel sito di "Peace Reporter" A Musa Qala si è mosso molto probabilmente con il consenso dei talebani (che in effetti, smentendo ogni loro coinvolgimento nel sequestro, lo averebbero definito un "buon amico") ai quali la diffusione delle testimonianze fotografiche delle devastazioni causate dai "pacificatori occidentali" non può che risultare gradita.
Anche Bilal Hussein, quando è stato catturato, si trovava in una zona di guerra: Ramadi, uno dei centri della resistenza sunnita. È stato fatto prigioniero mentre era in compagnia di due presunti guerriglieri. Anche Bilal Hussein per muoversi liberamente a Ramadi, come a Falluja, aveva bisogno del consenso dei guerriglieri ai quali la diffusione di istantanee sulla loro lotta e sulle distruzioni commesse dalle truppe anglo-americane non poteva che risultare altrettanto gradita.
Se Torsello s'era fatto conoscere in particolare per un suo reportage dal Kashmir (la zona contesa da India e Pakistan), Hussein era stato autore di un'impressionante serie di fotografie a Falluja, testimonianze di persone mutilate, di case distrutte, dei massacri commessi dalle forze americane sulla popolazione civile. Una sua foto, in cui si vedono quattro guerriglieri in azione, è stata fra le 20 che hanno permesso lo scorso anno all'agenzia Associated Press di vincere il premio Pulitzer (che è un po' l'Oscar del giornalismo) Se i punti in comune fra i due fotoreporter sono molteplici, ve ne sono anche altri che disegnano due destini diversi.
Non appena si è saputo della scomparsa di Gabriele Torsello, la notizia è stata diffusa da tutti i media e subito la diplomazia è entrata in azione. Si sono mosse le organizzazioni di categoria. "Reporters sans frontières", a distanza di appena due giorni dalla conferma del rapimento, s'è detta preoccupata, ha lanciato un appello per la sua liberazione, e, definendolo un giornalista coraggioso, ha sottolineato l'esigenza di una mobilitazione generale per favorirne il rilascio.
Bilal Hussein è stato fatto prigioniero il 12 aprile, ma lo si è saputo solo ai primi di settembre, quando l'Associated Press, viste vane le sue pressioni sulle autorità statunitensi per ottenerne il rilancio o quanto meno un'incriminazione ufficiale e quindi la sua consegna alla giustizia irachena, ha deciso di rendere la vicenda pubblica.
Nel caso di Bilal, "Reporters sans frontières" si è fatta viva solo sei mesi dopo il rapimento, e quasi due dalla denuncia pubblica dell'arresto. E lo ha fatto con un comunicato nel quale descrive la drammatica situazione generale in cui operano i giornalisti in Iraq. Alla vicenda di Bilal Hussein dedica solo poche righe con le quali chiede alle autorità statunitensi di fornire le prove della sua presunta colpevolezza, oppure di rilasciarlo. Niente di più, non un accenno al "coraggio" di Bilal, non un invito alla mobilitazione, e nemmeno si ricorda come in Iraq siano centinaia i giornalisti che vengono fermati dalle autorità militari americane, talvolta per giorni, altre volte per settimane o mesi. Loro colpa? Essere iracheni e divulgare quanto non si deve conoscere.
"Sans frontières"? Mah.

Pubblicato il 

20.10.06

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